In Europa lo shale gas non decolla

In Europa lo shale gas non decolla

Qualcuno ha già paragonato la parabola del fracking alla bolla dei mutui subprime, fondata sull’idea di prezzi immobiliari in costante ascesa, il cui scoppio, nel 2007, precedette di un anno la Grande Crisi. Esagerazioni, certo, ma il crollo del valore del petrolio sta mettendo a dura prova l’industria dello shale, ossia la produzione di energia dalle rocce “scistose”, attraverso un procedimento idraulico chiamato, appunto, fracking. In America gli investimenti nello shale oil e nello shale gas sono stati notevoli, a tal punto che Washington si avvia a diventare il più grande produttore mondiale di greggio. Lo stesso Obama ha fatto più volte riferimento all’indipendenza energetica americana, frutto dei ritrovati tecnologici, che sta svincolando gli Stati Uniti dall’abbraccio, ambiguo e problematico, con le petro-monarchie del Golfo. Anche in Europa si è cominciato a discutere, con un certo ritardo, su costi e benefici dello shale. Alcuni Paesi – vedi la Francia – hanno assunto un posizione ostile, altri – Polonia, Ucraina – hanno visto nel fracking un modo per ridurre la dipendenza dal gas russo. Altri ancora, come la Gran Bretagna hanno deciso di puntare molto sulle nuove tecnologie per alimentare la propria crescita economica.

Eppure lo shale in Europa è in una fase di stallo. Preoccupazioni ambientali più diffuse che negli Stati Uniti – dove pure Gus Vas Sant girò un film con Matt Damon, Promised Land, sul fracking “brutto, sporco e cattivo”- e comunità locali agguerrite, nel continente del Not In My Backyard. Ma anche un calcolo economico, nel momento in cui il prezzo del petrolio scende intorno ai cinquanta dollari (gli Stati Uniti hanno stimato un breakeven – punto di pareggio – di 75/80 dollari al barile; per fare un paragone, pochi mesi fa, quando gli investimenti si diffondevano ovunque, l’oro nero valeva un centinaio di dollari al barile). Prendete la Gran Bretagna. David Cameron è un fautore del fracking (che, parole sue, “potrebbe fornire gas al Paese per i prossimi trent’anni”) e il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, ha messo in atto un regime fiscale agevolato – il più generoso del pianeta – per sostenere gli investimenti. Eppure la shale revolution si è già arenata: appena undici nuovi pozzi nel 2015, e chissà quale sarà l’effetto sulla ricerca se il calo dei prezzi energetici si dovesse confermare.   

Il professore Jim Watson, direttore di ricerca presso lo UK Energy Research Centre, autore di un recente report sulle potenzialità dello shale britannico, ritiene le previsioni della classe politica assolutamente esagerate. Pochi i pozzi già esplorati, scarsa l’esperienza a livello produttivo. Insomma, è presto per cantare le lodi delle “magnifiche sorti e progressive” del fracking. Inoltre, aggiunge, è molto difficile che si possa avere un impatto significativo sulla produzione prima del 2020 (ed anche in quel caso la Gran Bretagna dovrà comunque importare la maggior parte del gas di cui ha bisogno, soprattutto da Norvegia e Qatar). Nelle ultime settimane il dibattito sullo shale ha preso corpo in Inghilterra, soprattutto sulle colonne del Guardian. In assenza di dati precisi forniti dagli industriali del settore – lo United Kingdom Onshore Oil and Gas (Ukoog) – e dal Department of Energy and Climate Change (che si occupa dell’aspetto regolatorio), il quotidiano britannico ha spulciato i comunicati delle compagnie e le richieste di trivellazione, in modo da censire i pozzi britannici.  

Sette i siti già esplorati, nel Lancashire e nel Cheshire, undici da esplorare quest’anno. Nel 2011 ci fu una moratoria per le ricerche – dopo che un test causò un piccolo terremoto vicino a Blackpool – poi tolta l’anno successivo. Gli industriali sostengono che per verificare le effettive potenzialità del fracking bisognerebbe arrivare almeno a trenta/quaranta pozzi. Ken Cronic, ad della stessa Ukoog, ritiene che il calo del prezzo del prezzo non colpirà l’industria dello shale, anche se le azioni delle compagnie del settore sono calate negli ultimi tempi (è una crisi, dice, temporanea, causata dall’eccesso di offerta in uno scenario di domanda calante). Cuadrilla, IGas and Third Energy, le principale società attive nell’esplorazione, che lavorano in accordo con i big dell’energia (Total, GDF Suez, Centrica), esprimono fiducia, ma non c’è dubbio che lo shale sia in una fase di impasse. Il governo scozzese ha annunciato una moratoria sulle autorizzazioni per l’uso del fracking e ha ordinato dei test sull’impatto di queste pratiche sulla salute pubblica. Cameron ha accettato di porre limiti alle trivellazioni, tutelando alcune aree di particolare interesse ambientale (secondo dei calcoli dello stesso Guardian, si tratterebbe del quaranta per cento della superficie che dispone di riserve scistose).  

L’impasse sembra riguardare tutta l’Europa. L’Ucraina è in guerra. In Polonia sono cambiate le prospettive rispetto a quando (marzo 2012) uno studio dell’istituto geologico nazionale scrisse che il fracking avrebbe risolto i problemi di approvvigionamento di gas per i successivi 35 anni. Malgrado gli incentivi voluti per primo dall’ex premier Donald Tusk – attuale presidente del Consiglio Europeo – molti progetti si sono arenati e sette delle undici multinazionali che avevano investito nel Paese si sono ritirate, a causa di ritardi nei permessi e di risultati inferiori alle aspettative. La protesta della comunità locale ha spinto la Chevron a cancellare i piani di ricerca a Zurawlow. I fautori dello shale ripetono che ci vuole pazienza, e che al di là dell’Oceano i risultati non sono stati immediati. L’Unione Europea ha demandato la questione ai singoli Stati: in assenza di un approccio comunitario sono i governi nazionali a decidere se concedere o meno le licenze di esplorazione. Allo stato attuale soltanto sei Paesi hanno detto sì: oltre a Gran Bretagna e Polonia, ci sono Germania, Romania, Danimarca e Ungheria. La US Energy Information Administration ha stimato che il sottosuolo europeo potrebbe contenere migliaia di miliardi di metri cubi di shale gas. Eppure il prossimo vertice annuale della maggiore lobby continentale, la Shale Gas Europe – Varsavia, 17-18 novembre – si annuncia più teso del solito.

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