«Jobs Act? Il governo fa quello che vuole»

«Jobs Act? Il governo fa quello che vuole»

«Il messaggio che il governo ha voluto mandare con il Jobs Act è molto importante: di quello che gli chiede il partito, anche all’unanimità, se ne frega». La senatrice Erica D’Adda non ci gira troppo attorno. Ricercatrice lombarda, è uno dei componenti della commissione Lavoro di Palazzo Madama. «C’era un accordo con il governo, ma alla fine hanno cambiato idea. Allora me lo dica lei, cosa lavoriamo a fare? Perché discutiamo in commissione, cerchiamo con difficoltà una sintesi, se poi al governo non importa nulla?». 

A far discutere sono soprattutto i licenziamenti collettivi. Il Pd era riuscito ad approvare due pareri – sia in commissione alla Camera che al Senato – dove si chiedeva di lasciare il diritto al reintegro, escludendo il capitolo dal Jobs Act. Alla fine il governo ha preferito non tenerne conto. «E da oggi il mio stato d’animo è completamente diverso» continua la senatrice D’Adda, esponente della minoranza democrat. «Certo, continuerò a lavorare come prima. Anche venti ore al giorno. Ma adesso il dialogo si fa più complicato». Lo scontro potrebbe avere qualche conseguenza quando a Palazzo Madama – dove i numeri della maggioranza sono più risicati – arriverà la riforma costituzionale. E dove forse potrebbe tornare anche l’Italicum. «Sul combinato riforme costituzionali e legge elettorale continuo a essere critica», ammette le senatrice ormai poco disposta a venire incontro alle esigenze dell’esecutivo. «Io non conto molto. Per citare Papa Ratzinger, sono solo un umile lavoratore nella vigna. Ma sulle riforme costituzionali prenderò una decisione solo in base ai miei valori e alla mia coscienza politica».

Senatrice D’Adda, partiamo dal Jobs Act. E dal lavoro che avete svolto in commissione Lavoro.
Eravamo convinti di poter cambiare qualcosa. Come gruppo Pd avevamo scelto di concentrarci su alcuni punti specifici, ad esempio mantenere la legge vigente sui licenziamenti collettivi. Si trattava solo di lasciare in vita alcune garanzie per i lavoratori, senza vietare a nessuno di ristrutturare le aziende. Con buonsenso, la commissione ha votato in questa direzione, sia alla Camera che al Senato. Il Partito democratico si è espresso in modo compatto. 

Ma il decreto delegato varato dal governo non ne ha tenuto conto.
I pareri che diamo non sono vincolanti, lo so benissimo. Ma se due commissioni parlamentari esprimono lo stesso parere e di questo non si tiene assolutamente conto…. Allora che abbiamo lavorato a fare? Perché dobbiamo esprimere pareri che il governo non legge e di cui non gli interessa nulla? Premesso che già da questo fine settimana ho ricominciato a studiare le prossime 4-5 nuove proposte di decreto del Consiglio dei ministri, il dubbio viene. Allora a che serve lavorare?

Tutta la polemica si limita ai licenziamenti collettivi?
Guardi, il Jobs Act conteneva proposte buone e proposte meno buone. Il contratto a tutele crescenti doveva spazzare via quella pletora di contratti che rendono la vita dei nostri giovani sempre più precaria. Ci aspettavamo un contratto a tempo indeterminato con tutele che dopo qualche anno sarebbero arrivate per tutti. Magari non subito, ma dopo un po’ sì. Invece si agisce quasi unicamente sulla possibilità di licenziare. E si rischia di riproporre quell’apartheid tra i lavoratori che sono tutelati e quelli che non lo sono. 

Però da domani ci saranno meno contratti precari.
Ma senta, anche qui… Bisogna leggerli bene questi decreti. Con il contratto a tutele crescenti c’è una tale facilità di licenziare che anche questo finisce per diventare un contratto precario.

Dalla minoranza Pd qualcuno sostiene polemicamente che Renzi sta attuando l’agenda della Troika con una fedeltà che persino Mario Monti potrebbe invidiargli.
Personalmente non ho grande fiducia nella sensibilità sociale della Troika. Detto questo, non so se sono loro a dettarci l’agenda economica punto per punto. A volte, forse, siamo noi ad essere troppo zelanti. Mi concentrerei per capire quali sono le aspettative dell’Europa, ma valuterei anche il fatto che l’Italia ha ancora una sua indipendenza. Non ci hanno ancora commissariato. Peraltro rispetto a molti altri Paesi europei noi non abbiamo ancora una vera rete di sostegno per tutti, in grado di intervenire quando si perde il posto di lavoro. La mia grande preoccupazione è proprio questa: ci siamo affrettati ad approvare riforme a costo zero, quelle che vanno a toccare i diritti dei lavoratori, ma poi rischiamo di scoprire che ci sono problemi di risorse per le politiche attive del lavoro.

Torniamo ai licenziamenti collettivi. Il vicesegretario del Pd Debora Serracchiani dice che il testo del Jobs Act è stato condiviso con la minoranza.
Se mi permette trovo quello della Serracchiani un intervento stonato. Lei parla, ma a quella trattativa non ha partecipato. Il confronto riguardava i licenziamenti collettivi ed è stato fatto con il ministro del Lavoro e il responsabile Economia del Pd (Giuliano Poletti e Filippo Taddei, ndr). A un accordo è seguita una chiusura totale. Le cose sono due: o chi parlava con i componenti delle commissioni lo faceva a titolo personale. Oppure il governo ha improvvisamente cambiato idea. Ripeto, in maniera legittima, perché i pareri delle commissioni non sono vincolanti. Ma in questo modo ha volutamente chiuso un canale di dialogo.

È stata una forzatura, come ha detto la presidente della Camera Laura Boldrini? 
Dal punto di vista dell’opportunità politica sì. A questo punto avrei preferito che sui licenziamenti collettivi il governo ci avesse detto che non era d’accordo fin da subito, magari spiegando la sua posizione. Questa modalità di azione, invece, renderà molto più difficile il dialogo. 

Ci saranno conseguenze?
Direi proprio di sì. La prossima volta il dialogo sarà più difficile, la battaglia sarà più serrata. E questo dovrà riguardare tutta la nostra area politica. È molto importante il messaggio che il governo ha voluto dare: non gli importa nulla di quello che il Partito democratico gli chiede, neppure all’unanimità. Mediaticamente il governo ci ha fatto sapere che se ne frega della nostra posizione. È ovvio che ci saranno conseguenze. Poi certo, io torno a lavorare anche venti ore al giorno sui prossimi decreti. Ma la mia posizione d’animo sarà molto diversa.

Non c’è solo il Jobs Act. Presto il Senato dovrà votare le riforme costituzionali. Se ci saranno modifiche alla Camera, forse tornerà a Palazzo Madama anche l’Italicum. Dopo l’archiviazione del patto del Nazareno la maggioranza rischia? 
Da quello che abbiamo visto è evidente che al Senato il governo ha qualche problema. Se tornerà la legge elettorale, io guarderò ai contenuti delle modifiche. Per quanto mi riguarda continuo a essere molto critica sul combinato tra riforme costituzionali e Italicum. Da questo punto di vista, il gruppo parlamentare dovrà fare un’attenta riflessione.

Così sembra tornare la contrapposizione tra Renzi e la minoranza Pd, ammesso che sia mai stata superata.
Con l’elezione del presidente della Repubblica si era instaurato un dialogo. Il presidente Renzi ha portato avanti in maniera magistrale la candidatura di Sergio Mattarella. Ma mentirei se le dicessi che non ci sono delle difficoltà. Guardi, per citare Papa Ratzinger: io sono un umile lavoratore della vigna. Ci sono personalità ben più importanti della mia. Ma per quanto riguarda la riforma costituzionale prenderò le mie decisioni solo in base ai miei valori e alla mia coscienza politica. Ho votato tutte le fiducie, tengo conto delle scelte del gruppo, sempre. Ma dobbiamo essere tenuti tutti in considerazione, le nostre posizioni mica ce le siamo inventate. Noi esprimiamo idee che vengono dai territori, dai nostri elettori. Ci sono tante potenzialità, dobbiamo valorizzarle tutte. 

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Linkiesta Paper Estate 2020