«La Ferrero è di tutti noi»

«La Ferrero è di tutti noi»

Come la pensano gli italiani lo si può comprendere anche dalle lettere ai giornali. C’è un sito, in Italia, che, quotidianamente, pubblica le lettere più interessanti, www.carodirettore.eu, nato per iniziativa dell’Azienda di soggiorno e turismo di Bolzano. Linkiesta ne propone qualcuna, rimandando al sito i lettori che vorranno avere un panorama ancora più vasto di ciò che gli italiani scrivono ai giornali, quotidiani e periodici.

La Repubblica 20 febbraio

Un criminale può essere un grande filosofo?

Ancora qualche parola sull’appassionante caso Heidegger. Un criminale può essere un grande matematico, un grande musicista, un grande pittore eccetera. Mi chiedo però: può essere anche un grande filosofo? Fin dalle sue origini la filosofia è consistita nello sforzo di definire il mondo, gli uomini — e se stessa cioè il proprio oggetto, il proprio metodo. Ogni filosofo, si può dire, ha avuto una sua concezione della filosofia. Heidegger non fa eccezione. Prendiamo atto che la sua concezione della filosofia contempla, senza orrore, l’ineluttabilità o persino la necessità di sterminare un intero popolo, perché giudicato un ostacolo alla (presunta) missione storica della Germania e, più in generale, dell’Occidente. Detto questo, sappiamo di che razza è il filosofo e di che razza è la sua filosofia. E ciascuno ne tragga le dovute conseguenze.

Giangaetano Bartolomei, Firenze, dbart@dada.it

Sanremo e Rai: avvilente il dileggio della ministra brutta

Si è concluso il Festival di Sanremo, come sempre con un grande successo di ascolti, confermando così il ruolo di televisione pubblica della Rai. Qualcosa, però, che a milioni di italiani ha strappato una risata, a noi ha invece ingenerato una forte perplessità. Alla presidente della Rai, Anna Maria Tarantola, vorremmo chiedere lumi sul senso della cosa pubblica se in una televisione pubblica, pagata da milioni di cittadine italiane che lavorano, diventa divertente scherzare sulla “bruttezza” delle ministre? Ne va del senso della Costituzione, della Democrazia, della Repubblica, della dignità umana: è stato avvilente l’encomio delle ministre “belle” e il dileggio della ministra “brutta” con tanto di gigantografia preparata dalla regia Rai. Pagata, ripetiamo, da milioni di donne. Su questi scivoloni è necessario vigilare perché, altrimenti, è l’Italia tutta a retrocedere. Vorremmo che il servizio pubblico si facesse voce di un’Italia finalmente libera da questi sguardi sempre così maschi sul corpo delle donne.

SeNonOraQuando — Factory, Roma

Corriere della Sera 20 febbraio

Perché il Donbass non può “staccarsi” dall’Ucraina?

Non molti anni fa l’Occidente sfilò alla Jugoslavia prima la Slovenia, poi la Croazia, poi la Bosnia-Erzegovina, infine il Kosovo. Per fare questo bombardò la Serbia e la capitale Belgrado per due mesi. Fece bene? Fece male? Non lo so. Però per quale motivo il Donbass russofono che non vuole entrare nella Unione Europea e magari non vuole neppure i missili Nato, non può «staccarsi» dalla Ucraina? I confini dell’Ucraina sono più inviolabili di quelli jugoslavi? Valgono di più l’etnia, la lingua, la religione o i confini geograficopolitici? Basta mettersi d’accordo. Aggiungo che Vladimir Putin, come ha sempre detto, si riterrebbe soddisfatto da ampie autonomie a Est e da una Ucraina neutrale, senza pretendere annessioni.

Pietro Savini, savini.anna@gmail.com

Da Tsipras una bella lezione di democrazia

La Grecia ha eletto al primo scrutinio il nuovo presidente della Repubblica. Syriza, partito di estrema sinistra, pur avendo la maggioranza assoluta,ha proposto e fatto eleggere presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos un conservatore, ministro di vari governi di centrodestra. Una bella lezione di democrazia ai partiti pigliatutto nostrani!

Virgilio Avato, virgilioavato@virgilio.it

Stampa 20 febbraio

La Ferrero è di tutti noi

I dipendenti della Ferrero, prima che lo facessero nelle aziende della Silicon Valley, considerano la loro azienda come se ne fossero azionisti. Di maggioranza. Non c’è solo un rapporto di lavoro/stipendio come accade quasi ovunque. Qui si è instaurato un attaccamento vero, quasi come in una famiglia vera. E ce ne sarebbe da raccontare su questa grande famiglia da cui volli andarmene tanti anni fa, col coraggio e l’incoscienza del figlio che lascia il padre. Famiglia. Questo viene in mente quando si pensa ai Ferrero, la sorridente, silenziosa, geniale e intraprendente stirpe di signori di origine doglianese che, unita, ha fatto nascere dal nulla l’impero dolciario. Quando il termine «famiglia» si riferisce all’azienda si allude ai ventiduemila dipendenti dei Ferrero (intesi come persona più che come Spa perché «mi travaji per Ferrero» si dice con fierezza) che dalla metà del secolo scorso si sono avvicendati a prestare la loro opera e hanno saputo creare legami indissolubili: fra loro stessi e con i «padroni». D’obbligo le virgolette, per «padroni», perché mai nessuno ha chiamato i Ferrero con tale appellativo, per un motivo molto semplice: ognuno si sente padrone a propria volta. Al massimo della formalità, si usa la parola «titolare». Ma il più delle volte «signor Ferrero». Oppure, più spesso, «signor Michele», «signora Piera», «dottor Pietro», «signora Maria Franca», «dottor Giovanni». Quando non, addirittura, «Miclin». Come mio nonno. E mai con spirito denigratorio, ma con rispetto. Quando si parla della Ferrero come di grande famiglia, questo s’intende. L’essere risorsa vera perché l’azienda per cui lavori è risorsa per te. Come il figlio a un padre. E viceversa. Ancora adesso non so come ho fatto a pensare di andarmene, dopo 7 anni esaltanti. Forse l’istinto che impone al giovane di contraddire il padre. Se la Ferrero non fosse stata tanto padre e tanto madre in un momento della vita in cui desideravo affrancarmi, oggi sarei a timbrare felicemente il cartellino della fabbrica del cioccolato, e al sorgere del sole vedrei le colline di Langa, non i palazzi e le nebbie di Torino.  

Teresio Asola

ItaliaOggi 20 febbraio

Il nostro Piave è il Grande raccordo anulare

Quelli dell’Isis dicono di essere a sud di Roma, parrebbero pronti a prendere d’assalto la città. C’è solo da sperare che restino impelagati sulla Salerno-Reggio Calabria. E se ce la fanno a superarla, c’è sempre il Grande raccordo anulare.

Ambrogio Bianchi

Avvenire 20 febbraio

Troppi silenzi su certi aspetti della fecondazione eterologa

Vorrei ringraziare “Avvenire” per le ottime pagine dedicate domenica scorsa al mercato dei gameti, in particolare degli ovociti. Il tema è imbarazzante e i mezzi di comunicazione tendono a ignorarlo. Eppure è chiaro che esiste ormai una rete strutturata e ben organizzata che copre moltissimi Paesi e vuole penetrare anche in Italia. La fecondazione eterologa necessità obbligatoriamente dei cosiddetti “donatori”, termine con cui si vela pudicamente un ampio giro di affari fondato sulla compravendita dei gameti e sullo sfruttamento delle giovani donne in condizione di bisogno. Per anni ci hanno detto che non era così. Per anni, nei dibattiti, ho ascoltato importanti specialisti (potrei citare i loro nomi) raccontare che, nel mondo ideale e autoregolato in cui si praticava la fecondazione in vitro, compresa quella eterologa, prima della legge 40, non c’era necessità di ricorrere al mercato. In quel mondo beato e solidale, si utilizzavano solo ovociti prodotti dalle stesse donne che si sottoponevano al trattamento di fecondazione assistita e che mettevano gratuitamente a disposizione di altre donne una parte dei propri ovuli. Oggi emerge una verità ben diversa: i gameti mancano, di donazioni vere, cioè gratuite, non c’è traccia. Il re è nudo; e sono nudi anche quei presidenti di regione che hanno spinto, e spingono, per consentire di praticare la fecondazione eterologa a qualunque costo. Oggi, quando si pone il problema della gratuità, la risposta degli operatori del settore è disarmante: la domanda di ovociti è elevata, si dice, e l’offerta scarsa. Ai “donatori” non basta un rimborso spese, specie alle donne, vista l’invasività dell’intervento: senza una qualche forma di compenso non ci saranno ai gameti a sufficienza per rispondere a tutte le richieste. Ma se il criterio è l’equilibro tra domanda e offerta, a fronte di un “ diritto” all’eterologa, mi chiedo allora per quale motivo non si fa lo stesso ragionamento per la donazione di organi, proponendo una forma di compenso per chi potrebbe offrirne, da vivente, a persona gravemente malate. Sarebbe tecnicamente possibile per reni, lobi polmonari, segmenti di fegato, pancreas o intestino. Allora, perché non stabilire un opportuno “risarcimento” per chi, cedendo un proprio organo -e potendo comunque continuare a vivere in salute- salverebbe la vita a un’altra persona? Quante persone sono morte, mentre in lista d’attesa, speravano arrivasse per loro un rene di ricambio? Se si pensa di incentivare economicamente (anche solo mediante una forma di “indennità” e non un pagamento esplicito) l’offerta di gameti, a maggior ragione si dovrebbe seguire la stessa strada nel caso sia in gioco una vita umana. Insomma, se mercato deve essere, che mercato sia. Discutiamone apertamente, senza infingimenti, senza imbarazzati silenzi, senza usare a sproposito parole come “donazione”. Ma con onestà intellettuale rispondiamo alla domanda: è giusto, è accettabile pagare chi cede parti del proprio corpo ad altri che ne hanno bisogno per sopravvivere? E’ giusto che si apra un mercato del corpo umano? Se si risponde di “no” perché sono chiare le gravissime implicazioni etiche e sociali di una scelta simile, qualcuno spieghi perché invece si è così tolleranti, così disponibili a chiudere un occhio quando si tratta della fecondazione artificiale. Qualcuno mi spieghi perché sulla stampa nazionale non si trova mai un servizio come quello pubblicato da “Avvenire”.

Eugenia Roccella, parlamentare di area popolare e vicepresidente Commissione Affari Sociali della Camera