Gorky ParkL’accordo tra Russia e Ucraina è troppo fragile

L’accordo tra Russia e Ucraina è troppo fragile

L’accordo all’ultimo minuto per scongiurare una pericolosa escalation è stato raggiunto, ma su Minsk 2 pesano tutte le incognite che negli ultimi mesi hanno reso Minsk 1 carta straccia. Le trattative molto lunghe e difficili, terminate con il successo provvisorio della diplomazia, hanno segnalato comunque quanto alta sia la posta in gioco: non si tratta solo di guerra o pace in Ucraina, ma della stabilità dell’intera Europa che dalla fine della Seconda guerra mondiale non ha mai più visto una crisi così grave, con Russia e Occidente su posizioni, anche militari, diametralmente opposte. Non ci sono garanzie assolute che questa volta il compromesso momentaneo regga sul lungo periodo, ma il risultato è probabilmente quello massimo, visto che l’alternativa sarebbe stato un allargamento immediato del conflitto nel Donbass e la trasformazione di un duello locale in una proxy war, una guerra per procura come quelle viste ai tempi della Guerra fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti.

Rispetto a Minsk 1, sottoscritto cinque mesi fa sotto la regia di Petro Poroshenko e Vladimir Putin, Minsk 2 è uscito con la collaborazione dei due leader europei che nel corso della crisi si sono dati più da fare per mediare non solo tra Mosca e Kiev, ma anche tra il Cremlino e la Casa Bianca, cioè Angela Merkel e Francois Hollande. Soprattutto le arti diplomatiche della cancelliera e del ministro degli Esteri tedesco Frank Walter Steinmeier sono state determinanti per mettere un tappo al pentolone ucraino che stava per esplodere definitivamente. Il baratro è stato allontanato, almeno per ora. La pressione occidentale sulla Russia è stata ed è un elemento importante rispetto a settembre 2014: la situazione economica a Mosca è peggiorata, anche a causa delle sanzioni occidentali che sono intervenute su una congiuntura già debole e un’economia condizionata dal prezzo del petrolio praticamente dimezzato nel corso dell’ultimo anno. Il Cremlino ha quindi buoni motivi per far sì che da parte loro i separatisti del Donbass si attengano davvero ai patti.

Da parte sua l’Ucraina si trova in condizioni disastrose, al di là della guerra: il piano di aiuti del Fondo monetario internazionale è passato dai 17 miliardi di dollari concordati lo scorso anno ai 40 definiti oggi. Senza il supporto occidentale l’ex repubblica sovietica sarebbe già sprofondata, anche perché presidente e governo sono imprigionati nei vecchi meccanismi oligarchici che impediscono in sostanza la realizzazione delle necessarie riforme. Ecco perché l’accordo di Minsk appare come una buona via d’uscita per Mosca e un salvagente per Kiev sulla via del naufragio. Come Putin avrà il suo bel da fare nel tenere sotto controllo i ribelli, non certo un gruppo omogeneo e guidati da plurimi interessi, così Poroshenko dovrà contenere quel partito della guerra guidato dal premier Arseni Yatseniuk che in questi mesi ha sempre spinto per la soluzione militare della crisi e il coinvolgimento a fianco di Kiev di Stati Uniti e Nato. Se la maratona diplomatica a Minsk durata 17 ore è finita con un accordo, il pericolo è però che la montagna abbia partorito un topolino.

Anche nei dettagli l’intesa ricalca in sostanza il modello già visto e gli elementi principali sono gli stessi, dal cessate il fuoco immediato al ritiro delle armi pesanti e alla creazione di una zona cuscinetto larga 50 km. La verifica che tutto si svolga nei tempi e modi prestabiliti è affidata come in precedenza all’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, incaricata anche di controllare il confine russo-ucraino. Tutto già visto, esattamente come le professioni di buona volontà dei separatisti che hanno parlato di una speranza di pace. La realtà è che il destino dell’Ucraina è ancora appeso a un filo e senza l’applicazione di tutti i punti dell’intesa da parte degli attori in gioco le speranze lanciate da Minsk finiranno presto nel vuoto. Come hanno sottolineato Merkel e Hollande è stata raggiunta oggi in Bielorussia un’intesa per una soluzione politica complessiva, che apre una speranza, anche se non tutto è stato fatto. Ora bisognerà dunque vedere se gli accordi verranno rispettati. Per l’Ucraina si tratta di una questione di sopravvivenza.

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Linkiesta Paper Estate 2020