Quando Mattarella sconfisse la P2 dentro la Dc

Quando Mattarella sconfisse la P2 dentro la Dc

Sobrio è sobrio, ma non per questo meno deciso nelle scelte politiche, anche quelle più difficili. Così, per comprendere meglio la figura del nuovo presidente della Repubblica, è necessario fare riferimento a due momenti della vita politica nazionale nei quali Sergio Mattarella ebbe un ruolo importante, sia pure non esponendosi mai troppo in pubblico. Il primo passaggio chiave della biografia politica del futuro Capo dello Stato è quello dello scandalo P2, lì nacque anche l’intesa con Tina Anselmi l’esponente democristiana che a lungo presiedette la commissione d’indagine sulla loggia massonica denunciandone i disegni eversivi (Mattarella entrò nella commissione a partire dal 1983); quindi bisogna fare un salto fino alla nascita dell’amministrazione guidata da Leoluca Orlando a Palermo nel 1987, era il periodo  della battaglia per la legalità e contro la mafia, del maxiprocesso a Cosa Nostra.

Nel 2011 Mattarella ha ricostruito, in un’intervista per Radio Rai ad Alessandro Forlani, il suo impegno nella vicenda P2 (la scoperta dei famosi elenchi con gli iscritti risale al 1981 ma la loggia operava dalla metà degli anni ’70). La Dc era stata investita dallo scandalo, alcuni suoi esponenti di alto livello, anche membri del governo, ministri, sottosegretari, erano risultati iscritti alla loggia. Il capo del governo dell’epoca è Arnaldo Forlani. In quel momento, racconta Mattarella “la Dc non aveva il collegio di giustizia interno, i probi viri, che era scaduto da oltre un anno; fu ricostituito in gran fretta e a me chiesero di presiederlo, mi occupai del giudizio degli iscritti della Dc inclusi negli elenchi della P2. Decidemmo alcune espulsioni e numerose sospensioni (un anno era il massimo possibile); naturalmente le decidemmo per quei casi in cui c’era qualche elemento di prova –  oltre all’inclusione negli elenchi della P2 – come la domanda d’iscrizione, delle lettere; eravamo un organo di giustizia, sia pure di partito e servivano quindi delle prove concrete”. “Ma su tutti quelli che erano compresi negli elenchi  – aggiungeva Mattarella – che a mio avviso erano tutti iscritti alla P2, rimase un’ombra che ne condizionò la vita nel partito con un giudizio morale negativo, perché lo statuto del partito vietava espressamente l’iscrizione a logge massoniche per cui vi fu nel partito uno sbigottimento e una protesta molto forte”.  L’inizio dell’attività politica di Mattarella è segnato insomma da due eventi: l’assassinio del fratello Pieresanti in Sicilia nel 1980 su ordine della mafia  – l’attentato fu forse opera dei Nar, i terroristi neri di Giusva Fioravanti e Massimo Carminati, che collaborò con la mafia, ma prove definitive non ve ne sono – e dal contrasto verso quella loggia massonica che doveva segnare pesantemente la vita della Repubblica.  

Dal giudizio di Mattarella sulla P2 emerge poi una visione politica e istituzionale ben precisa;  per quanti aderivano alla loggia – affermava infatti – “vi erano prospettive di carriera, vantaggi e affari, che erano offerti ai singoli per acquisirli alla Loggia, acquisizioni fatte però per coltivare e sviluppare gli obiettivi politici della P2”. Quest’ultima in definitiva “era uno strumento per condizione la politica attraverso gli apparati più importanti, sia dello Stato, sia militari, sia giornalistici”. Si trattava, proseguiva Mattarella, “di una struttura di potere alternativa al governo e contro il governo, che aveva il timore dei contatti fra governo e opposizioni, rapporti che potevano rafforzare le istituzioni, perché istituzioni più forti e condivise fra le forze politiche attenuano e riducono gli spazi di potere indebito”. In questo senso “il fatto stesso che gli iscritti non si incontrassero fra di loro ma rispondessero tutti a un vertice” è assai significativo: “erano tutte pedine di un vertice che aveva un obiettivo politico: condizionare la politica nazionale, governo e Parlamento svuotandone alcune competenze di fatto attraverso il controllo degli apparati. 

Questa attitudine, questa tentazione perversa di un intreccio  fra persone e ambienti che pretendono di decidere fra di loro in segreto cosa deve avvenire nel Paese, è una tentazione ricorrente”. Alcuni elementi sono evidenti: l’autonomia di Parlamento e governo da poteri e lobby esterne ad essi, la ricerca di un dialogo costante fra maggioranza e opposizione per rafforzare le istituzioni e allontanare il rischio di ingerenze indebite. Ma anche la denuncia di una tentazione ricorrente nel nostro Paese di costruire poteri paralleli a quelli democratici per determinare assetti e decisioni. C’è in questo schema già una prefigurazione della lettura istituzionale che Mattarella potrà applicare nel suo mandato. Sul piano politico Mattarella è stato fra gli artefici della “primavera di Palermo”, ovvero del tentativo portato avanti da Leoluca Orlando fra il 1987 e il 1990, di dare vita a un’amministrazione slegata dai vecchi tentacoli mafiosi che pure toccavano largamente la Dc dell’isola. L’operazione ebbe il sostegno pieno dei gesuiti del Centro Arrupe guidati all’epoca da padre Bartolomeo Sorge, già direttore della Civiltà cattolica e di Aggiornamenti sociali, le due riviste della Compagni di Gesù. E’ stato padre Sorge a ricordare in questi giorni come Mattarella fu un artefice meno visibile in pubblico ma determinante di quella svolta. 

Secondo il gesuita, anzi, Mattarella fu l’uomo decisivo nel far approvare la svolta anche dalla direzione nazionale della Dc. “Si trattava – ha raccontato padre Sorge –  di varare il ‘governo anomalo’ senza i socialisti e con l’appoggio dei comunisti e sarebbe stata una rottura rispetto alla coalizione nazionale. Da Roma dicevano: così ci create un guaio. Mattarella argomentava con tranquillità le nostre ragioni per far capire che la situazione di Palermo era drammatica e unica e bisognava pertanto trovare strade nuove”. Poi “all’ultimo momento, quando bisognava presentare le liste, è stato Mattarella a dare le garanzie al partito in una telefonata con Roma, mi pare che dall’altra parte del telefono ci fosse De Mita. Alla fine da Roma dissero: voi siete lì, conoscete la situazione, andate avanti ma non create problemi. E nacque la giunta anomala per il bene della città e della legalità.

Mattarella è così: discreto, sa convincere, ha un forte spessore morale, non si scalda. E’ quello che ci vuole per fare il Presidente”. Dunque non solo uomo delle istituzioni, Mattarella fu artefice di un’operazione politica non semplice: l’allargamento ai movimenti ambientalisti e di sinistra e poi al Pci del governo siciliano in contrasto con la linea nazionale di alleanza stabile della Dc con il Psi, i repubblicani e i liberali. Una stagione breve quella della primavera palermitana, durata qualche anno, nata anche sulla spinta del maxiprocesso contro Cosa nostra portato avanti dai giudici Falcone e Borsellino; sul piano politico la svolta  ebbe la netta e pubblica opposizione di Andreotti. La Primavera di Palermo fu evento che nel quale oggi si riscontrano aspetti positivi, di rinnovamento, e fattori irrisolti, mancati. E tuttavia già in quella stagione, mentre si avviava al tramonto la prima repubblica, il gruppo della sinistra democristiana provava a costruire percorsi politici alternativi rispetto agli equilibri esistenti. 

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