Sarà la finanza a esportare il food italiano

Sarà la finanza a esportare il food italiano

L’idea è avvicinare due mondi: la finanza e il food. L’obiettivo è ambizioso, cioè rilanciare l’industria alimentare italiana e, se possibile, conquistare il mondo straniero. La cornice è l’incontro al palazzo della Borsa, organizzato dal D Club (club, non associazione, come tengono a sottolineare, di donne del mondo dell’imprenditoria). I risultati, però, non sono sempre scontati.

A parlare c’è un parterre di ospiti di livello: si va dal padrone di casa Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa italiana che fa la presentazione, a Guido Barilla, passando per Andrea Bonomi, di Investindustrial e Bob Kunze Concewitz, del gruppo Campari. Ma anche Fabio Degli Esposti, di Nespresso Italia, e Pilar Braga di Segafredo. Insomma, i big del food e del beverage.

Il problema di partenza, su cui più o meno si discute per tutto l’incontro, è esposto da Paolo Braghieri, di Ge Capital: l’Italia «da settant’anni investe sulla sua industria alimentare: un investimento occulto che porta a un risultato sconcertante: a livello di esportazioni è al settimo posto. Sopra ci sono gli Usa, ma anche Spagna e Francia, e perfino Germania». Su quest’ultima si leva lo scandalo. La qualità del brand Italia battuta dall’organizzazione tedesca? «Sì. Ma è anche una questione di dimensioni. Le aziende italiane sono piccole, e per andare a conquistare i mercati stranieri ci vuole altro peso».

Il problema è che le piccole dimensioni sono anche il valore aggiunto della qualità, quello che le rende distintive. Un dilemma, cui si aggiunge un altro motivo di preoccupazione, cioè il “complesso di superiorità” del Made in Italy: espressione (coniata da Fabio Degli Esposti) che definisce la consapevolezza, tutta italiana, di fare prodotti di qualità che piacciono molto all’estero. Ma che frenano l’innovazione.

Bisogna ricordare sempre che all’estero il cibo italiano è cibo etnico

Ognuno ha i suoi rimedi: c’è il pragmatismo della Campari, che in Veneto ha aumentato di otto volte le vendite dell’Aperol vendendo lo Spritz già pronto. O della Venchi, che vende cioccolato all’estero con la consapevolezza che, là fuori, «il cibo italiano è cibo etnico», spiega Daniele Ferrero, ad dell’azienda. «Non basta che sia buono, che sia bello, che sia fatto bene», come dice lui: «Serve anche un contenuto emozionale». Deve dare un’idea di qualità, di essere un’esperienza che lo renda unico. E serve anche essere forti in patria.

Tutti d’accordo, certo, ma non ci si schioda dalla questione: come fare per andare all’estero? Come spiega Andrea Rigoni di Rigoni Asiago, «non è un pranzo di gala, per citare Lenin», anche se è Mao. E la finanza? Come può aiutare? La risposta la dà Guido Barilla presidente del gruppo Barilla. «Food e finanza non sono sintonici». Nel senso che «nell’industria alimentare serve tempo, è un settore che richiede grandi investimenti, molta fiducia e pazienza. Funziona con altri tempi rispetto a quelli finanziari». Ma i due non sono inconciliabili: basta che ci sia la consapevolezza che l’investimento nel food è sì un investimento, ma a lungo termine. E che «per coltivare una brand awareness all’estero servono anni». Anche perché, aggiunge Degli Esposti, alle aziende servono capitali, «non basta avere una buona idea e un buon prodotto».

E allora la soluzione è una “cabina di regia”, «che dall’alto guidi le imprese per fare volume all’estero», cioè dia le direttive, guidi, aiuti, crei la rete (necessaria) per portare il valore aggiunto italiano a conquistare i mercati stranieri. Sì, ma chi? Alla domanda di Linkiesta, Barilla risponde sicuro: «Il Paese». Si intende il sistema-Paese, – e nella sostanza, il governo – entità che decida di stanziare più fondi per il food, che scelga di investire in modo massiccio nel Made in Italy, che orienti le proprie politiche per promuovere questo settore industriale preciso. «Il Paese», ripete. «Abbiamo le miniere? Abbiamo il petrolio? Non mi sembra. Occorre concentrarsi sulle risorse del territorio, e l’agroalimentare è una di queste».

Nel frattempo, nel corso dell’incontro, la Massimo Zanetti Beverage Group ha dichiarato di aver ripreso il processo di quotazione in borsa. Avevano provato nell’autunno 2014, ma poi l’operazione era stata interrotta. Adesso, spiega Pilar Braga, membro del Cda del gruppo e relatore della conferenza, «si ricomincia». Il termine previsto è il 15 maggio. Alla base della decisione c’è un più facile accesso al credito e l’intenzione di fare nuove acquisizioni. Il mondo della finanza, come si vede, e quello del food, trovano il modo per parlarsi. E l’obiettivo, in fondo a tutto, è proprio questo.