Tutte le strade della finanza passano dallo Stato

Tutte le strade della finanza passano dallo Stato

Può essere che stia scrivendo cose scontate e che sapete già, ma la riflessione del giorno è che qualsiasi iniziativa che riguarda l’apporto di nuova finanza per sostenere le Pmi passa in un modo o nell’altro per i soldi o le garanzie dello Stato Italiano. Peraltro quello stesso Stato che è in bolletta, che non paga i debiti arretrati, che fatica a rispettare i vincoli di bilancio e che voracemente preleva anticipi fiscali per fare quadrare i conti.  Breve, ma non troppo, elenco, delle ultime novità:

• Credito bancario: oggi se si vuole ottenere credito in banca, è chiaro che la strada più facile e suggerita dalle stesse banche è una bella garanzia statale fornita dal Fondo Centrale di Garanzia che copre fino all’80% (!) il rischio d’insolvenza e arrivando dallo Stato consente alla banca di non accantonare capitale per l’80% del finanziamento erogato. Una festa: basso rischio, tassi d’interesse comunque alti. Basta guardare le statistiche del FCG del 2014 per vedere l’aumento delle operazioni approvate e garantite. E’ aumentato il credito alle imprese nel 2014? No, quindi le garanzie sono servite a non farlo diminuire di più o più onestamente a rimpiazzare rischio-impresa con un altro pezzo di rischio-Stato.

• Credito non bancario 1- Sace: adesso con gli ultimi provvedimenti è stata data licenza bancaria piena alla Sace, che potrà fare finanziamenti diretti alle imprese e non più concedere solo garanzie e scontare fatture. Se questi finanziamenti siano limitati al sostegno dell’export non è neppure chiaro, ma è chiaro che Sace è posseduta dallo Stato tramite la Cdp e non è stata privatizzata.

• Credito non bancario 2-i minibond: per facilitare il collocamento dei minibond che stanno uscendo a poco a poco, ma a un ritmo inferiore a quello auspicato, lo Stato si rende disponibile a garantire parte del rischio ai fondi che acquistano minibond. A mio avviso questa garanzia altera e snatura l’idea più nobile di creare un bel mercato obbligazionario di buone aziende basato sul rischio corporate a 5 o 7 anni. Se lo Stato garantisce molto o poco il processo di selezione degli investitori è comunque alterato.

• Credito non bancario 3- securitization: non è ancora scritto sulla pietra ma sono convinto che per aiutare il mercato della cartolarizzazione dei prestiti alle Pmi, con cui le banche dovrebbero liberarsi di pezzi del loro attivo immettendoli nel mercato degli investitori internazionali (o nella pancia del Qe della Bce), lo Stato dovrà aggiungere la sua garanzia altrimenti quei titoli un po’ troppo rischiosi non troveranno tanti compratori a buon mercato.

• Credito malato 1: qualche batti e ribatti oggi sulla questione della Bad Bank e di quale forma prenderà, ora che tutti si dichiarano a favore di un progetto (che andava fatto 3 anni fa, secondo il mio umile parere). Qualsiasi sarà la soluzione è certo che lo Stato dovrà comunque intervenire direttamente o indirettamente e mettere fondi o garanzie per fare in modo che il gap tra il prezzo offerto da chi vuole comprare sofferenze bancarie e il prezzo a cui he le banche possono vendere senza subire pesanti minusvalenze si avvicini al punto di chiudere quelle operazioni che oggi non si chiudono facilmente.  Altre garanzie ed escamotage per non fare rientrare gli impegni dello Stato nel tetto del deficit.

• Credito malato 2-Il Fondo Salva ImpreseUltima creatura partorita dal governo, forse con un po’ di ritardo, forse necessaria anche se pericolosa nella sua facoltà di discriminare una società da salvare da un’altra ecco il Fondo Salva Imprese così definito nel comunicato stampa del Governo: un’altra garanzia.

La misura è volta a promuovere la costituzione di una Società di servizio per la ristrutturazione, il riequilibrio finanziario e il consolidamento industriale di imprese italiane in temporanee difficoltà patrimoniali e finanziarie, ma con buone prospettive industriali ed economiche. Si tratterebbe pertanto di uno strumento caratterizzato da natura e finalità diverse rispetto ai Fondi partecipati e promossi dalla Cassa Depositi e Prestiti – F2i, Fondo strategico italiano, Fondo italiano d’investimento – che sono tenuti a investire in aziende non solo prospetticamente, ma anche correntemente in utile. Il capitale della Società sarà interamente sottoscritto da investitori istituzionali e professionali attraverso l’emissione di azioni, alcune delle quali possono godere anche della garanzia dello Stato. Alle azioni non garantite sono attribuiti maggiori diritti di governance. Gli azionisti che detengono titoli garantiti sono tenuti a riversare allo Stato una quota dei dividendi a titolo di premio sulla garanzia ottenuta.

Sempre in zona parcheggio le iniziative private di Intesa e Unicredit con Kkr e dell’Abi con le altre banche. Forse perché là non era prevista garanzia dello Stato.

Capitale di rischio 1-Ace: a gran voce le imprese chiedono benefici fiscali per chi fa aumenti di capitale e lo Stato li ha concessi con l’Ace, magari non così esaltanti (infatti si grida al rialzo) ma li ha dati. Secondo me ne hanno beneficiato le imprese che non ne avevano bisogno, cioè quelle grandi e già ben capitalizzate mentre i piccoli hanno fatto due conti dal commercialista e hanno fatto spallucce.

• Capitale di rischio 2- private equity e venture capital. Lo Stato è chiamato a intervenire per rilanciare gli investimenti di private equity in Italia, direttamente con il Fondo Italiano Investimenti, indirettamente comprando quote di altri fondi di private equity e adesso anche di start up. Altre centinaia di milioni messi sul tavolo, perché l’Italia non ha saputo sviluppare sufficientemente un settore di investitori come in Francia, in Uk, in Usa e non ha ancora compreso che il denaro privato è più fertile di quello pubblico.

Spero siano bastati questi esempi. Stringi stringi sembra che in Italia se vogliamo che alle imprese affluisca più credito o più capitale ci debba sempre pensare la grande mamma Stato. Alla prova del nove la finanza alternativa italiana più che alternativa sembra subalterna e votata al sussidio statale. C’è chi dice che mettendo insieme due zoppi non si ricava mai un centometrista ed è purtroppo vero. Speriamo solo che questa stampella sia temporanea, altrimenti diventa una droga per chi fa intermediazione finanziaria e all’estero questo si chiama ‘moral hazard’.

Nello stesso momento, nell’altro emisfero la più grande piattaforma alternativa di finanza per le imprese, l’americana Lending Club -ora quotata in borsa- firma un accordo con la più grande piattaforma mondiale di e-commerce, la cinese Alibaba e finanzierà da $5.000 a $300.000 gli acquisti di piccole imprese americane in Cina.

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