Yemen, l’altra Libia (con Al Qaeda al posto dell’Isis)

Yemen, l’altra Libia (con Al Qaeda al posto dell’Isis)

Un gruppo di ribelli conquista la capitale, mentre il presidente legittimo, secondo i dettami della comunità internazionale, si rifugia in un’altra città, lanciando proclami di lotta, e le Nazioni Unite tentano, senza successo, una mediazione. Vi ricorda qualcosa? La Libia, certo, ma da qualche giorno anche lo Yemen, dove lo scenario “due governi, due capitali, due gruppi di milizie” comincia a prendere forma, in un inquietante parallelo con il caos libico.

Le differenze non mancano, anche se in entrambi i casi la destabilizzazione del Paese ha inizio nel 2011, quando il contagio della primavera araba varca i confini della Tunisia e arriva fino a Tripoli e a Sana’a, mettendo a rischio il trono repubblicano di due decennali autocrati, Muammar Gheddafi, al potere dal 1969, e Ali Abdullah Saleh, al vertice in Yemen dal 1978 (prima come presidente dello Yemen del Nord, poi della nazione unificata). La rivolta contro il regime diventa guerra civile: in Libia significa, sostanzialmente, Tripolitania contro Cirenaica, nella penisola arabica il mosaico è, se si vuole, ancora più complesso: l’opposizione, compresi gli islamisti di al Islah, contro il governo, gli sciiti houti, forti nel Nord del Paese, contro la maggioranza sunnita, e un movimento separatista a Sud, dove è forte anche la presenza di al Qaeda.  

Gheddafi viene catturato ed ucciso, Saleh è ferito in un attentato e poi acconsente, su pressione di Occidente e monarchie del Golfo, a una transizione non traumatica: alla presidenza sale il vice, Abdu Rabbu Mansour Hadi, e lui ottiene l’immunità da tutte le accuse. Mentre la Libia, terminata la missione Nato, scivola progressivamente verso un’altra guerra civile, lo Yemen pare stabilizzarsi. Gli houthi sembrano calmarsi, si lavora ad una nuova costituzione e Hadi diventa un pilastro nella lotta contro il fondamentalismo islamico, un alleato modello per gli Stati Uniti, tant’è che Obama presenta lo Yemen come una success story, un paradigma della sua campagna di counterterrorism, a  bassa intensità mediatica, fondata sugli omicidi mirati dei droni (che a Sana’a, infatti, non hanno grossi problemi di accesso: nel settembre 2011 gli americani uccidono in questo modo il leader di al Qaeda nella Penisola Arabica, Anwar al Awlaki, ispiratore di attentati anche in Occidente).

Poi, però, la situazione precipita e assume le forme di una canonica guerra tra sciiti e sunniti, foraggiati dalle potenze regionali (nel primo caso, l’Iran, nel secondo l’Arabia Saudita): gli houthi accusano il governo di essere inefficiente e corrotto, e a settembre 2014 dalle loro basi nel Nord muovono verso Sana’a. Prima costringono l’esecutivo ad una mediazione, poi, a gennaio 2015, dicono di rifiutare la bozza di costituzione che si sta preparando e sequestrano il capo dello staff del presidente. Infine conquistano i centri del potere ed arrestano lo stesso Hadi, tenendolo prigioniero in casa e costringendolo a scrivere una lettera di dimissioni. Tramite una “dichiarazione costituzionale” proclamano lo scioglimento del Parlamento, sostituito da un consiglio di transizione di 551 membri  (non riconosciuto, però, né dalle principali forze politiche né dai Paesi dell’area).

Negli ultimi giorni scatta la controffensiva dei sunniti. Il presidente lascia la capitale (non è chiaro come, se grazie ad un blitz o dopo un accordo con la controparte, e in seguito a minacce di sciopero di molti funzionari) e si trasferisce ad Aden, città meridionale assai strategica, porto affacciato sul golfo omonimo, in un’area in cui gli Houthi sono malvisti e non hanno di fatto alcun controllo. Hadi ritira le dimissioni e invita i ministri a lasciare Sana’a per ricostituire il governo a Sud. L’ambasciatore dell’Arabia Saudita si trasferisce ad Aden, considerando legittimo solo l’esecutivo in esilio (a Sana’a quasi tutte le ambasciate sono chiuse). 

Due governi, due gruppi di milizie, due coalizioni internazionali di sostegno, come in Libia? E’ stato lo stesso leader degli sciiti, Abdel-Malek al-Houthi, ad invocare questa prospettiva, addossando la responsabilità agli avversari, in particolare all’Arabia Saudita, accusata esplicitamente “di imporre allo Yemen il modello libico”.

Le Nazioni Unite, come a Tripoli, spingono perché le parti trovino un accordo, ma le certezze scarseggiano. Il Parlamento non si riunisce dal mese scorso, quindi non ha ancora valutato le dimissioni di Hadi, che adesso sono sparite dal tavolo. Alcuni ministri non possono trasferirsi ad Aden, perché ancora agli arresti domiciliari a Sana’a: chi tenta di spostarsi a Sud rischia un accusa di tradimento da parte degli houthi. I ribelli puntano sul risentimento anti-americano della popolazione, frutto della campagna dei droni, ma non sono riusciti a portare l’esercito dalla loro parte. Hadi, spalleggiato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo, vuole che il dialogo tra i due fronti si svolga ad Aden. Il compito dell’inviato speciale delle Nazioni Unite, Jamal Benomar, si preannuncia molto arduo e i tempi stringono, perché, se il caos dovesse perdurare, a trarne vantaggio sarebbe al Qaeda.

Lo Yemen, come la Libia, è un Paese in cui le armi circolano liberamente e la struttura sociale è ancora imperniata sulle tribù. Non c’è una parcellizzazione del potere in mano alle milizie, come in Nordafrica, ma la presenza di movimenti separatisti, a Nord e a Sud, unita alla penetrazione di al Qaeda, rendono la situazione altrettanto pericolosa. Senza tenere conto del convitato di pietra (o, meglio, dietro le quinte): Saleh. Secondo un’indagine delle Nazioni Unite, l’ex presidente avrebbe sostenuto attivamente la rivolta degli houthi, “organizzando manifestazioni contro il governo ed attacchi alle infrastrutture energetiche”, tant’è che si parla insistentemente di un futuro politico per il figlio, Ahmed Ali Saleh, ex comandante militare, tuttora in contatto con le unità d’élite dell’esercito. A Saleh, certamente, non manca il denaro. Sempre secondo l’Onu, avrebbe accumulato un tesoro di sessanta miliardi di dollari, sottraendo progressivamente risorse alle casse statali, grazie a tangenti sulle concessioni petrolifere o sui programmi di sussidio alla popolazione. Per fare un parallelo, lo Yemen, 154esimo nella Indice Onu sullo Sviluppo Umano, ha un pil di 35 miliardi di dollari e più di metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.  

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