#jusquicitoutvabien«Alla televisione italiana serve un Book Show»

«Alla televisione italiana serve un Book Show»

C’è stato un tempo, tra gli anni 50 e gli anni 70, in cui in Rai — sia in televisione che in radio — ci lavoravano grandi scrittori del calibro di Giorgio Manganelli, Italo Calvino, Alberto Arbasino, Umberto Eco, Vittorio Sermonti e molti altri. Ma era un altro mondo, un’altra Italia e, ancor di più, era un’altra televisione.

C’erano tempi televisivi diversi , come diversi erano gli obiettivi. C’era un pubblico meno esigente e, soprattutto, non c’era concorrenza, visto che la tv commerciale in Italia sarebbe arrivata negli anni Ottanta e internet era ancora un sogno fantascientifico. Si poteva, insomma, far dialogare su Kafka e la psicanalisi Giorgio Manganelli e Franco Fortini, due pesi massimi della cultura italiana del dopoguerra, e si poteva registrare a camera fissa per una buona decina di minuti. Tra la letteratura e la televisione non c’era filtro, il linguaggio e i format erano quelli classici della letteratura, lo studio, il salotto, non c’era alcun tentativo di sperimentare.

Bisogna superare gli anni Ottanta, segnati dalla nascita delle televisioni commerciali e, di conseguenza, dallo sviluppo di una concorrenza sia televisiva che culturale, per assistere a quelli che probabilmente culturali sono ancora adesso i programmi più riusciti della storia della televisione: sono soprattutto gli anni di Baricco, che con Pickwick e Totem porta sul serio la letteratura in televisione.

Sperimentazioni riuscite, quelle di Baricco, ma mai veramente replicate. Nel frattempo in televisione si parla sempre più di libri — la maggior parte degli ospiti nei talk show non politici sono in qualche modo autori di libri e vengono invitati in concomitanza con le loro uscite — ma qualcosa è cambiato.

Ne abbiamo parlato con Marta Perego, giornalista culturale che per diversi anni ha condotto di Ti racconto un libro, su Iris – Mediaset, insieme allo scrittore Christian Mascheroni.

Come si fa a parlare di libri in televisione?
I programmi di libri si dividono in tre categorie: i programmi di libri puri, che si concentrano sulla cronaca letteraria e che ricalcano le pagine di cultura dei giornali (classifiche dei libri, novità in libreria, interviste agli autori, approfondimenti, il nonno nobile in Italia è L’Approdo e i programmi di Luigi Silori), i programmi “à feuilleton”, ovvero i prodotti tv che ripercorrono attraverso immagini, musica e narrazione i romanzi (Pickwick di Baricco ma anche Cult Book di Stas Gawronski) e i programmi di ibridazione, ovvero talk show, quiz, salotti tv che coinvolgono gli scrittori in qualità di ospiti. Le prime due categorie, in cui il problema di “pubblicizzare” o no non credo sussista, sono poco frequentate dalla tv italiana, se non sui canali tematici, mentre come tutti sappiamo, a farla da padrone è la terza.

«Meno di un italiano su due compra un libro all’anno e tutto ciò che ha il potere di incuriosire lo spettatore televisivo e portarlo in libreria è a mio avviso un bene»

Come si evita il rischio di limitarsi a pubblicizzarli?
“Pubblicizzare” è una parola che non mi piace, ma che se viene associata al concetto di “promozione” della lettura a mio parere può acquisire una connotazione positiva. Quando un programma molto seguito parla in varie forme di libri, anche invitando l’autore a parlare di calcio o intervistando uno scrittore su temi diversi dal suo libro, offre un servizio positivo nei confronti della lettura. Ricordiamoci sempre che meno di un italiano su due compra un libro all’anno e tutto ciò che ha il potere di incuriosire lo spettatore televisivo e portarlo in libreria è a mio avviso un bene.

Cosa manca nel panorama televisivo italiano?
Il problema in Italia è un altro: manca uno spazio di ricerca. Non esiste un vero e proprio Book Show, ovvero un programma di riferimento sulle grandi reti generaliste che offra settimanalmente consigli di lettura svariati che vadano dalle grandi uscite agli autori emergenti, passando magari dai libri di poesia.

Negli anni Novanta Baricco sembrava aver trovato il modo di rendere “televisiva” la letteratura con programmi di successo come Pickwick, per esempio. Perché oggi non si fanno più programmi così?
Negli anni Novanta c’è stato un gran fermento di programmi di libri in Italia. Non solo Baricco ma anche A tutto volume di Alessandra Casella su Canale 5, poi condotto da Daria Bignardi, che era un programma innovativo che applicava il concetto di hit parade alla lettura, andando in giro per l’Italia e dando voce ai lettori.

«Baricco non metteva in scena il libro in sè, ma gli effetti di quel libro sul lettore»

Quale è stata la forza di Pickwick?
Pickwick è stato un programma unico perché è riuscito a superare lo scoglio più grosso quando si decide di parlare di libri in tv: fare sì che un medium parli di un altro in maniera adeguata ma creando altro. Lì c’era Alessandro Baricco, scrittore, grande lettore, amante dei libri e abile comunicatore che attraverso il suo racconto non metteva in scena il libro in sé, ma gli effetti di quel libro (dal Giovane Holden a Bartleby lo scrivano) su Alessandro Baricco lettore. La sua personale narrazione avvolgeva lo spettatore, lo coccolava, lo incuriosiva. Mi viene da dire che il rapporto tra Pickwick e un libro è molto vicino a quello tra una riuscitissima serie tv (o un film) e un libro. Diciamo che Baricco ha realizzato una delle migliori trasposizioni televisive dei libri della storia della televisione italiana.

Senza programmi dedicati, gli unici in televisione che riescono a muovere le vendite dei libri sono diventati i talk show, soprattutto quelli di Fabio Fazio e Daria Bignardi, ma a che prezzo?
Il prezzo credo che sia proprio la mancanza di ricerca. È comprensibile che in questi contesti si privilegi l’incontro con grandi autori o il racconto di storie toccanti e umane che hanno coinvolto l’autore. Il peccato è che in fondo non ci sia molto spazio per altro.

Come si scelgono i libri da portare in televisione?
A questa domanda posso dirti come li ho sempre scelti io per la mia trasmissione: leggendoli. Nel mio caso specifico è stato necessario rimanere legati alle novità, alle uscite in libreria, ai festival, dato che Ti racconto un libro era un programma di informazione culturale del primo tipo, dedicato alla cronaca letteraria. Ovvio che la componente “personalità dell’autore” non è sottovalutabile nel momento in cui si parla di tv. Il mix perfetto probabilmente è avere un buon libro e una storia personale dell’autore accattivante. Cosa che non sempre si realizza. Ma spesso il trucco è proprio quello di rendere accattivante chi in tv proprio non lo sarebbe per natura…

«Se un ufficio stampa sa fare bene il suo lavoro può essere più facile arrivare alle trasmissioni che contano»

Si parla dei libri importanti o si parla dei libri “potenti”? Ovvero, quanto conta il lavoro e il peso degli uffici stampa nella comunicazione dei libri in televisione?
Se un ufficio stampa sa fare bene il suo lavoro può essere più facile arrivare alle trasmissioni che contano. Però mi piacerebbe uscire da logiche di complotto e non vedere solo la tv come la strega cattiva che non vuole parlare dei libri. Proviamo a fare una riflessione e ribaltare la faccenda: quando sono usciti libri italiani di buona qualità che hanno appassionato grande fasce di pubblico, la tv se n’è occupata e sono nati format intelligenti come quelli che abbiamo appena ricordato. I libri sarebbe bene che fossero interessanti di per sé e potenti di riflesso. Il caso Elena Ferrante è un esempio. Lei pubblica da più di 20 anni, quasi trenta, e ora, complice il successo in America e il mistero che ha saputo creare sulla sua identità, è diventato un caso. Ma la forza dei libri della Ferrante non sono né il mistero né il successo oltreoceano, ma i libri stessi, che conquistano lettori forti, deboli, medi e di ogni fascia d’età. Se veramente sarà finalista al Premio Strega sono certa che la diretta tv risveglierà la curiosità degli spettatori.

L’anno scorso Rai Tre ha provato a sperimentare un nuovo formato mai applicato alla letteratura: il talent show. Che cosa non ha funzionato? Perché?
Parlare di un medium con un altro medium è molto difficile, soprattutto se poi si vuole portare in tv il “processo creativo” e non consigliare un titolo o intervistare un autore. Credo che l’esperienza di Masterpiece sia stata una prova coraggiosa che ho seguito con curiosità e di cui ho apprezzato delle trovate come l’elevator pitch, che a mio parere potrebbe quasi diventare un format di per sé. Certo è molto difficile cucire addosso la forma del talent alla scrittura, che è una forma d’arte che richiede tempo e solitudine. Ma non è solo quello il problema: anche la fruizione della scrittura, ovvero la lettura, è una pratica intima e soggettiva. Il canto, il ballo, ma anche la cucina richiedono tempo e sforzi da parte di chi li pratica, ma il prodotto, una canzone o una prova di ballo, possono appassionare in pochi minuti lo spettatore che guarda il talent da casa sdraiato sul divano. Con un pezzo scritto, magari letto con poca enfasi, in pochi minuti, la questione è più complicata.

«Parlare di libr in tv si può fare e si può fare bene, l’importante è trovare il linguaggio televisivo adatto»

Per chiudere torniamo a Baricco, che una volta scrisse: «Deportati nell’ecosistema televisivo i libri si comportano come animali costretti a una mutazione per riuscire a sopravvivere in quel nuovo mondo. Paradossalmente, più la trasmissione televisiva è ben fatta più quei materiali perdono la loro identità originaria diventando puri e semplici frammenti di cultura televisiva». Tu che di libri in televisione hai parlato per diversi anni, che cosa ne pensi? 
Penso che Baricco abbia ragione. La tv che parla di libri è un medium che parla di un altro. Un linguaggio fatto di immagini, suoni, tempi strettissimi che racconta un mondo fatto di parole, intimità (la lettura è l’atto più intimo che ancora ci è rimasto, dico sempre), lentezza, immaginazione. La tv non può restituire o riprodurre la forza immaginativa, emotiva, mentale di un libro. Però non è detto che non possa parlarne. Pasolini, che a suo modo la letteratura in tv l’ha fatta, diceva “non è possibile fare un Carosello di libri”. Bene, anch’io io credo che un Carosello di libri sia meglio non farlo, ma un buon programma che parli di libri in maniera seria e non respingente, dedicato al grande pubblico, allegro ma non semplicista, che racconti gli autori, li faccia conoscere, consigli titoli curiosi e capolavori da recuperare, si possa fare eccome. L’importante è trovare il linguaggio televisivo adatto.

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