Piccoli risparmiatori: impariamo dal Regno Unito

Piccoli risparmiatori: impariamo dal Regno Unito

«Vogliamo costruire un’economia basata sui risparmi, non sul debito». Sarebbe bello se queste parole fossero state dette da un politico italiano, magari dal nostro primo ministro. Purtroppo però per trovare l’autore bisogna guardare al di là della Manica, scoprendo che a pronunciare questa promessa è uno dei principali esponenti del partito conservatore britannico, storicamente associato alla classe più abbiente, il partito dei Tories. Il personaggio in questione è George Osborne, Cancelliere dello Scacchiere del governo inglese (il nostro ministro delle Finanze) e portabandiera delle politiche di austerità condotte nel paese sotto la guida del governo Cameron.

Si sa che in campagna elettorale i politici sono fin troppo inclini a fare promesse che spesso si rivelano solo tali. Quasi sempre queste riguardano proprio le tasche degli elettori e, in particolare, i loro risparmi, cercando di smuovere corde che torneranno utili all’interno del segreto della cabina elettorale. Capita però di assistere a piani di intervento diametralmente opposti a quelli che si sperimentano in Italia. Approcci che, a nostro avviso, sarebbero da prendere in considerazione anche nel Bel Paese.

A cinquanta giorni dalle elezioni in Gran Bretagna, Osborne ha presentato un budget pre-elettorale che, pur non distanziandosi troppo dalla linea del rigore, presenta aspetti innovativi molto interessanti per i piccoli risparmiatori britannici. Grazie a entrate fiscali superiori alle attese e a un’inflazione che stenta a riprendere velocità, il Governo Cameron ha deciso di fare qualche concessione, strizzando l’occhio ai contribuenti.

Nel progetto di bilancio presentato, viene eliminata la tassazione sulle prime mille sterline di interessi sui risparmi investiti. Una misura che, da sola, interesserà circa il 95% dei contribuenti britannici. Un’azione straordinaria, che fa il paio con altri interventi a favore di pensionati e persone a basso reddito e con un piano di riduzione del debito pubblico (grazie a tagli alla spesa) di circa 30 miliardi di sterline. Pensiamo a quale sarebbe la portata di un piano del genere se fosse presentato in Italia.

Abbiamo più volte parlato della decisione dell’attuale governo italiano di innalzare la tassazione sui redditi da investimento, ma solo sul settore privato, preservando invece le rendite su tutti i titoli di Stato. Un’idea che, ancora una volta, sposta le risorse dal comparto ad alta produttività, quello privato, al settore a bassa produttività, quello pubblico. Una mossa che fa venire meno l’impiego efficiente delle risorse a disposizione, aggravando ancora di più lo scarto di produttività del sistema Paese rispetto agli altri partner europei. Che penalizza l’esigenza di investimento di una sempre più crescente fetta della popolazione che si ritrova con gli scarsi risparmi di una vita a dover integrare la pensione. Contraria a quei giovani che, con il nuovo sistema pensionistico, saranno sempre più chiamati ad attrezzarsi per crearsi un complemento alla previdenza pubblica per non rischiare di veder minato in futuro il proprio tenore di vita.

Al quadro italiano che emerge, estremamente frammentato e disorganico, e costituito più da un insieme di eccezioni piuttosto che da principi, si aggiunge l’effetto reale dell’elevato livello di tassazione. Quei risicati rendimenti, ottenuti con fatica e col tempo, in un contesto di mercato come quello odierno caratterizzato da tassi vicini o addirittura sotto lo zero, vengono infatti ridotti all’osso una volta passati sotto la scure dell’imposizione fiscale.

Siamo dell’idea che in Italia si dovrebbero creare forme di incentivo al risparmio defiscalizzate per il piccolo risparmiatore che investe in un’ottica di lungo periodo, distinguendo quindi chi fa lo speculatore di mestiere e chi invece investe per proteggere il valore reale dei propri risparmi. L’esempio britannico degli ISA (individual saving account)*, un veicolo per la costituzione della pensione attraverso l’utilizzo di fondi comuni di investimento chiusi o aperti nonché di altri strumenti finanziari, torna oggi utile ed è proprio a questi conti di risparmio individuali, già fiscalmente agevolati, che il governo di Sua Maestà ha deciso di portare nuova linfa.

«Le persone hanno già pagato le tasse su questi soldi, una volta che li hanno guadagnati. Non dovrebbero essere tassati una seconda volta quando decidono di risparmiarli. Con la nostra proposta, 17 milioni di persone non solo vedranno le tasse sui loro risparmi tagliate, ma abolite», ha dichiarato Osborne. Un frase che condividiamo con un pizzico di invidia.

Certo è noto che il giardino del vicino è sempre più verde e che i green britannici sono tra i più rinomati al mondo. Ma il verde in questione è un verde speranza per i piccoli risparmiatori inglesi. Un sogno, purtroppo, per quelli italiani.

God save the Italian savers…

* Gli ISA – Individual Savings Accounts – sono stati introdotti con la legge finanziaria del marzo 1998 nell’intento di favorire una maggiore propensione al risparmio da parte dei soggetti con redditi medio-bassi. Le caratteristiche del piano sono la possibilità di investire in una molteplicità di strumenti (depositi, titoli, polizze assicurative, ecc.) attraverso un unico conto. L’ISA è un prodotto che ha avuto un’ampia diffusione grazie alla sua flessibilità: è consentito infatti al risparmiatore di effettuare prelievi in qualunque momento senza perdere le agevolazioni fiscali.