«Potevamo scoprire Tangentopoli negli anni ’80»

«Potevamo scoprire Tangentopoli negli anni ’80»

«Vuole sapere la mia opinione? Il livello di corruzione in Italia è uguale a quello di ieri. Preciso, identico». L’ex magistrato Gherardo Colombo non ci gira troppo attorno: in poco più di vent’anni il Paese non è ancora cambiato. Una consapevolezza disarmante, se a parlare è uno dei protagonisti del pool Mani Pulite. «Nel periodo in cui investigavo avevamo la chiara impressione che la corruzione fosse un sistema – ricorda – Ma non credo che oggi la diffusione del fenomeno sia molto diversa. Sostanzialmente lo standard è lo stesso». 

Colombo ha lasciato la magistratura nel 2007, a quindici anni esatti dall’inizio di Tangentopoli. Da qualche giorno ha pubblicato un libro che ripercorre quelle vicende, “Lettera a un figlio su Mani pulite”. Oggi è presidente della casa editrice Garzanti e componente del Consiglio d’amministrazione della Rai. È difficile non rimanere sorpresi dalle coincidenze. L’ex pm è stato invitato a parlare della lotta alla corruzione a Palazzo Madama, ospite dell’Ispe, l’istituto per la promozione dell’etica in sanità. A pochi metri di distanza, l’Aula del Senato ha appena avviato l’esame del disegno di legge anticorruzione. E mentre Sky trasmette la serie tv “1992”, romanzando proprio le vicende di Tangentopoli, a Montecitorio è stato approvato il provvedimento che allunga i tempi di prescrizione. Colombo resta pessimista. ll radicamento della corruzione in Italia è quello di vent’anni fa. «Al massimo con il trascorrere del tempo sono cambiati i metodi» spiega. L’evoluzione dell’illecito. «Nel 1992 circolava più contante. La prima persona che abbiamo arrestato, Mario Chiesa, stava ricevendo una tangente in contanti. Ma ricordo anche il diffuso ricorso a transazioni finanziarie attraverso l’estero: abbiamo dovuto chiedere più di settecento volte l’assistenza giudiziaria di almeno 29 paesi stranieri». Difficile fare paragoni con il presente. Colombo ormai è uscito dalla magistratura. «Vivo queste vicende dall’esterno – racconta ancora – leggo i giornali e guardo la televisione. Devo dire che vent’anni fa era molto limitato il fenomeno delle finte consulenze: oggi credo che sia il sistema più utilizzato nei casi di corruzione. Probabilmente c’è anche una maggior commistione tra politica e imprenditoria. Ma bisognerebbe approfondire, conoscere queste vicende….».

Anche la consapevolezza di oggi è molto diversa. Quando partono le indagini del pool di Mani Pulite nessuno ha la minima idea di quello che sta per essere scoperto. «Era impensabile un sistema così capillare e articolato. Un sistema così “sistema”». E questo non certo per ingenuità dei magistrati. All’epoca Colombo aveva già coordinato importanti inchieste. «Effettivamente avevo scoperto la P2 e indagato sui fondi neri dell’Iri». Proprio tornando alle indagini sulla loggia di Licio Gelli, Colombo ricorda una vicenda particolare, che avrebbe potuto cambiare la storia d’Italia. È il 1981 quando il magistrato scopre gli organigrammi della loggia segreta. «Assieme ai nomi degli aderenti e ai pagamenti delle quote, negli uffici di Gelli trovammo anche alcune buste sigillate. In due buste, in particolare, c’erano specifici riferimenti a un conto corrente svizzero, il conto “Protezione”, a cui erano legati i nomi di due importanti esponenti del Partito socialista». Milano chiede la rogatoria, ma dopo poco l’inchiesta viene trasferita a Roma. «Il giudice istruttore di Lugano ci diceva: “Le carte sul conto “Protezione” le abbiamo preparate, ma a Roma non le vogliono…”». Nel 1992, in piena Tangentopoli, seguendo un giro di mazzette Colombo si imbatte per la seconda volta nel conto “Protezione”. «Era lo stesso conto corrente che avevamo trovato nel 1981 – spiega l’ex magistrato – Forse avremmo potuto scoprire Tangentopoli con dieci anni d’anticipo».

Dal malaffare di ieri a oggi, come intervenire per fermare la corruzione in Italia? Colombo offre una lettura sconfortante. Prima di tutto bisogna avere la consapevolezza che «la corruzione è diffusa a qualsiasi livello». L’ex magistrato chiama in causa la gente comune. «Noi guardiamo ai livelli più alti, al politico, all’imprenditore. Ma anche venti anni fa succedeva che l’ispettore del lavoro andava nei cantieri e usciva dopo aver preso una mazzetta, senza controllare. Oppure il vigile urbano, che andava in salumeria per controllare la bilancia e ne usciva con due borse della spesa». Di fronte a questa realtà neppure i pochi interventi legislativi approvati in vent’anni possono fare nulla. «Se l’atteggiamento della cittadinanza nei confronti della corruzione è questo, hai voglia a intervenire…». Peraltro Colombo resta dubbioso rispetto ad alcuni provvedimenti. «Personalmente sono convinto che la pena non serva a niente. In questo caso l’intervento arriva quando i fatti sono già stati compiuti». Inutile anche l’effetto deterrente, «dato che il 70 per cento di chi è passato dal carcere è recidivo». 

La soluzione è diversa. «Bisogna dedicare maggiori energie all’educazione. Sarebbe necessario e indispensabile che gli italiani conoscessero la Costituzione». Colombo parla per conoscenza diretta. Fino a poco tempo fa incontrava ogni anno centinaia di ragazzi nelle scuole. «In questo Paese stiamo insieme senza conoscere il fondamento delle regole che disciplinano il nostro stare insieme». Se l’esperienza di Mani Pulite è rimasta una rivoluzione mancata, forse il motivo è proprio questo. «Nel 1992 – ricorda Colombo – avevo appena iniziato l’inchiesta e avevo già la netta percezione che i processi sarebbero finiti come poi sono finiti: un gran numero di prescrizioni. Perché non si possono imporre cambiamenti profondi con le indagini. Per incidere davvero sulla corruzione in Italia è necessario usare strumenti diversi: l’educazione».