TaccolaChe succede se il Vesuvio erutta davvero

Che succede se il Vesuvio erutta davvero

«Formazione di una colonna eruttiva sostenuta alta diversi chilometri», fino a 10-20 sopra la bocca del vucano. «Caduta di bombe vulcaniche e blocchi nell’immediato intorno del cratere e di particelle di dimensioni minori (ceneri e lapilli) anche a diverse decine di chilometri di distanza». «Formazione di flussi piroclastici che scorrerebbero lungo le pendici del vulcano per alcuni chilometri». È lo scenario che la Protezione civile ha preso come riferimento per l’evacuazione dell’area del Vesuvio nel suo ultimo piano di emergenza per il vulcano, elaborato tra il 2013 e il 2014. I tecnici lo chiamano scenario “sub-pliniano”. Meno devastante di quello “pliniano” che distrusse Pompei nel 79 dopo Cristo, è paragonabile all’eruzione del 1631. Il 16 dicembre di quell’anno, dopo mesi di piccoli terremoti e rigonfiamenti del terreno, il vulcano cominciò a eruttare e terminò dopo 17 giorni – secondo la tradizione dopo l’esposizione delle reliquie di San Gennaro – lasciando sul terreno 4mila morti e senza casa 44mila persone. Il vulcano era stato inattivo per 130 anni. Oggi, nonostante l’ultima eruzione, del 1944, sia recente e documentata in vari modi, e nonostante i divieti e le campagne informative, le case abusive in zone ad altissimo rischio sono, secondo stime, almeno 7-10mila. Ma alle falde del Vesuvio oggi vivono 700mila persone e per questo è considerato uno dei vulcani a più alto rischio nel mondo.

Le case abusive in zone ad altissimo rischio sono, secondo stime, almeno 7-10mila. Ma alle falde del Vesuvio oggi vivono più di 550.000 persone

Dal 2003 è vietata la costruzione di nuove abitazioni (ma non di strutture civili quali ospedali) e dal 1995 si sono susseguiti dei piani nazionali per gestire l’emergenza in caso di eruzione. L’ultimo è stato varato nel 2014 e prevede un allargamento della “zona rossa” e un programma di evacuazione della popolazione in 72 ore. Stabilisce inoltre che i piani di dettaglio dei singoli comuni e delle altre istituzioni interessate siano conclusi entro il luglio 2015. È questo il versante in cui, almeno storicamente, ci sono stati più ritardi. 

Se il Vesuvio si sveglia

Spetta al primo ministro in persona anche la decisione su quando dichiarare un’eventuale evacuazione

«Il Vesuvio, insieme ai Campi Flegrei ed Ischia, è il vulcano più monitorato al mondo». È la premessa che fa a Linkiesta Giuseppe De Natale, il direttore dell’Osservatorio Vesuviano, l’istituzione scientifica che all’interno dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia tiene sotto controllo la situazione del vulcano. Nonostante questo monitoraggio serrato, la domanda delle domande, capire con quanto anticipo sia possibile anticipare un’eruzione, rimane senza una risposta certa. «È difficile rispondere su quali siano i tempi di preavviso in caso di eruzione – spiega De Natale -. Possono essere anche molto lunghi, mesi o anni, ma non esiste un tempo predefinito perchè un vulcano è un oggetto molto complesso. È però quasi certo che ci siano dei fenomeni precursori prima di un’eruzione». In realtà il problema è per certi versi opposto. I fenomeni precursori ci saranno sicuramente e con essi una serie di falsi allarmi. Chi deciderà se ci saranno evacuazioni, e con quale frequenza? «Nei piani di emergenza vulcanica, il passaggio dal livello “base” (o verde, che corrisponde alla situazione attuale) al livello giallo di attenzione è deciso dal Dipartimento di Protezione civile nazionale, sulla base dei dati scientifici rilevati dall’Osservatorio Vesuviano-Ingv e del parere della Commissione Grandi Rischi – spiega De Natale -. Dal livello arancione in poi l’emergenza è gestita a dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri». Spetta al primo ministro in persona anche la decisione su quando dichiarare un’eventuale evacuazione, che deve concludersi entro tre giorni dal momento in cui viene dichiarata l’allerta “rossa”.

Gli scenari delle eruzioni

Sulla base degli studi statistici per il Vesuvio risulterebbe più probabile (di poco superiore al 70%) un evento di tipo stromboliano violento

Alla base del piano della Protezione civile sono stati valutati gli scenari in caso di tre tipi di eruzioni: pliniana, con Indice di esplosività vulcanica (Vei) pari 5, sub-pliniana, con Vei pari a 4, e stromboliana violenta, con Vei pari a 3. «Sulla base degli studi statistici – si legge – per il Vesuvio risulterebbe più probabile (di poco superiore al 70%) l’evento di minore energia, tuttavia gli esperti hanno ritenuto che lo scenario di riferimento da assumere dovesse essere un’eruzione esplosiva sub-Pliniana», perché c’è comunque poco meno del 30% di probabilità che sia di questo tipo. Una probabilità tutt’altro che marginale. Piccola, pari all’1%, è invece la probabilità che questo evento venga superato da un’eruzione di tipo pliniano. Secondo il documento ufficiale, inoltre, i «dati geofisici non rivelano la presenza di una camera magmatica superficiale con volume sufficiente a generare un’eruzione di tipo Pliniano».

Un’immagine dell’eruzione del Vesuvio del 1944 (Keystone/Getty Images)

Nel caso di evento sub-pliniano, in una prima fase ci sarebbe «l’emissione esplosiva di ceneri e gas vulcanici che possono innalzarsi per 10-20 chilometri sopra la bocca del vulcano», come si legge nel piano della Protezione civile. Poi, una volta raggiunta questa altezza, «la colonna eruttiva è normalmente piegata dal vento e il materiale solido ricade al suolo, nell’area sottovento, dando luogo a una continua pioggia di cenere e lapilli». In poche ore, «la continua emissione di questo materiale può portare ad accumuli considerevoli di ceneri vulcaniche nel raggio di 10-15 chilometri dal vulcano. Spessori minori ma comunque importanti ai fini della pianificazione possono interessare un’area di 300-1.000 chilometri quadrati e distanze di 20-50 chilometri dal Vesuvio. L’estensione dell’area esposta alla ricaduta di ceneri vulcaniche dipende dall’altezza della colonna eruttiva, dalla direzione e dalla velocità del vento presente al momento dell’eruzione». 

De Natale, Osservatorio Vesuviano: «Non è attualmente possibile, sulla base dei fenomeni precursori, conoscere con precisione quale tipologia di eruzione avverrà»

Come per i tempi, anche per il tipo di eruzione non ci sono previsioni sicure al 100 per cento. « Non è attualmente possibile, sulla base dei fenomeni precursori, conoscere con precisione quale tipologia di eruzione avverrà, né avere la certezza che un’eruzione avverrà; la probabilità di falsi allarmi è sempre alta», dice De Natale.

Lo scenario: Pompei e oltre

E se l’eruzione fosse di tipo pliniano, dal nome di Plinio il Giovane, che descrisse la distruzione di Pompei in una lettera a Tacito? «Le zone rosse individuate dall’ultimo piano della Protezione civile funzionerebbero ragionevolmente bene anche nel caso di uno scenario di tipo pliniano – risponde De Natale – , a parte eventi particolari ed estremi come l’eruzione di 3.800 anni fa, in cui i flussi piroclastici coprirono quella che oggi è la città di Napoli».

Se si scava nella storia, è possibile ritrovare episodi ancora più violenti e del tutto incontrollabili. «Bisogna considerare degli scenari probabilistici – commenta il direttore dell’Osservatorio Vesuviano -. Se volessimo considerare tutti i casi possibili, anche quelli con probabilità molto basse, dovremmo al limite dichiarare zone rosse, da evacuare, tutta la Campania ed anche Regioni limitrofe, e considerare che tutta l’Europa Occidentale potrebbe avere un impatto ambientale enorme per un evento eruttivo come quello generato 39mila anni fa dalla caldera flegrea».

39mila anni fa l’Ignimbrite Campana, generata dai Campi Flegrei o da un’area limitrofa, ebbe un impatto catastrofico su tutta l’Europa Occidentale e mutò profondamente il clima a livello globale

È la cosiddetta Ignimbrite Campana, il cui tufo grigio copre tutta l’area Campana ed oltre. «Noi parliamo sempre di Vesuvio – continua De Natale – ma non possiamo dimenticare che 39mila anni fa l’Ignimbrite Campana, generata dai Campi Flegrei o da un’area limitrofa, ebbe un impatto catastrofico su tutta l’Europa Occidentale e mutò profondamente il clima a livello globale. C’è chi le attribuisce l’estinzione dei Neanderthal. Questo per dire che i fenomeni naturali estremi non li possiamo controllare, noi possiamo difenderci solo da eventi fino ad una certa grandezza. Fortunatamente, i fenomeni più probabili sono quelli di taglia minore, quindi da cui è più facile difendersi». 

Il piano per l’evacuazione

“Palazzine e villette, alberghi e ristoranti affonda­no le fondamenta sulla falda trabal­lante del Vesuvio, gli ospedali sorgo­no sulle conche laviche, la vita bruli­ca sulle vie di lava scavate nei secoli dalle eruzioni”

Fin qui arriva la scienza. Poi spetta alle istituzioni fare in modo che l’emergenza non colga tutti impreparati. Il numero di case abusive sorte nei decenni passati la dice lunga su come siano stati in modo incosciente chiusi moltissimi occhi, compresi condoni edilizi che hanno reso impossibile qualsiasi tipo di intervento. Così il sito Vesuvio in Rete nel 2010 descriveva la situazione. «Il silenzio del Vesuvio dal 1944 ha incrementato, a partire dagli an­ni Cinquanta, la cementificazione in tutta l’area del vulcano. Palazzine e villette, alberghi e ristoranti affonda­no le fondamenta sulla falda trabal­lante del Vesuvio, gli ospedali sorgo­no sulle conche laviche, la vita bruli­ca sulle vie di lava scavate nei secoli dalle eruzioni. Abusivismo cronico eppure, predicano i vulcanologi, non esiste al mondo una località a più al­to rischio vulcanico considerando l’abnorme concentrazione edilizia spintasi fino a poche centinaia di me­tri dal cratere. Nessuna via di fuga. Ma la paura non è emozione propria di questa zona: qui a costruire sono i privati, i Co­muni e lo Stato, tanto prima o poi il perdono edilizio arriva per sé e per tutti gli altri. L’abbattimento, invece, non arriva mai, perché è troppo lun­go e costoso. Legambiente lo denun­cia, la camorra del cemento si arric­chisce. Laborioso fare anche un cen­simento degli edifici abusivi, 7mila, più probabile oltre i 10mila: cinque volte in più di quelli condonati negli ultimi dieci anni». 

Il Vesuvio visto da Napoli (GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images)

Dalla Protezione civile nazionale fanno sapere che dal 2003 non è più possibile alcuna nuova costruzione o allargamento delle abitazioni nelle zone a rischio. Ma, specificano dall’Assessorato alle Opere e Lavori pubblici e Protezione civile della Regione Campania, il divieto non riguarda le opere civili, perché, argomentano, “non ci sono cittadini di Serie B”. Il riferimento è soprattutto all’Ospedale del Mare, nel quartiere Ponticelli di Napoli, incluso nella “zona rossa” dall’ultimo piano nazionale della Protezione civile. Un’opera oggetto di contestazioni proprio per la vicinanza al vulcano, distante 7,7 chilometri. 

Polemiche hanno riguardato la costruzione dell’Ospedale del Mare, nel quartiere Ponticelli di Napoli, incluso nella “zona rossa” dall’ultimo piano nazionale della Protezione civile

Il nuovo piano è stato elaborato nel 2013 e approvato all’inizio del 2014, dopo una fase di studi da parte di un gruppo di lavoro, terminati con la redazione di un documento sugli scenari di rischio finito nel 2012. Un primo piano era stato redatto nel 1995, poi aggiornato nel 2001. Dal 2002 si è deciso un programma di aggiornamento continuo che ha portato alle ultime linee guida. In mezzo, nel 2006, c’è stata la prima e unica esercitazione di evacuazione, chiamata Mesimex. Secondo alcuni critici, ripresi dal Corriere del Mezzogiorno, le prove di evacuazione coinvolsero solo poche decine di persone e sono per questo da considerare poco realistiche. L’esperienza giapponese, inoltre, dice che queste esercitazioni si dovrebbero fare con cadenza molto più ravvicinata, perfino annuale. 

La zona rossa si ingrandisce 

L’ultimo piano della Protezione civile ha allargato i comuni nella zona rossa da 18 a 25

Rispetto ai precedenti piani, è stata allargata la zona rossa dei comuni considerati più a rischio, passati da 18 a 25. In particolare «la zona da evacuare include l’area esposta al pericolo di invasione da flussi piroclastici (zona rossa 1) e l’area ad elevato rischio di collassi delle coperture degli edifici per l’accumulo di ceneri vulcaniche e lapilli (zona rossa 2)». C’è poi una zona gialla, che comprende 63 comuni: «esterna alla zona rossa, è esposta a una significativa ricaduta di cenere vulcanica e di materiali piroclastici che potrebbero causare il collasso dei tetti». L’altro punto nuovo è una serie di gemellaggi tra i comuni della zona rossa e quelli di tutte le altre regioni italiane, destinate a ospitare gli sfollati. Si va dagli abitanti di Pollena Trocchia, che sarebbero dirottati in Trentino Alto Adige, a quelli di Scafati e Trecase, in Sicilia. 

La mappa della nuova zona rossa dei comuni vesuviani

Il piano taglia alcuni comuni, individuando solo alcune porzioni di territorio in zona rossa. Per Napoli solo alcuni quartieri orientali sono interessati. Questo ha generato alcune polemiche. Secondo Giuseppe Mastrolorenzo, vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano, scrive il Corriere del Mezzogiorno, «l’area di rischio dovrebbe includere l’intera città di Napoli ed estendersi fino a Castellammare. Ma basta riscorrere l’elenco dei paesi più danneggiati nel ’44 per stupirsi: vi figurano Nocera, Inferiore e Superiore, e Cava de’ Tirreni, per esempio, ma oggi il confine dell’area rossa è posto molto lontano dai loro territori». A queste critiche la risposta delle istituzioni è che evacuare l’intera popolazione di Napoli sarebbe un’operazione difficilissima.

Tutti in auto

Per trasferire tutte le persone dalla zona rossa occorrerebbero 8.750 autobus da 80 posti

Ma come si dovrebbero trasferire le 700mila persone che risiedono nella zona rossa? Il Corriere del Mezzogiorno ha fatto i calcoli: occorrerebbero 8.750 autobus da 80 posti. Un numero talmente grande da attivare in così poche ore da risultare non realistico. Secondo gli scenari, considerando che nell’area sono immatricolate 300mila auto, se si imponesse di usare un’auto per almeno due persone, 600mila cittadini andrebbero via da soli. Per gli altri 100mila ci sarebbero autobus e treni. RIuscirebbero a uscire dalla zona 300mila auto (o 200mila se avessero tre persone in media)? Se anche viaggiassero in fila per due, metà verso nord e metà verso sud, si creerebbero 200 chilometri di coda in entrambe le direzioni o un gigantesco ingorgo. Se la viabilità è messa sotto accusa per la sua inadeguatezza, entro uno-due anni saranno finiti i lavori per chiudere l’anello intorno al Vesuvio costituito dalla statale 268 e dall’Autostrada A3. 

Comuni senza alibi

La Regione Campania ha ottenuto dall’Ue 15 milioni per incentivare i comuni a redigere i piani di emergenza

Nelle discussioni sul rischio legato a un’eruzione del Vesuvio, i principali imputati sono i comuni. Quelli che hanno lasciato costruire abusivamente le case e non hanno fin qui predisposto i piani di dettaglio per l’emergenza. La direttiva del 14 febbraio 2014 impone però loro un termine: quattro mesi dal 31 marzo 2015, quando sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale le indicazioni che il Capo Dipartimento della Protezione civile ha rivolto alle componenti e strutture operative per aggiornare le rispettive pianificazioni di emergenza con riferimento alla zona rossa. Entro fine luglio i comuni devono elaborare il piano, confermano dall’assessorato Lavori pubblici della Regione Campania. Lo faranno? Di sanzioni in caso di inadempienza non ce n’è, per loro come per gli altri comuni italiani che, dalla legge 100 del 2012 sono in teoria obbligati a stilare dei piani di emergenza comunale. La Regione, però, fanno notare dall’assessorato, ha ottenuto 15 milioni di euro di fondi Ue proprio per incentivare i comuni della zona rossa a predisporre questi piani di emergenza, ed è stata la prima regione a fare un’operazione del genere. 

Questione di consapevolezza

Tra le attività previste dal piano c’è anche il progetto il progetto Edurisk, cioè formazione nelle scuole elementari e medie delle zone rosse vesuviana e flegrea. Lo scopo è “educare al rischio” fin da piccoli. «Adesso nella zona c’è una consapevolezza dei rischi maggiore di alcuni anni fa. Ma la corretta informazione sui rischi è ancora un punto critico. Ci adoperiamo anche noi per questo, facendo divulgazione» dice De Natale, secondo consapevolezza del rischio vulcanico «non vuol dire assolutamente averne paura. Le informazioni dei media sono purtroppo troppo spesso date solo in termini allarmistici, perché così hanno un grande impatto emotivo e fanno “notizia”».

Resta il fatto che questa mancanza di attenzione ha portato queste zone a costruire in modo incosciente. «La densità abitativa nelle nostre aree vulcaniche è abbondantemente oltre quella che sarebbe ragionevole per rendere semplice una possibile evacuazione – commenta De Natale -. È anche un fatto storico; queste sono zone altamente popolate da tremila anni. Nei periodi eruttivi si spopolavano, in quelli di quiescenza tornavano a riempirsi. Oggi però il fenomeno ha assunto proporzioni molto grandi. È chiaro che una volta definito che un’area è a rischio sono auspicabili misure di risistemazione del territorio, che oltre a rendere più semplici le misure di emergenza lo renderebbero molto più vivibile e fruibile».