Chi ha paura dell’indagine europea contro Google

Chi ha paura dell’indagine europea contro Google

A oltre quattro anni dall’apertura delle indagini sulla posizione dominante di Google nel mercato della pubblicità e delle ricerche online, la Commissione Ue ha presentato il cosiddetto “Statement of Objections”, ovvero una procedura formale contro il gigante di Mountain View. Le procedure formali, per la verità, sono due. A quella per posizione dominante nel mercato delle ricerche e della pubblicità su Internet si è aggiunta, per restare al passo con i tempi, anche quella contro il sistema operativo per smartphone e tablet gestito da Google: Android

La Commissione Ue ha presentato il cosiddetto “Statement of Objections”, ovvero una procedura formale contro il gigante di Mountain View

Nella capitale belga, città di lobby e think tank, la notizia era prevista da settimane e non ha stupito nessuno. A destare preoccupazione, però, è l’impatto che avrà sulla stesura del pacchetto per il mercato digitale unico, in pubblicazione a maggio. Per tutti lo scenario da evitare è il ritorno a un’eccessiva regolamentazione calata dall’alto, e cioè dalla Commissione europea. 

Un’antica diatriba quella tra mercato e regolatori,  che si complica con l’entrata in scena di internet e dell’economia digitale. Un mercato stimato in un recente testo del Parlamento Ue in 260 miliardi di euro e che oggi crea rompicapi a 360 gradi. Dalla tutela della privacy al trattamento dei dati personali, fino a come affrontare, tassare, regolamentare servizi come Uber e Airbnb

Cosa contesta e chiede l’Ue

L’esecutivo Ue contesta a Google di non applicare il principio della rilevanza nella ricerca di prodotti da acquistare tramite il servizio Google Shopping

L’esecutivo Ue contesta a Mountain View di non applicare il principio della rilevanza nella ricerca di prodotti da acquistare tramite il servizio Google Shopping arrecando danni a servizi simili gestiti da altre aziende e agli stessi consumatori. Dello stesso tenore è anche la procedura avviata nei confronti del sistema operativo Android, che obbligherebbe di fatto l’utente a scaricare le app attraverso lo store online Google Play. 

Bruxelles, per ora, si limita a chiedere al colosso di internet di ripristinare il principio della concorrenza trattando Google Shopping alla pari degli altri servizi simili. Richiesta che però avrebbe sull’azienda statunitense forti ripercussioni economiche. Difficili da quantificare, però, perché i ricavi provenienti da Google Shopping non sono noti. C’è da sospettare, però, che siano grandi abbastanza per spingere Google a correre il rischio di pagare una multa da 6 miliardi di euro se entro 10 settimane non offrirà una risposta adeguata alla richiesta della Commissione. 

C’è da sospettare chei ricavi da Google Shopping siano grandi abbastanza per spingere Google a correre il rischio di pagare una multa da 6 miliardi di euro

Il clima nei confronti dell’azienda statunitense è andato peggiorando di mese in mese. Dopo l’apertura dell’indagine Antitrust nel 2010, contro Google si è pronunciata a maggio del 2014 anche la Corte Ue di giustizia obbligando l’azienda a cancellare, nel caso di richiesta da parte di uno o più cittadini comunitari, i link a informazioni che li riguardano giudicate inopportune o datate. Dello scorso novembre è invece la risoluzione del Parlamento Ue in cui si chiede la separazione dei servizi di ricerca dagli altri forniti da Google. 

Il caso Microsoft

Il clima nei confronti di Google è andato peggiorando di mese in mese

Nonostante il moltiplicarsi delle iniziative “ostili” all’azienda di Mountain View, però, la Commissione Ue sembra star seguendo un percorso molto diverso da quello adottato in passato. In molti ricordano ancora il rumore provocato dalla mega multa – nulla a confronto con le cifre di cui si parla contro Google – imposta a Microsoft per non essersi adeguata alle indicazioni presentate dall’antitrust Ue. In quel caso Bruxelles chiese all’azienda di fornire indicazioni esatte sul funzionamento del proprio sistema operativo e sulla gestione dei server, ma anche la produzione di una versione di Windows priva del lettore multimediale Windows Media Player. Nel caso di Google ci si muove su un terreno molto più fluido, ma proprio per questo forse più scivoloso. 

Il parere di Google

Google sa di avere poche chance quando le cose arrivano alla fase attuale

Impegnata in un braccio di ferro con l’Antitrust Ue da ormai quasi cinque anni, Google sa di avere poche chance quando le cose arrivano alla fase attuale. Da Mountain View l’apertura delle due procedure formali è stata accolta con fredda disponibilità a continuare i negoziati in vista di un accordo che possa accontentare le due parti in causa. Tra i corridoi delle istituzioni, a Bruxelles, gli uomini di Google non ci stanno. «Ce l’hanno con noi perché siamo i più bravi!» affermano. «Il nostro successo è essere riusciti a intercettare appieno le necessità degli utenti. Il mercato d’Internet è in crescita. Le persone usano internet sempre di più. Amazon cresce, Tripadvisor cresce. Non siamo monopolisti, siamo soltanto i più bravi!». 

No a nuove regole

Per gli uomini di Mountain View a Bruxelles l’azienda agisce nel pieno rispetto delle regole già esistenti, crearne altre non servirà a cambiare le cose. Contro l’adozione di nuove regole sono anche gli stessi competitor di Google, che temono di veder diminuire ancora di più il loro giro d’affari in caso di propensione per un’eccessiva regolamentazione al futuro mercato digitale Ue. Una posizione, per la verità, poco condivisa anche dall’esecutivo Ue e dagli stessi promotori della risoluzione sul break-up di Google al Parlamento Ue e che mal si sposa con la prospettiva di un futuro accordo di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti. 

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