“Game of Thrones” è lo “Star Wars” delle serie tv

“Game of Thrones” è lo “Star Wars” delle serie tv

Nella notte tra domenica e lunedì, in contemporanea su Sky Atlantic HD e su HBO, è andata in onda la prima, attesissima puntata della quinta stagione di Game of Thrones, la serie televisiva basata sui romanzi fantastici di George R. R. Martin che sta appassionando da 5 anni milioni di spettatori in tutto il mondo.

Il legame che si crea tra Game of Thrones e i suoi spettatori è un legame potentissimo, di quelli che nel mondo della narrativa e dello spettacolo si vedono per fenomeni à la Star Wars o Harry Potter. Dimostrarlo è molto semplice, basta dare un’occhiata ai dati: la quarta stagione negli Stati Uniti ha avuto una media di ascolti complessivi — calcolati su tutte le piattaforme disponibili — di circa 18 milioni di spettatori, segnando un aumento del 25 per cento sulla stagione precedente (per capirci, The Big Bang Theory, una delle serie più viste di sempre negli USA, questa settimana ha fatto 13 milioni di spettatori).

Nella classifica delle serie più scaricate del 2014, Game of Thrones si riconferma per il terzo anno di seguito prima assoluta con circa 8 milioni di download

Ma siamo all’epoca della riproducibilità torrent di film e serie tv, e anche le stime provenienti da quel mondo, da quell’immenso non-mercato globale, confermano quella che più che una vittoria è un vero e proprio trionfo: nella classifica delle serie più scaricate del 2014, per esempio, Game of Thrones si riconferma per il terzo anno di seguito prima assoluta con circa 8 milioni di download, distaccando, anzi doppiando la seconda, The Walking Dead, che si ferma sotto i 5 milioni.

Un successo planetario, schiacciante, ma non inaspettato visto il successo clamoroso della serie dei libri di George R. R. Martin

Un successo planetario, schiacciante, ma certamente non inaspettato visto il successo clamoroso della serie dei libri di George R. R. Martin, che è stata tradotta in tutto il mondo e ha venduto copie quantificabili in diversi milioni, dominando le classifiche ovunque sia stato pubblicato.

Cosa ha reso possibile il successo planetario di Game of Thrones? Qual è — se c’è — l’ingrediente che ha trasformato una serie di romanzi a base fantasy di migliaia di pagine in un bestseller assoluto e una serie tv in un culto capace di mandare in tilt i server di HBO il giorno dell’uscita e di fare letteralmente impazzire un pubblico variegato, che va ben oltre quello degli appassionati di fantasy? Insomma, perché Game of Thrones è così irresistibile?

È paradossale per una serie televisiva a base fantastica, ma la grandezza di Game of Thrones è il suo realismo.

Potrebbe sembrare paradossale per una serie televisiva a base fantastica, condita di elementi magici, creature mostruose e sovrannaturali, ma la risposta è il suo realismo. Il realismo di Game of Thrones non si misura sull’esistenza reale dei suoi personaggi, né sulla credibilità storica di un’ambientazione senza tempo. Il realismo della saga ideata da George Martin si misura su un altro campo da gioco, su un’altra dimensione, quella del potere. E da questo punto di vista, l’affresco che ci offre Game of Thrones è più realistico di molte altre serie televisive che hanno come baricentro il Potere, prima tra tutte House of Cards, prodotta da Netflix, un’altra serie che ha fatto della cattiveria un vessillo, e che è diventata un culto, alla pari di Game of Thrones.

Ma tra le due serie ci sono due differenze sostanziali, che, parlando del tipo di realismo che stiamo affrontando ora, sposta il favore della bilancia dalla parte di Game of Thrones. La prima è che, nel gioco del potere descritto da House of Cards, lo spettro della caratterizzazione dei personaggi è privato quasi totalmente di una parte importante, ovvero dei “buoni”. Frank Underwook, sua moglie Claire, il deputato Peter Russo, la giovane giornalista Zoe Barnes, Freddy, il costolettaro di fiducia di Frank, e così via: sono tutti “cattivi”. Non c’è traccia di purezza, di fiducia, di onestà, praticamente in nessuno di loro.

È però la seconda differenza quella che, nella bilancia del realismo, pone il vantaggio sul piatto di Game of Thrones. Perché nel contesto iperrealista come quello di House of Cards, ovvero quello degli intrighi del potere all’interno del Congresso americano — un contesto talmente curato da convincere persino Bill Clinton — c’è un anello che non tiene, ovvero che Frank Underwood, in fondo, è un supereroe.

Il Potere è un gioco per cattivi, in cui i buoni provano sempre ad entrare, finendo schiacciati, quando va bene, o ammaliati e trasformati, quando, molto più spesso, va male.

Diverso è il caso di Game of Thrones, che seppur sia, come abbiamo già detto, una serie a base fantastica sotto quasi tutti i punti di vista, non lo è quando rappresenta la lotta per il potere. Perché non è buonismo pensare che, anche in quell’arena lastricata di sangue, i buoni ci siano. È realismo. E infatti in Game of Thrones i buoni ci sono e non solo ci sono, ma procedono tutti verso l’ineluttabile finale che spetta ai buoni: la sconfitta. Perché il Potere — e House of Cards lo dimostra bene — è un gioco per cattivi, un gioco in cui i buoni — e qui è la Storia che lo dimostra bene — provano sempre ad entrare, finendo schiacciati, quando va bene, o ammaliati e trasformati, quando, molto più spesso, va male.

La capacità di far schiantare i buoni è una cifra ormai mitica del buon George Martin, che ai suoi fan regala quasi sempre finali terrificanti e senza appello. Il primo esempio è l’onesto Ned Stark, che proprio per la sua correttezza e onestà perde la testa sul patibolo di King’s Landing, ma la lista dei buoni finiti male in Game of Thrones è bella lunga. C’è Robb Stark, archetipo del buono, c’è Oberin di Dorne, archetipo del giusto, c’è Mance Rayder, archetipo del fiero e dell’incorruttibile, c’è Igrytte, per cui è fatale l’amore per Jon Snow, e poi, da ultimo, c’è proprio Jon Snow, l’archetipo del puro, che per ora — chi scrive è arrivato fino alla prima puntata della quinta stagione — è uno dei pochi buoni graziati da Martin, almeno per un po’.

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