Genocidio armeno: cento anni dopo, in Turchia è ancora tabù

Genocidio armeno: cento anni dopo, in Turchia è ancora tabù

«Il cittadino armeno non ha mai perdonato che si sia sgozzato suo padre sulla montagna curda, ma lui ti ama perché neppure tu hai mai perdonato a coloro che hanno marchiato con questa nera macchia la fronte del popolo turco». Così scriveva il grande poeta turco Nazim Hikmet a proposito del genocidio armeno, lui che fu costretto come gli armeni all’esilio e che fu privato persino della nazionalità.

Era il 24 aprile del 1915 quando, nelle vaste terre dell’Impero Ottomano, circa seicento notabili armeni venivano assassinati per ordine dell’allora governo dei Giovani Turchi. All’epoca nessuno poteva presagirlo, ma il genocidio ai danni del popolo armeno era solo all’inizio.

Cento anni dopo quei tragici eventi, con l’Armenia che si prepara a celebrare solennemente il centenario e con la Turchia che celebra due giorni prima l’anniversario della battaglia dei Dardanelli per distogliere l’attenzione, il presidente della Repubblica turca Recep Tayyip Erdogan continua a chiedere prove incontrovertibili che dimostrerebbero che il genocidio è realmente avvenuto. Quali? Domenica scorsa, per la prima volta nella storia, anche un Papa ha riconosciuto pubblicamente il genocidio armeno del 1915-1917, annoverandolo, assieme al nazismo e allo stalinismo, tra le tre grandi tragedie di massa del XX secolo.

Perché la Turchia continua a negare un evento riconosciuto dalla maggioranza degli storici e da diversi paesi?

La risposta del governo turco è quella consueta da cento anni a questa parte, una risposta retriva, cieca ed improntata al tentativo, vano, di cancellazione con colpi di spugna, leggi sulla “turchità” e censure a tappeto da ormai un secolo: in breve, diniego, fino all’ossessione. Ma perché la Turchia continua ostinatamente a negare un evento oramai riconosciuto dalla maggioranza degli storici e da diversi paesi (una ventina, compresa la UE) e parlamenti?

L’Impero Ottomano ed il primo genocidio alla fine del XIX secolo

Prima del grande genocidio del 1915-1917 ci fu un altro genocidio, sempre a danno degli armeni, alla fine del XIX secolo. In quel periodo, l’Impero Ottomano contava circa due milioni di armeni su una popolazione totale di 36 milioni di persone. All’epoca, malgrado le tanzimat (riforme) avviate per modernizzare, l’impero è in piena decadenza.

Il sultano Murad V viene deposto nel 1876, suo fratello Abdul-Hamid II accede al trono cercando di consolidare con la violenza il suo potere (non per niente fu soprannominato «Il Sanguinario»). Gli Armeni chiedono al sultano le riforme promesse alla Conferenza di Berlino (1878) ed una modernizzazione delle istituzioni dell’impero. Per tutta risposta il sultano fa massacrare tra i 200.000 ed i 250.000 armeni. Nell’allora capitale dell’impero, Costantinopoli (l’odierna Istanbul), gli armeni vengono massacrati a colpi di bastone nel Grand Bazar della città. Nell’indifferenza generale, circa un milione di armeni viene spogliata dei propri beni e diverse migliaia di armeni vengono convertiti all’Islam con la forza.

Centinaia di chiese vengono bruciate o trasformate in moschee. Secondo fonti storiche solo nel 1896, nella regione di Van, cuore dell’Armenia storica, almeno 350 villaggi armeni vengono rasi al suolo e cancellati per sempre dalla memoria degli uomini.

Insurrezione dei Giovani Turchi: nazionalismo ed epurazioni

Con l’insurrezione dei Giovani Turchi, che deposero e piazzarono sul trono un nuovo sultano, Mehmet V, sotto la stretta sorveglianza dell’ Ittihad ve Terraki, il Comitato Unione e progresso (CUP), le cose peggiorano rapidamente. Desiderosi di creare una nazione turca «razzialmente omogenea» e di voler riscrivere la storia occultando il periodo ottomano – troppo poco turco – ricollegando la razza turca ai Mongoli di Gengis Khan, agli Unni di Attila e addirittura agli antichi Ittiti, i Giovani Turchi moltiplicano le estorsioni a danno degli Armeni d’Asia minore.

Nel 1909, ad Adana, vengono massacrati tra i 20.000 ed i 30.000 armeni. I Giovani Turchi promuovono campagne di boicottaggio contro tutti i commerci tenuti da greci, ebrei o armeni facendo perno sulla frustrazione e l’odio dei musulmani scacciati dai Balcani.

Il genocidio del 1915-17

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale la situazione precipita. Il governo dei Giovani Turchi, volendo propagare la propria ideologia panturchista fondata sull’omogeneità etnica e religiosa, decide di sopprimere tutta la popolazione armena, una popolazione cristiana che guardava all’Occidente e per questo era accusata di favorire il nemico in ottica militare.

In un telegramma del ministro degli Interni Talaat Pasha si comunicava la decisione di «distruggere tutti gli Armeni residenti in Turchia»

Nascono battaglioni irregolari, i cosiddetti tchété, in cui militano molti detenuti comuni appositamente liberati e con l’aiuto di consiglieri tedeschi – alleati della Turchia all’interno del primo conflitto mondiale – vengono deportate centinaia di migliaia di persone. Per ordine del ministro degli Interni Talaat Pasha, l’epurazione inizia con l’eliminazione fisica delle élites armene, poi degli armeni arruolati nell’esercito, che pure avevano dimostrato lealtà combattendo nella fila dell’esercito ottomano; poi è la volta delle popolazioni armene delle sette province orientali.

In un telegramma trasmesso dal ministro degli interni Talaat Pasha alla direzione dei Giovani Turchi della prefettura di Aleppo, si comunicava la decisione finale di «distruggere tutti gli Armeni residenti in Turchia. Occorre mettere fine alla loro esistenza senza tener conto dell’età né del sesso».

In un primo tempo gli vengono radunati uomini al di sotto dei venti anni e al di sopra dei 45 per effettuare lavori estenuanti. Molti verranno fucilati sul posto. Con la «legge provvisoria di deportazione», il 27 maggio 1915, si provvede alla spoliazione e alla deportazione del resto della popolazione armena verso la Siria ottomana.

Le vittime, secondo alcuni fonti storiche, saranno oltre un milione e mezzo

Già privati dei notabili e dei soldati, i villaggi armeni vengono svuotati anche delle donne e dei bambini, che vengono incolonnati e deportati verso Aleppo, lungo il deserto di Der-Es-Zor, senza acqua né cibo, minacciati da aguzzini di montagna curdi e poi piazzati in campi di concentramento in pieno deserto dove la maggior parte morì di fame, malattie e disidratazione (come racconta il bellissimo film di Fatih Akin Il Padre).

Molte donne vengono vendute come schiave oppure convertite di forza all’Islam e date in spose ad arabi o turchi. Le vittime, secondo alcuni fonti storiche, saranno oltre un milione e mezzo. Per la Turchia, che ha sempre evitato accuratamente la parola «genocidio», le vittime saranno solo 300.000, ma dovute alla calamità della guerra.

Un tabù secolare a colpi di omicidi, insabbiamenti e censura

Oggi, cento anni dopo, il genocidio armeno è ancora un argomento tabù per le autorità turche. Parlarne significa violare l’articolo 301 del codice penale turco. Del resto illustri scrittori ne furono vittime, tra cui il premio Nobel Orhan Pamuk, la scrittrice Elif Shafak e il giornalista turco-armeno Hrant Dink, direttore del settimanale turco-armeno Agos.

Oggi, parlare del genocidio armeno in Turchia significa violare l’articolo 301 del codice penale

Se la scrittrice Shafak fu assolta, per Pamuk c’erano state diverse minacce di morte, ma la pressione dell’opinione pubblica internazionale aveva avuto buon gioco. Le accuse caddero nel 2006, pochi mesi prima che venisse insignito del Premio Nobel per la letteratura. Nel marzo del 2011 venne condannato a pagare una multa di 6.000 lire turche.

Per il giornalista turco-armeno Hrant Dink, invece, la sentenza giunse sottoforma di un sicario che lo freddò con quattro colpi di pistola il 19 gennaio 2007 mentre usciva dalla redazione del settimanale Agos, da lui stesso fondato nel 1996. Il 6 febbraio 2004, Agos aveva pubblicato il racconto di Hripsime Sebilciyan Gazalyan, armena originaria di Gaziantep. In esso veniva svelato che la prima donna pilota di Turchia, Sabiha Gökcen – prima aviatrice tuca, prima pilota combattente e una degli otto figli adottivi del padre della patria Mustafa Kemal Atatürk – non era turca ma in realtà un’orfana armena adottata da una famiglia turca durante i massacri del 1915.

Dopo la pubblicazione di quest’articolo, Hrant Dink fu convocato nell’ufficio del Governatore d’Istanbul ricevendo diverse minacce. Più tardi venne accusato di offendere l’identità turca e incriminato ai sensi dell’articolo 301 del codice penale turco. Il 26 febbraio del 2004 un gruppo di Lupi Grigi, gli Ülkü Ocaklary, si riunirono davanti alla redazione di Agos gridando minacce di morte al giornalista e mostrando cartelli con scritto «Stai attento» e «Ti spezzeremo le mani».

Tre anni dopo, nell’indifferenza generale, le mani di Dink furono realmente spezzate. Approfittando di una sorveglianza misteriosamente allentata, il giornalista venne assassinato metre usciva dalla redazione. Il filmato della Akbank, la banca a pochi metri dalla quale avvenne l’omicidio, sparì misteriosamente.

In seguito al lungo processo, fatto di insabbiamenti e storture giuridiche, Ogün Samast, che materialmente assassinò Dink, fu condannato a ventidue anni e dieci mesi di prigione ed il suo complice Yasin Hayal all’ergastolo. Ma il processo in realtà era stato una farsa perché aveva scagionato altre 17 persone, implicate a diversi livelli nell’assassinio. Come dimostrò il giornalista turco Nedim Şener (che per la sua inchiesta si fece a sua volta un anno di carcere), l’omicidio del giornalista era stato commissionato e portato a termine dalla cellula di Ergenekon – gruppo eversivo e ultra-nazionalista che agiva nell’ombra e che si era macchiato di diversi omicidi – di stanza a Trebisonda, sul Mar Nero, da dove proveniva lo stesso assassino Ogün Samast.

Già, Ergenekon. Un nome non scelto a caso. Infatti era la mitica valle in Mongolia, dove scorre da millenni il fiume Orhon, il più lungo di Mongolia, e da dove secondo le leggende (ma in base anche alle cosiddette Epigrafi dell’Orhon, i più antichi testi in lingua turca esistenti) provenivano gli antenati della stirpe turca, i Göktürk, “Turchi Celesti”. Tutto coincide dunque.

Dall’Ergenekon ai Giovani Turchi, dall’ideologia panturchista ai Lupi Grigi che assassinarono Dink, l’idea ardente ed eversiva che si cela dietro questo diniego secolare resta ancora oggi sempre la stessa: esaltare e promuovere la nazione turca, anche cancellando o imbavagliando la memoria di chi vuole far venire a galla la verità.

@marco_cesario

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta