Google non si tassa con pasticci all’italiana

La nuova web tax

Il sottosegretario all’economia Enrico Zanetti sta lavorando a una proposta di legge che permetta di tassare con una ritenuta di acconto del 25% i pagamenti effettuati a Google, in modo da evitare che il montante di tasse pagato in Italia dal colosso di Mountain View sia surrettiziamente basso grazie alle strategia di “tax dodging” – ottimizzazione fiscale – che permette alle multinazionali digitali statunitensi di pagare pochissime tasse sia in Italia che globalmente.

Per pagare meno tasse le multinazionali utilizzano la strategia dei “prezzi di trasferimento” spesso non collimanti con quelli di mercato, anche perché difficilmente definibili

Il problema posto al fisco degli Stati in cui le multinazionali operano è noto e non nuovo. Esso si basa sulla strategia di utilizzare “prezzi di trasferimento” – spesso non collimanti con quelli di mercato, anche perché difficilmente definibili – fra imprese sussidiarie della stessa compagnia ospitate in Paesi differenti, con il solo fine di sfruttarne la favorevole imposizione. Nel caso di Google, in anni recenti, tale strategia ha permesso di utilizzare – del tutto legalmente – le legislazioni di Irlanda e Olanda, per spostare base imponibile verso stati extra-comunitari, come le Bermuda, laddove le tasse sui profitti corporate sono in pratica inesistenti.

Pagando le royalties sui diritti d’autore a una società interna del gruppo ma con base fiscale in un altro Stato, i profitti della filiale irlandese di Google sono estraneamente e surrettiziamente bassi, così come le tasse pagate allo stato irlandese

Vediamo brevemente il caso irlandese e le sue implicazioni. La filiale Irlandese di Google, che impiega circa duemila dipendenti, gioca il doppio ruolo di venditore di spazi pubblicitari per Google in quasi tutti i Paesi non Usa, e di centro di costo per le royalties che fanno invece capo alla filiale delle Bermuda. Pagando le royalties sui diritti d’autore a una società interna del gruppo ma con base fiscale in un altro stato, i profitti della filiale irlandese sono estraneamente e surrettiziamente bassi, così come le tasse pagate allo stato irlandese. L’Irlanda stessa non è, però, estranea all’ottimizzazione fiscale; tale pratica è tollerata poiché, molto pragmaticamente, non sono i profitti la base imponibile cui è interessata. Meglio ottenere il proprio beneficio dalle tasse sul lavoro dei dipendenti irlandesi di Google: ti offro un trattamento contabile di favore in cambio di valore aggiunto comunque tassabile nel mio territorio.

Globalmente, l’ottimizzazione fiscale di Google permette alla compagnia, dal 2008, risparmi fiscali annui dell’ordine di un miliardo di dollari

Globalmente, l’ottimizzazione fiscale di Google permette alla compagnia, dal 2008, risparmi fiscali annui dell’ordine di un miliardo di dollari. Le cifre sono importanti e il problema reale, soprattutto nel caso dei giganti della digital economy, per i quali la maggior parte del fatturato proviene, direttamente o indirettamente, da royalties su opere dell’ingegno. Queste tecniche elaborate di “tranfser pricing”, infatti, sono utilizzate da sempre dai gruppi multinazionali per pagare meno tasse possibili, in via del tutto legale. È la loro nuova declinazione “digitale” a renderne sia più sfuggevole la definizione, sia più difficile combatterle con mezzi efficaci.

La proposta di Enrico Zanetti, presentata tra le altre cose come una trasposizione in legge dei principi Ocse su “Base Erosion and Profit Shifting – Beps” e sul trasfer pricing, purtroppo non ci sembra per nulla seguire il cosiddetto principio fiscale  “the arm’s lenght principle”, stella polare dell’Ocse stessa. Il principio lega la valutazione degli scambi intra-gruppo alla regola che debbano essere prezzati come se le due compagnie fossero in realtà indipendenti e legate da relazioni di mercato.

Le raccomandazioni Ocse non hanno nulla a che vedere con l’imposizione automatica di ritenute d’acconto, ma sono una piattaforma di scambio di principi, best practice e informazioni fra amministrazioni fiscali

Come si può facilmente notare, le raccomandazioni Ocse non hanno nulla a che vedere con l’imposizione automatica di ritenute d’acconto, ma piuttosto sono una piattaforma di scambio di principi, best practice e informazioni fra amministrazioni fiscali in modo da risolvere alla radice il problema. Le ultime proposte dell’Organizzazione parigina prevedono lo scambio d’informazioni fra i Paesi che hanno sottoscritto gli accordi di trasparenza fiscale, tramite la costruzione di un master file delle multinazionali, contenente tutte le informazioni rilevanti sulle società controllate, sulle loro attività infragruppo e via dicendo, di un file locale specifico a ogni amministrazione fiscale, con le transazioni rilevanti a livello Paese, e infine di un sistema di reporting Paese per Paese contenente le informazioni e gli indicatori statistici sull’allocazione globale delle tasse e dei profitti delle multinazionali. In questo modo si potrà, da un lato, evitare che strategie di erosione della base imponibile passino inosservate, dall’altro, che la furia fiscale dei governi non si traduca in doppia imposizione di fronte a diverse amministrazioni fiscali, altra regola cardine che dovrebbe guidare ogni intervento in tema di tassazione di profitti, che la proposta Zanetti non sembra seguire.

Non si capisce come questa iniziativa abbastanza fuori dal coro possa risolvere il problema serio dell’erosione della base imponibile

Con un atto unilaterale simile a quello del governo Cameron, il Governo Italiano sembra dunque intenzionato, almeno così ci permettiamo di leggere l’iniziativa di Zanetti, a discostarsi dalla cornice globale Ocse, per inseguire una base imponibile certamente sfuggente, ma che una ritenuta di acconto al limite delle regole – anche europee – non aiuterà certo a “catturare”. Non si capisce come questa iniziativa abbastanza fuori dal coro, nel contesto multi-dimensionale appena espresso, possa risolvere il problema serio dell’erosione della base imponibile in un quadro fiscale certamente favorevole al capitale e ai profitti, rispetto al meno – sin qui, sia chiaro – sfuggevole lavoro. Ogni iniziativa o proposta che usi la parola magica “tassa, acconto, ritenuta” per risolvere tale problema di coordinamento è necessariamente velleitaria, e non potrà che finire nel nulla o con risultati scontatamente insufficienti. Per una volta, presentare una proposta completa a livello Ue – non sono forse europei Irlandesi e Olandesi – non sarebbe meglio e più sensato del cavalcare – indomiti, aliquota in resta – l’indignazione contro i giganti del web americani? O davvero dobbiamo credere che chi “grida pusè la web tax l’è sua”?