L’ennesima e inutile battaglia con la Ue sulla stima del Pil potenziale

L’ennesima e inutile battaglia con la Ue sulla stima del Pil potenziale

Il Programma di Stabilità Italiano 2015, appena presentato assieme al Def 2015, contiene un’interessante analisi sugli effetti della stima del potenziale di crescita della nostra economia, utilizzando la metodologia con la quale la Commissione Europea è solita esaminare le politiche di bilancio degli stati membri. È un argomento molto tecnico, e molto dibattuto nei circoli di policy, sebbene possa giustamente sembrare oscuro ai più. Abbiamo già trattato il tema numerose volte, soprattutto per la sua funzione implicita di “leva contrattuale” con la Commissione, per ottenere dei piani programmatici di bilancio meno stringenti.

Se si dimostrasse che le metodologie alla base delle analisi siano fra i responsabili dei risultati scoraggianti sulla crescita, allora emergerebbe che rispettare le stringenti regole di bilancio sarebbe controproducente

Se si riuscisse, infatti, a dimostrare, che le metodologie alla base delle analisi siano fra i responsabili principali dei risultati scoraggianti per quanto riguarda la crescita, allora rispettare le stringenti regole di bilancio sarebbe piuttosto ottuso e controproducente. La tesi abbracciata anche dal nostro ministero dell’Economia è che la tanto bistrattata “austerity” sia alla base non solo del declino ciclico della crescita del Pil, ma anche di una contrazione delle prospettive di crescita di lungo termine più preoccupante. Da questo punto di vista, è cruciale capire se la stima del tasso di “disoccupazione di equilibrio”, così come dettata dalle regole comuni europee, sia un buon indicatore della reale situazione del mercato del lavoro, in una prospettiva di medio-lungo termine.

La tesi abbracciata anche da Padoan è che l’“austerity” sia alla base non solo del declino ciclico della crescita del Pil, ma anche di una contrazione delle prospettive di crescita di lungo termine

L’analisi dei tecnici del Mef parte giustamente dalla considerazione che negli ultimi anni la cosiddetta “Curva di Phillips”, così come intesa dalla Ue, ovvero la relazione empirica esistente fra inflazione salariale e disoccupazione ciclica (Nawru), è andata via via “appiattendosi”, soprattutto poiché la politica monetaria delle banche centrali, sempre più attenta a gestire le aspettative di medio periodo, ha come effetto secondario quello appunto di slegare la dinamica salariale osservata dalla misura ciclica di utilizzo del fattore lavoro. Un determinato cambiamento nel tasso ciclico di disoccupazione è perciò associato a un cambiamento quasi nullo dei salari: il modello, infatti, avrebbe dovuto prevedere un’ampia e duratura Deflazione, più simile in intensità a quella fatta registrare nel 1929. La mancanza di tale shock sul livello dei prezzi è evidente. Siamo a tutti gli effetti in “disinflazione” con inflazione vicino allo 0, ma la caduta drammatica del Deflatore è un’altra cosa, come un semplice grafico del periodo della Grande Depressione può, facilmente, mostrare.

Figura 1 Incertezza della stima del Nawru

Figura 2 Nawru ottimale e stime della Commissione Ue

Per di più, tramite una complicata analisi stocastica in cui i modelli predittivi sono stati sottoposti a shock – che catturano l’incertezza di stima utilizzando la varianza dei principali parametri – i tecnici del Mef mostrano come nell’ultimo periodo la stima sottostà a maggiore incertezza rispetto agli anni passati. Il grafico 1 mostra una stima che può “ballare” nell’ordine di un 1 punto percentuale.

Qualsiasi sia la stima usata per calcolare questi saldi corretti, la parte di dinamica del Pil potenziale dovuta all’innovazione è stagnante da un ventennio

È certamente rilevante, ma a prima vista non si tratta di una varianza di stima eccezionale, soprattutto se si nota come la stessa incertezza sia comune a tutte le fasi di contrazione ciclica. La critica che il Governo recapita a Bruxelles ha delle basi empiriche, ma non sembra essere “numericamente importante”, così come il grafico 2, presente nel Def, mostra inequivocabilmente. Le stime centrali usando parametri di varianza più adeguati, non sembrano cambiare di molto. L’output gap così stimato è più alto di 0,1 punti percentuali. Uno scostamento quasi impercettibile.

Questa impressione è confermata dal successivo paragrafo del lavoro tecnico del Governo. L’analisi infatti prosegue mostrando come una specificazione della relazione strutturale fra dinamica dei prezzi – invece della dinamica salariale tout-court – e tasso di disoccupazione ciclica (Nairu) sia empiricamente più robusta, e meno soggetta a stime fittiziamente pro-cicliche. Il grafico 3 mostra la stima del Nairu, simile per specificazione ai modelli Ocse e Imf – che si discostano da quelli Ue – comparata a quella del Nawru, utilizzato invece dalla Ue. Come si nota anche qui, non pare che gli effetti di stima siano particolarmente importanti.

Figura 3 Nawru versus Nairu

Se vogliamo davvero concentrarci su ciò che importa è nell’aumentare il grado d’innovazione della nostra economia

Prendendo come riferimento l’ultimo anno, si nota come utilizzando la metodologia proposta dai tecnici del Mef l’output gap sarebbe più grande di 0,3 punti percentuali, il che si tradurrebbe nella fantasmagorico vantaggio di avere uno 0,1 punto percentuale in meno di Deficit strutturale. Sono – a nostro avviso – noccioline, e la ragione sta nel fatto che – qualsiasi sia la stima usata per calcolare questi saldi corretti, la parte di dinamica del Pil potenziale dovuta all’innovazione è stagnante da un ventennio. Se vogliamo davvero concentrarci su ciò che importa, come il Programma di Stabilità stesso in altre parti ammette, è nell’aumentare il grado d’innovazione della nostra economia.

Quante risorse intellettuali sono spese per questi tipi di analisi? Non esiste nessun altro modo per indirizzare la politica di bilancio dei Paesi membri che fare la “battaglia del Nawru/Nairu”?

Sia consentita una breve considerazione finale su come si fa policy in Europa. Quante risorse intellettuali sono spese per questi tipi di analisi? Non esiste nessun altro modo per indirizzare la politica di bilancio dei Paesi membri che fare la “battaglia del Nawru/Nairu”? Chi si prende la briga di spiegare agli elettori/contribuenti, che le nostre politiche di bilancio sono così incentrate su tecnicismi esasperati? Nessuno vuole mettere in dubbio l’utilità di tali indicatori, ma chi conosce la macroeconomia sa che un modello di stima – e non vogliamo neppure entrare nel grande dilemma se sia quello più corretto – è soggetto ad ampia discrezionalità, e revisioni nel tempo.

Non esiste un metodo più trasparente e meno costoso per fornire i giusti incentivi agli Stati membri, riottosi a piegarsi alle raccomandazioni della Commissione? Siamo passati a queste astruse stime proprio con l’intenzione, corretta, di non adottare politiche troppo pro-cicliche. Come si vede, i risultati sono a dir poco insoddisfacenti: alcuni Paesi si lamentano dei metodi, e i metodi stessi alternativi non paiono poi così migliori di quelli attuali.

L’analisi qui mostrata sembra far credere che, qualsiasi sia il modello, i problemi dell’Italia siano più strutturali che ciclici. La lunga recessione ha agito come un amplificatore di problemi già esistenti. La disoccupazione ciclica si trasformerà, in parte, in strutturale, così com’è normale e prevedibile dopo una recessione che ha tenuto – e continua a tenere – molti lavoratori ai margini del mercato del lavoro, intaccandone le competenze. Quanto giova una battaglia di modelli stocastici di previsione al disoccupato italiano? Ci sia consentito dubitare dell’utilità di tutto questo processo decisionale.