I costi nascosti che i fondi caricano sui risparmiatori

I costi nascosti che i fondi caricano sui risparmiatori

Il fondo comune dovrebbe essere lo strumento che si consiglia ad occhi chiusi alla mamma e al papà. E ci si aspetterebbe che le Sgr siano schierate sempre dalla parte della mamma e del papà, nel cui solo interesse dovrebbero amministrare i soldi ricevuti in gestione. Ma non sempre è così e quindi gli occhi bisogna tenerli spalancati, soprattutto se siamo in Italia e se la Sgr non è indipendente dalla Banca dove mamma e papà hanno depositato i risparmi.

Un caso che potremmo definire di scuola è costituito dalle “commissioni di collocamento”, l’ultima grande passione di parte dell’industria italiana del risparmio gestito. In attesa che la Consob prenda atto che certe strutture di costo non sono compatibili con le indicazioni europee in tema di protezione del risparmiatore, vale la pena provare a capire cosa sono e soprattutto perché andrebbero evitate accuratamente.

Queste strane commissioni hanno soppiantato le più trasparenti commissioni di sottoscrizione che nessuna banca riusciva più a far pagare

Queste strane commissioni hanno soppiantato le più trasparenti commissioni di sottoscrizione che, proprio in virtù della loro trasparenza, nessuna banca riusciva più a far pagare ai propri clienti. Sono previste da quasi tutti i fondi maggiormente venduti (e non è un caso) e quindi il tema riguarda molto da vicino la gran parte dei piccoli risparmiatori che negli ultimi anni hanno acquistato fondi comuni di investimento.

C’era una volta, tanti anni fa, la commissione di sottoscrizione (o di ingresso), un costo trattenuto al momento di ogni nuova sottoscrizione in un fondo comune. Ipotizzando una commissione di ingresso del 4%, un risparmiatore che faceva un versamento per 100 euro, ne investiva in realtà 96, mentre 4 erano trattenuti dalla società di gestione (e solitamente girate a chi aveva venduto il fondo). Le commissioni di ingresso sono ancora teoricamente previste in molti fondi, ma trattandosi di un costo esplicitamente pagato dal risparmiatore, i distributori (banche o promotori) non riescono quasi più a farle pagare. Agli albori del fondo comune, questa specie di biglietto di ingresso al club aveva infatti un senso. Però erano i tempi in cui per comprare un’azione estera si pagavano delle sberle di commissioni. Ma oggi che con le banche online tutti i mercati del mondo sono a portata di click a costo quasi nullo e che si può accedere ad Etf e a fondi quotati, l’idea del club non funziona più e quindi il biglietto non lo vuole pagare più nessuno. Perlomeno, se sa che il biglietto esiste.

Attenzione al trucco. Il cliente non paga direttamente le commissioni. Le paga il fondo per lui. Ma poi le scarica sui risparmiatori

Tuttavia, l’industria del risparmio gestito è rapida e ingegnosa quando si tratta di non perdere rendite preziose. Da qualche anno quindi hanno fatto la loro comparsa le commissioni di collocamento: commissioni a carico del fondo, prelevate in un’unica soluzione e ammortizzate linearmente in un periodo solitamente di 5 anni. Attenzione al trucco. Il cliente non paga direttamente le commissioni. Le paga il fondo per lui. Ma, visto che i soldi del fondo sono solo e soltanto i soldi del risparmiatore, alla fine chi paga se non il risparmiatore?

Per capire, al di là della definizione, come funzionano, è utile continuare sull’esempio dei 100 euro e una commissione, di collocamento questa volta, del 4 per cento. Bisogna innanzitutto chiarire che questo tipo di commissioni si può applicare solo a fondi comuni con una durata prestabilita e con una finestra di collocamento, tipicamente della durata di 3 mesi, all’infuori della quale non è possibile fare sottoscrizioni successive. Immaginiamo quindi un risparmiatore che durante la finestra di collocamento investa 100 euro nel fondo. Non essendoci commissioni di ingresso il risparmiatore vedrà un valore del patrimonio pari a 100. Quello che però il risparmiatore non vede è l’effetto delle commissioni di collocamento, che alla fine della finestra di collocamento sono prelevate in un’unica soluzione dal patrimonio del fondo (leggasi patrimonio dei sottoscrittori). Dei 100 euro investiti, infatti, 4 sono stati immediatamente prelevati dalla Sgr e, probabilmente, girati ai collocatori. Il motivo per cui il risparmiatore continua a vedere un patrimonio di 100 euro, quando invece quello effettivo è da subito pari a 96, è un banale meccanismo contabile. Il prelievo della commissione di collocamento genera, nel bilancio del fondo, un credito (tecnicamente un risconto attivo) che sarà ripagato con una giornaliera riduzione del valore della quota nei 5 anni successivi. Come si vede nel grafico, arrivati alla scadenza dei 5 anni, il valore della quota avrà incorporato totalmente il costo delle commissioni di collocamento, sostenuto dal patrimonio del fondo (dei risparmiatori) anni prima.

Per evitare che chi esce prima (dei 5 anni) dal fondo possa pagare implicitamente solo una parte delle commissioni, la struttura di pricing prevede che le commissioni di collocamento vengano accoppiate con delle commissioni di rimborso decrescenti e a favore del fondo. Il risparmiatore che decide di uscire prima della scadenza del fondo vede addebitata tutta la componente delle commissioni di collocamento non ancora ammortizzata. Da notare, en passant, che la Consob vieterebbe la coesistenza di commissioni di ingresso e di uscita.

Il risparmiatore che decide di uscire prima della scadenza del fondo vede addebitata tutta la componente delle commissioni di collocamento non ancora ammortizzata. Cosa che sarebbe vietata

Nell’esempio numerico del grafico, se un risparmiatore esce dopo un anno, periodo in cui la commissione di collocamento è stata ammortizzata per lo 0,8%, pagherà una commissione di uscita del 3,2 per cento. Anche in questo caso si tratta però di un aggiustamento contabile perché quel 4% di commissioni di collocamento è già stato prelevato dal capitale del sottoscrittore, ma non ancora incorporato dal valore della quota.

Una volta fatta chiarezza, proviamo a evidenziare i punti che dovrebbero indurre qualsiasi risparmiatore a fuggire da un prodotto che prevede queste commissioni.

C’è un conflitto di interessi nascosto. Chi vende il fondo incassa subito la commissione di collocamento, il risparmiatore la paga subito ma la vede (o, meglio, non la vede) gradualmente sul valore della quota. Questa forma di incentivo ai distributori è inoltre particolarmente gradita alle Sgr che non devono anticiparlo con capitali propri ma lo prelevano direttamente dai soldi dei sottoscrittori.

Viene meno il valore della trasparenza di un fondo. Una grande qualità dei fondi comuni è quella di pubblicare giornalmente un valore della quota che varia al variare dei prezzi dei titoli in cui è investito. L’ammortamento quotidiano delle commissioni di collocamento indebolisce questa relazione.

Vengono limitate le possibilità di investimento del fondo. Il valore del patrimonio è 100 ma l’investimento massimo effettivo (senza indebitarsi) è pari a 96. Il credito nel patrimonio del fondo, rappresenta una quota dello stesso evidentemente inutilizzabile, limitando così le potenzialità del fondo di creare davvero valore per il sottoscrittore.

Insomma, le commissioni di collocamento sono di fatto commissioni di ingresso, abbandonate e fatte rientrare della finestra, con la differenza che non sono scontabili e negoziabili. E, soprattutto, sono rese invisibili al risparmiatore finanziariamente poco evoluto (cioè al 99,9% delle mamme e dei papà).

Dati gli evidenti vantaggi che le commissioni di collocamento portano a Sgr e banche distributrici, non stupisce che queste siano presenti in quasi tutti i fondi più venduti degli ultimi anni. Più difficile è vederne un beneficio per il risparmiatore, che per fortuna può tutelarsi facilmente, evitando fondi che prevedano commissioni di collocamento.