Il senso della Rolex per la rivoluzione

Il senso della Rolex per la rivoluzione

L’accostamento “tra l’immagine di ROLEX alla devastazione di Milano e all’universo della violenza eversiva” è inaccettabile, spiega Gianpaolo Marini, ad di ROLEX Italia in una lettera aperta a pag. 8 del Corriere della Sera.

La lettera arriva qualche giorno dopo che sui giornali era girata la fotografia di una manifestante che “spaccava le vetrine” con ROLEX al braccio e soprattutto dopo che il presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva parlato di “soliti farabutti col cappuccio e figli di papà con il rolex”. In minuscolo, cosa grave: “il suo utilizzo in caratteri minuscoli ed in forma sostantivata generica non risponde a correttezza” oltre che “diluire il suo valore”.

La risposta giusta sarebbe questa:

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ma un paio di riflessioni in più non fanno male. Prima di tutto, la ragazza non stava spaccando nulla, ma solo imbrattando. Sembrerà una differenza da poco, ma è comunque una differenza. In secondo luogo, c’è da ricordare che non è un caso isolato. Che, anzi, è il culmine di una lunga tradizione in cui il Rolex è l’orologio dei rivoluzionari-chic. Lo indossavano sia Che Guevara che Fidel Castro, che non spaccavano vetrine ma organizzavano insurrezioni.

Il Rolex (pardon, ROLEX) era un tratto di eleganza vezzoso, unica concessione allo stile fatta dai due “barbudos”, i quali sapevano bene che la rivoluzione non è una cena di gala e che, comunque, quando arriva l’ora della rivolta è bene che sia precisa. È da questa tradizione – è evidente – che attinge la black-bloc che imbrattava le vetrine, non da altro.

La seconda riflessione è un’altra. È bene che la Rolex sia “un cittadino di Milano rispettoso” e non voglia essere associato agli spacca-vetrine, ci mancherebbe. Anzi, è lodevole. Meno lodevole, invece, che non abbia problemi a vedere il proprio marchio utilizzato come forma di favore, di regalino da parte amici degli ex-ministri agli ex ministri – chissà, forse per oliare i meccanismi del potere, come dicono i malpensanti. Ecco, in quei casi non scrivevano lettere al Corriere della Sera per dissociarsi.