La fine della saga dei Miliband, la dinastia perdente del Labour

La fine della saga dei Miliband, la dinastia perdente del Labour

Ed Miliband ha dichiarato di avere la responsabilità «totale e assoluta» della sconfitta del Labour alle elezioni britanniche di pochi giorni fa, annunciando le sue dimissioni. Il suo partito, a lungo dato in un testa a testa con i conservatori, ha ottenuto 232 seggi, ventotto in meno rispetto al parlamento uscente.

Come nelle corti antiche, anche nelle democrazie di più solida tradizione si sono viste e ancora si vedono le saghe familiari, con i loro tradimenti, i colpi di scena e i risvolti tragici. Gli Stati Uniti sono molto generosi in materia: basti pensare a quella, non ancora conclusa, della coppia presidenziale Rodham-Clinton, o delle famiglie Kennedy e Bush. Curiosamente, in Italia è più difficile trovarne, se non nel tono minore della farsa (i Bossi) oppure con un divario tra le cariche che va a scapito della grandiosità narrativa (i Segni, i Berlinguer, i Letta).

Con l’abbandono di Ed Miliband si chiude un capitolo di una saga familiare ai massimi livelli della sinistra britannica. Perché Edward Samuel Miliband, 45 anni, ha lasciato l’8 maggio un posto che a lungo era sembrato spettare di diritto al fratello David. Che, pochi giorni fa, ha dichiarato che non intende concorrere di nuovo per la leadership del partito, che sarà decisa il prossimo settembre. C’è chi da anni lo rimpiange nella politica britannica e dice che, con lui alla guida, le cose nel Labour e nel Regno Unito sarebbero potute andare diversamente. Tant’è, da domani non sarà più tempo di fratelli Miliband, nella sinistra del Regno Unito.

Liti e mediazioni

I fratelli Miliband sono cresciuti insieme in una zona borghese del nord di Londra. Il padre Ralph, un ebreo polacco che era riuscito a sfuggire all’invasione nazista del Belgio nel 1940, era un teorico marxista che lasciò molto presto il laburismo britannico per idee più radicali. La madre Marion Kozak rimase invece nel Labour e divenne una figura altrettanto riconoscibile nella sinistra britannica.

I due fratelli, ancora bambini, assistevano alle discussioni politiche nella casa di Primrose Hill con alcune delle figure più importanti della sinistra inglese, da Ken Livingstone – due volte sindaco di Londra negli anni Ottanta e poi nei Duemila, soprannominato “Ken il Rosso” per le sue idee molto a sinistra – a Tony Benn.

Da bambini, i due fratelli assistevano alle discussioni politiche del padre con alcune delle figure più importanti della sinistra inglese

David e Ed fecero la stessa università e per un certo periodo abitarono anche in appartamenti adiacenti nello stesso stabile, ma uno dei due sembrava restare nell’ombra. Per anni, intervenendo ai convegni, Ed Miliband si presentava come «l’altro Miliband». Non era certo uno qualsiasi: aveva cominciato a fare attività politica per il Labour da ragazzo, aveva frequentato il Corpus Christi College di Oxford e, dopo un breve periodo da giornalista televisivo, aveva fatto da assistente a Harriet Harman, allora membro del governo ombra di Gordon Brown (Harman ha preso il posto di leader ad interim del partito dopo le dimissioni di Miliband).

Le sue qualità – e in particolare la sua attitudine per la matematica – fecero sì che venisse notato da Brown. Quando il Labour tornò al potere con Tony Blair, nel 1997, emerse anche la netta divisione tra l’ufficio del premier e Gordon Brown, il ministro dell’economia.

Negli anni successivi, spesso Ed faceva da messaggero e da mediatore tra i due schieramenti, grazie alla sua capacità di smussare i toni della discussione e di trovare un compromesso. A Downing Street ritrovava una persona che conosceva molto bene: suo fratello David, capo dell’unità di studio delle policy di Blair. Era dall’altra parte della barricata che divideva le due anime della sinistra britannica – per il momento, quella vincente.

Ed e David Miliband, Manchester, 27 settembre 2010 (Christofer Furlong/Getty Images)

Eletto per la prima volta in parlamento nel 2001, David Miliband fece una carriera rapidissima. Entro un anno era già nel governo, con delega per il sistema scolastico. Dopo le elezioni successive, nel 2005, diventò ministro per le comunità locali.

Poi venne il turno di Brown, che nel 2007 prese il posto di Tony Blair senza passare dalle urne. In quel governo, in carica fino alla sconfitta elettorale del maggio 2010, David Miliband ebbe l’importante ministero degli esteri, a 41 anni uno dei più giovani politici britannici a ricoprire l’incarico; Ed, nonostante fosse tra i “browniani”, ottenne quello assai meno di rilievo di ministro per l’energia e il cambiamento climatico.

Con la fine ingloriosa del governo Brown, colpito duramente dalla crisi finanziaria – e dai costosissimi bailout delle banche britanniche – si aprì la sfida per guidare il Labour. Secondo molti, era arrivata l’ora di David Miliband, che da ministro degli esteri si era guadagnato una grande visibilità e una certa autonomia intellettuale rispetto ai suoi mentori.

Brains

Ma David Miliband aveva idee che andavano parecchio al di là della politica estera. La sinistra britannica era passata attraverso la storica trasformazione verso il New Labour, e in quel percorso David Miliband aveva avuto spesso voce in capitolo. Alastair Campbell, un altro degli uomini più vicini a Blair a cavallo tra anni Novanta e anni Duemila, lo soprannominava Brains, “cervelli”, per le sue capacità analitiche e di memoria.

Non che David avesse fatto molto per nascondere la sua ambizione. Nell’estate del 2008, da ministro degli esteri del governo Brown, pubblicò un editoriale sul Guardian invitando il Labour a non vergognarsi del suo decennio al governo e a credere nelle possibilità di vincere le elezioni successive – senza mai menzionare il premier in carica, che in quei giorni era appena partito per le vacanze.

Ma al congresso annuale del Labour decise di non lanciare apertamente la sfida e, nonostante tutta l’attenzione fosse per lui, si limitò a rinnovare il suo sostegno al premier. Per i due anni successivi, mentre il governo Brown era sempre più traballante, David arrivò spesso a un passo dal ritirare il suo supporto – una mossa che ne avrebbe quasi certamente determinato la fine – per poi rilasciare dichiarazioni di lealtà.

David non si sentiva pronto a lanciare apertamente la sfida a Brown, ma in molti interpretano oggi quell’incertezza come una fatale mancanza di coraggio. Meno di una settimana dopo la sconfitta elettorale del 6 maggio 2010, ad ogni modo, David fu il primo ad annunciare che avrebbe corso per diventare il nuovo leader del partito.

Quando fu il turno di Ed di annunciare la sua candidatura, pochi giorni più tardi, molti si stupirono. Al di fuori degli appassionati di politica, non erano in tanti a sapere chi fosse e che cosa facesse «l’altro Miliband». Il Guardian gli chiese se non era meglio per lui fare come Bobby Kennedy con Jfk, sostenere la campagna del fratello con più possibilità. Ed rispose: «Siamo fratelli, non cloni».

Manchester, 2010

La votazione finale dei delegati, il giorno prima dell’inizio del congresso del partito a Manchester, si tenne il 25 settembre 2010. David aveva raccolto molti sostenitori di alto profilo per la sua campagna, come il potente Alan Johnson, ex ministro di Blair e di Brown. Gli artefici del New Labour erano quasi tutti con lui.

Ed invece si era scelto la posizione più a sinistra, quella che non rinnegavaapertamente la nuova linea ma voleva aprire un nuovo corso, puntando in particolare sulle disuguaglianze economiche e su un sistema fiscale che pesasse di più sui redditi più alti. Ottenne il decisivo appoggio dei sindacati, compatti nell’opposizione al fratello.

Nei quattro mesi di campagna per la leadership non risparmiò critiche al suo stesso fratello. Definì l’invasione dell’Iraq del 2003 – che tanto era costata a Blair – «un tragico errore» e attaccò il manifesto elettorale del Labour del 2010, che David aveva difeso con convinzione. Ma il Paese era finito in mano ai Conservatori di David Cameron dopo tredici anni di governo laburisti, come si poteva continuare a sostenere «ogni aspetto» del manifesto?

I primi turni avevano dato la maggioranza dei voti a David, ma alla quarta e ultima votazione, quando solo i due fratelli erano rimasti in corsa, Ed lo superò di un soffio: finì con il 50,65 per cento dei voti per lui e il 49,35 per David. I tabloid britannici si scatenarono.

Poco più tardi, David Miliband annunciò il suo ritiro dalla “prima linea” del partito. Non voleva, spiegò, che nei mesi successivi i media e i commentatori politici interpretassero ogni sua mossa, ogni suo gesto e ogni sua dichiarazione nell’ottica di una sfida o di una rivincita nei confronti del fratello.

Mantenne il seggio da parlamentare, ma rifiutò di correre per far parte del “governo ombra” del partito. Continuarono però i tempi difficili per lui: ogni volta che usciva di casa era assediato dai cronisti e la sua attività politica era guardata molto da vicino. Se non si esprimeva su un tema, era accusato di non fare la sua parte; se diceva qualcosa, le sue parole venivano sezionate alla ricerca di un obliquo attacco al fratello. Un editoriale del Guardian percorso da una certa nostalgia, nel 2013, lo chiamò «la Ferrari chiusa nel garage del Labour».

Nel 2013 David si trasferì a New York, dove affittò un appartamento con la famiglia a Manhattan (la moglie di David è statunitense). Si dedica da allora alla direzione dell’International Rescue Committee, una delle più grandi organizzazioni umanitarie per il soccorso dei rifugiati. Qualcuno ci ha letto una fuga, e probabilmente lo è stata: David ha per molto tempo messo in chiaro con tutti i giornalisti che quello del fratello Ed era un argomento che non si poteva toccare.

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