L’ala dura di Syriza: «Grexit o crisi politica»

L’intervista

Con il rimborso di 750 milioni di euro al Fondo Monetario Internazionale, lunedì scorso, da Atene arrivano segnali di cooperazione con l’ex Troika, nel tentativo di veder sbloccata l’ultima tranche di aiuti da 7,2 miliardi di euro. Ma il governo Tsipras, che in questi giorni vive il distendersi delle relazioni con gli altri governi dell’Eurozona, è pressato dall’opposizione interna.

Il nucleo duro di Syriza chiede la rottura dei negoziati e l’uscita – volontaria – di Atene dall’euro. Come conferma Dimitris Belantis, avvocato e tra i membri del Comitato Centrale di Syriza, tra quelli che aspettano in questi giorni di capire se il “compagno” Tsipras alla fine cederà o meno alle lusinghe del capitalismo. E in quel caso, ammette Belantis, nessuno salverà il governo dalla crisi politica.

Quali sono le vere opzioni che restano oggi alla Grecia?

Il nostro governo ha davanti a sé due opzioni principali. La prima è rispettare gli impegni presi con gli elettori a gennaio, le cosiddette linee rosse oltre le quali non si sarebbe andati, relativi alle politiche su lavoro e previdenza sociale. Cosa che rende molto difficile la firma di un accordo, in tempi brevi, con l’ex Troika. Questo soprattutto se le entrate fiscali restano così basse da non permettere un equilibrio tra bisogni sociali e rimborsi ai creditori internazionali. È evidente che questo scenario comporterebbe il rifiuto dei pagamenti e quindi una rottura con l’Eurozona. La seconda opzione è quella che definisco di adattamento. Ed è un’opzione che comporterebbe, nel caso venisse scelta, l’abbandono o comunque la rimozione di una parte critica del nostro programma elettorale, che potrebbe anche non essere sufficiente. Ci troveremmo obbligati, nel nome di un accordo, ad accettare nuove misure di austerità. Tra queste: aumento dell’Iva, tagli alle pensioni, ma anche nuovi colpi ai diritto dei lavoratori. E questo sarebbe un fallimento per la sinistra non soltanto in Grecia, ma in tutta Europa.

«L’adattamento alle politiche dell’ex Troika sarebbe un fallimento per la sinistra non soltanto in Grecia, ma in tutta Europa»

Considera i rimborsi effettuati in questi mesi al Fondo Monetario Internazionale come dei cedimenti di Tsipras nei confronti dell’ex Troika? Il segnale che Atene vuole raggiungere un accordo?

È chiara la conseguenza logica del rimborso da 750 milioni di euro al Fondo Monetario Internazionale: il governo è impegnato politicamente per raggiungere un accordo con l’ex Troika. Il pagamento al FMI è anche collegato, però, all’atmosfera “distesa” nei colloqui tra i ministri delle finanze della zona euro nell’ultimo Eurogruppo dell’11 maggio a Bruxelles. Non dobbiamo, ad ogni modo, lasciarci trarre in inganno: i negoziati continuano e non c’è nessun accordo assicurato nel breve periodo. Resta sempre la possibilità che Tsipras decida, a un certo punto, di rifiutare condizioni e termini che vanno al di là di ogni limite accettabile. Impedendo così la sconfitta della sinistra in Grecia ed Europa.

In caso di mancato accordo, però, non c’è che un finale: l’uscita di Atene dall’Eurozona. La considera una strada percorribile?

Guardiamo la situazione attuale. In caso di un accordo con i creditori europei, che equivarrebbe alla capitolazione della Grecia, la credibilità di Syriza sarebbe completamente minata. E non soltanto tra gli elettori di sinistra, ma anche tra quelli moderati della classe media. Distruggendo Syriza, poi, si tornerebbe a essere vittime del sistema partitico tradizionale greco. L’ipotesi di un default greco all’interno dell’Eurozona, però, non è migliore. Ci troveremmo di punto in bianco in preda all’assenza degli strumenti della stabilità finanziaria e della politica monetaria. Il default ci renderebbe automaticamente una colonia tedesca, governata dalla Troika con politiche neoliberali. Ecco perché, davanti a queste possibilità, forse la Grexit – per quanto comporterebbe un bagno di sangue nel breve termine – ci renderebbe alla fine liberi nel lungo periodo. È chiaro che misure di controllo dei capitali e delle banche sarebbero poi necessarie, ma è un rischio di cui i greci devono essere consapevoli e sul quale devono scegliere.

«Il default all’interno dell’Eurozona ci renderebbe automaticamente una colonia tedesca»

Dopo quella del 12 maggio, però, sono molte le scadenze che avete davanti. Se le cose restano così, dove pensa il governo di trovare i soldi necessari a rimborsare Fmi e Bce?

La prossima scadenza è a giugno. Alla Grecia spetta un rimborso da oltre un miliardo di euro. Per questo credo che il Paese non sia nella condizione di rimandare le sue decisioni oltre il mese di giugno. Credo anche che il governo non dovrebbe procedere con questo rimborso, perché sarebbe una catastrofe per le finanze del Paese e per la spesa pubblica. Credo che giugno rappresenti la scadenza ultima per spingere l’esecutivo a reagire alle minacce del sistema capitalista internazionale.

«Credo che giugno sia la scadenza ultima per reagire alle minacce del sistema capitalista internazionale»

Crede che Tsipras abbia cambiato idea da gennaio, che si stia allontanando dalle promesse elettorali? E soprattutto dall’ala dura di Syriza?

Non sono nella testa di Tsipras e quindi non so cosa pensi esattamente. Sono però spinto a credere che il cambiamento di cui si parla ovunque, e cioè l’avviamento di Syriza verso posizioni più moderate, non sia completo.

E soprattutto abbiamo tutto il tempo per cambiare le cose e tornare indietro. Le forze della sinistra rischiano di essere costrette a rientrare nell’universo dei partiti di sistema. Come è accaduto già nel 1981 al Pasok, trasformatosi in partito tradizionale. Chiaramente nessuno è in grado oggi di prevedere una mutazione di Syriza simile a quella che fu del Pasok o al contrario verso un’estrema radicalizzazione. Quello che è certo è che il nocciolo duro o l’ala di sinistra di Syriza sono contrari il rimborso dei prestiti e possibilmente favorevoli all’uscita dall’Eurozona. Quindi, sì, in caso di una svolta moderata di Syriza c’è il rischio di una crisi interna al partito.

Ma non la spaventa una Grexit?

Onestamente ci sono cose nella società greca di oggi che mi spaventano molto di più dell’uscita volontaria del Paese dall’euro.

Un’ultima domanda. Il ministro tedesco Schäuble ha aperto alla possibilità di sottoporre il piano di riforme che sarà concordato tra Atene e l’ex Troika a un referendum popolare. Come valuta questo annuncio?

Il referendum è uno strumento del governo e non è da escludere che Tsipras decida di farvi ricorso. In questo caso, però, diventa centrale la domanda che sarà posta ai cittadini greci. Per come la penso io, non si dovrebbe chiedere ai greci se vogliono o no restare nell’euro. Ai greci andrebbe chiesto: volete un accordo proposto dalla Troika, oppure delle politiche sociali indipendenti e contrarie a ciò che i creditori richiedono?

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