Le macchine che scrivono i nostri libri

Le macchine che scrivono i nostri libri

Ray Bradbury non credeva negli aerei, nei cellulari e nei pattini a rotelle. Era convinto che ci stessimo confezionando con le nostre mani il futuro che lui aveva cercato per molti decenni di esorcizzare attraverso i suoi libri. Un futuro in cui tutto è gestito dalle macchine e gli uomini sono amministrati dai ritmi serrati che le macchine impongono, hanno perso il controllo, hanno smesso di tenere le redini e sono costretti a rispettare gli ordini per non essere fatti a pezzi dal sistema. «Non voglio descrivere un futuro possibile», ha detto in più occasioni l’autore di Fahrenheit 451. «Cerco di prevenirlo». Avremmo disimparato a scrivere e a parlare: «Non stiamo più insegnando ai nostri figli a leggere e stiamo allontanandoli sempre di più dall’esercitare un pensiero cosciente». Ogni volta che Amazon mi consiglia un libro, mi corre un brivido lungo la schiena.

La sensazione che esistano entità che conoscono i nostri gusti meglio di noi stessi, sta diventando una specie di costante — o è già diventata una specie di costante, solo che si è infilata tra la ragione e la percezione in maniera sottile e silenziosa. Ogni giorno riceviamo suggerimenti basati su qualcosa che non sapevamo di volere, correggiamo i nostri bisogni in relazione agli stimoli esterni e ci lasciamo influenzare dai trend più di quanto il mercato sia influenzato da noi. Viviamo in un’epoca di sovrapproduzione sconsiderata, futile e quasi del tutto superflua. Eppure non possiamo farne a meno. «Care generazioni future, per favore accettate le nostre scuse. Eravamo ubriachi di potere», per citare quasi alla lettera un altro maestro della previsione cosmica: Kurt Vonnegut.

Nel 2008, con oltre duecentomila titoli disponibili, l’illustre sconosciuto Phil Parker era l’autore più pubblicato nella storia dell’umanità. Nel 2013 i libri che portavano il suo nome, tutti reperibili su Amazon, erano più di un milione. Soprattutto nonfiction riguardo argomenti molto specifici —Manuale ufficiale per l’auto diagnosi dell’Acne Rosacea, Bibliografia e dizionario della sindrome di Stickler, per pazienti, medici e ricercatori, cose del genere — ma anche un romanzo rosa, un paio di gialli e qualche poesia. «A dire il vero, è così lampante che il mio lavoro non è Zen? / Levensthein, la tua magia solleverà il manto di foschia», se questi versi a prima vista non hanno alcun senso, una spiegazione esiste e non ha nulla a che vedere con l’ermetismo. Parker, fondatore e Ceo di Icon Group International, ha messo anni di lavoro nella sua massiccia produzione, solo non li ha dedicati alla scrittura nemmeno per una minima percentuale. Ha messo a punto un sistema di algoritmi molto complessi, in grado di attingere a tutte le fonti disponibili online su un dato argomento, per comporre un libro di duecento pagine in media, in meno di un quarto d’ora. Questo, più i gusti degli utenti di Amazon, danno qualcosa di molto vicino alla “letteratura a comando”.

Il sistema di Parker è nipote del Taylorismo e figlio della catena di montaggio di Henry Ford

Il sistema di Parker, nelle intenzioni del suo ideatore, è nipote del Taylorismo e figlio della catena di montaggio di Henry Ford. «Ci sono arrivato percorrendo al contrario il processo di confezionamento di un libro. Ho cercato di rendere il lavoro fluido e proficuo, azzerando completamente le perdite di tempo», ha detto al New York Times attorno agli inizi della sua carriera. L’automazione di un processo creativo, con l’azzeramento dei tempi morti, significa la perdita dell’intera componente inventiva. Il “guardare fuori dalla finestra” che è comunque lavorare di Joseph Conrad, per intenderci. E questo, in termini di produzione, è un passo avanti. Il tempo impiegato da Parker nel formulare gli algoritmi universali che avrebbero dato vita ai suoi libri, rappresenta l’intero apporto creativo all’attività produttiva. Fatto una volta, non è più necessario. Se poi consideriamo che i libri di Parker non esistono finché non vengono ordinati, che quindi sono stampati su richiesta, otteniamo più o meno il cento percento del guadagno su uno sforzo di produzione che rasenta lo zero assoluto. «Il futuro dell’auto-pubblicazione», lo ha definito Kurt Beidler, senior manager di Amazon. Lo stesso futuro che faceva impazzire Bradbury.

Il secondo lemma di Borel-Cantelli stabilisce che una scimmia che prema a caso sui tasti di una macchina da scrivere per un tempo indeterminato, sia in grado prima o poi di comporre un’opera del valore della Divina Commedia. Se al posto della scimmia mettiamo un computer programmato per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, otteniamo uno dei libri di Parker. La differenza è tanto semplice quanto sostanziale: la scimmia è vittima del caso, che muove le sue dita sulla tastiera, della noia, che le conferisce la volontà di cambiare i tasti e di una pur flebile spinta creativa, che le fa preferire il suono di un tasto all’altro — per esempio. Gli algoritmi di Parker sono guidati da una forma di ragione talmente ottusa da non dare spazio ad alcun tipo di ragionamento laterale. La Divina Commedia contro il Manuale di auto-diagnosi dell’Acne Rosacea. Poi, dove stia la necessità di una produzione talmente massiccia di libri da dover essere automatizzata scientificamente, resta ancora un mistero. Mentre scrivo ho in mente i padiglioni del Salone del Libro di Torino e il fatto che negli Stati Uniti nel 2014 siano stati stampati più di un milioni di libri, sinceramente mi sembra che stiamo facendo abbastanza. Non c’è innovazione dove non c’è necessità, e questo dovrebbe porre un punto alla questione.

Parker, nel frattempo, continua a scrivere. A chi gli ha chiesto — di nuovo citando Borel — se pensava che di poter paragonare una delle sue poesie-auto-generate a Shakespeare, ha risposto: «Certo che no, ma solo perché ancora non ho cominciato a scrivere sonetti». La sua visione del futuro è, in qualche modo, contemporaneamente radiosa e deprimente, a seconda di che prospettiva si scelga per guardarci attraverso.

Dopo che un utente di Amazon ha criticato uno dei manuali definendolo un guazzabuglio di informazioni pescate a caso e messe assieme con superficialità, Parker si è difeso dicendo: «Certo, se sei bravo a usare Internet, questi libri non servono a niente». Ecco, forse è questo che ci salverà. La capacità dell’uomo di innovarsi prima che le macchine innovino se stesse. Finché l’utilizzo delle tecnologie prevederà un, anche minimo, apporto creativo, l’umanità sarà al sicuro perché nessuna macchina, nemmeno la meglio addestrata, potrà mai applicare al proprio lavoro lo stesso giudizio caotico. I libri di Parker si generano mettendo assieme informazioni selezionate a seconda dell’affinità con l’argomento richiesto, ma non sono capaci di mettere in relazione le informazioni tra loro o di scegliere quelle più divertenti per il lettore, perché non hanno giudizio. Allo stesso modo Amazon mi saprà consigliare John Updike finché comprerò libri di Philip Roth, ma non potrà mai prevedere quando sarò dell’umore per leggere Federico Moccia. Finché avrò il potere di fare una scelta illogica, sarò al sicuro dalla logica del sistema.