“Mad Max Fury Road” è un film totale

“Mad Max Fury Road” è un film totale

Il ritorno di Mad Max è avvenuto in contemporanea mondiale il 14 maggio. Erano passati trent’anni dall’ultimo episodio della trilogia che, all’epoca, lanciò Mel Gibson, e insieme all’atteso ritorno prenatalizio di Quentin Tarantino, questo nuovo episodio di postapocalisse firmato George Miller era uno degli eventi più attesi dell’anno cinematografico. Ora l’abbiamo visto, presentato fuori concorso al Festival di Cannes, e possiamo dire che ne vale assolutamente la pena.

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Questo quarto film della serie di Mad Max è molto facile da riassumere: è un “semplice” inseguimento con l’acceleratore a tavoletta — praticamente senza sosta — tra mitragliate, esplosioni, bombe a mano, uragani di sabbia infernali, agguati tra le rocce, camion di casse a volumi da rave e macchine pimpate, il tutto ambientato in una Terra ridotta a deserto in seguito a una imprecisata catastrofe naturale. È un mondo in cui sopravvivere è difficile, ma il cui funzionamento è relativamente semplice: i ricchi non hanno bisogno di soldi, perché l’unica ricchezza che conta possedere per sopravvivere è l’acqua, per bere, e la benzina, per scappare.

La Terra è un mondo che cade a pezzi, una immensa Waste Land assetata, geneticamente stagnante, che non ha alcuna speranza di perpetuarsi

In particolare a fuggire è un gruppo di giovani donne — insieme spose del cattivone e incubatrici di vita — capeggiato da una Charlize Theron. Queste non sono semplicemente donne, solo le uniche ad essere fertili e sane in un mondo che cade a pezzi, una immensa Waste Land assetata, geneticamente stagnante, che senza di loro non ha alcuna speranza di perpetuarsi.

Dietro di loro, a inseguire a tavoletta, c’è un vecchio despota, il laido Immortan Joe, che si trascina al seguito un’armata di guerrieri motorizzati invasati e smandrappati che non vedono l’ora di immolarsi per il loro capo, un esercito tra le cui fila c’è anche Nux, zelante guerriero tra i tanti, che si porta dietro Tom Hardy. È lui Max, il protagonista, un eroe senza battaglie da combattere, se non la propria privata lotta per stare vivo. Max è un solitario, inizia il film in cattività, legato e insalamato sul cofano della macchina di Nux, che lo usa come sacca di sangue da trasfusione.

il destino che George Miller ha riservato allo spettatore è non è un film, è un bungee jumping

Non c’è altro da sapere, o meglio, non serve sapere altro. Questo è il trampolino su cui Miller accompagna lo spettatore nei primi dieci minuti del film, senza preoccuparsi di essere didascalico. Non gliene importa molto perché il destino che ha pensato per lo spettatore è lanciarlo in un film che somiglia a un bungee jumping, un’andata e un ritorno attraverso l’inferno e il deserto alla costante velocità di mille all’ora, con ben poche pause per respirare.

Con Mad Max Fury Road George Miller ha realizzato un capolavoro del genere, vincente sul piano sensoriale

Anche i dialoghi, oltre alla trama, sono esangui, ridotti al minimo indispensabile, funzionali a dare allo spettatore le poche informazioni che gli servono — e che gli bastano — per seguire l’avventura senza avere il costante riflesso di chiedersi continuamente il perché.C’è poco da dire: con Mad Max Fury Road George Miller ha realizzato un capolavoro del genere, vincente perché non offre — non vuole offrire — allo spettatore uno spettacolo narrativo, vuole fare di più, vuole offrirgli uno spettacolo totale.

Tra tutti coloro che in questi giorni hanno commentato e analizzato Mad Max, in pochi sono quelli che non ne hanno capito la grandezza. Tra di loro spicca il nome di Paolo Mereghetti, critico del Corriere della Sera. «È cinema questo?», si chiede accaldato davanti alla telecamera delle sue video recensioni, inviato nell’assolata Cannes. La risposta che si dà è un secco, e quasi sdegnato, «No, è soltanto un eterno divertimento per bambini».

E invece Mad Max è decisamente cinema, ed è un peccato dover constatare che ci siano critici che non siano in grado di capire che questo nuovo episodio della saga post apocalittica di George Miller è cinema al grado zero: perché è un’esperienza che più che essere narrativa è sensoriale, ed è un’esperienza che soltanto un film può dare.

È vero, la trama è scarna e le parole che si sentono durante le due ore di durata della pellicola sono poche, ma Miller ha dimostrato una cosa che ogni tanto ci dimentichiamo: ovvero come il cinema sia dotato, oltre alle parole e alla trama — strumenti che il cinema condivide con tutto il resto delle arti narrative — di un altro arsenale di linguaggi, paralleli alle parole e alle strutture del racconto. Che poi, a ben vedere, sono quelli veramente esclusivi dell’arte cinematografica: parliamo della colonna sonora, del montaggio, del ritmo delle inquadrature, dei movimenti di macchina. Ed è un linguaggio che, seppur Mereghetti se ne dimentica, è fondamentale, e Miller, che lo sa usare alla grandissima, con Mad Max è riuscito a orchestrare il tutto alla perfezione e, soprattutto, a saldare lo spettatore alla poltrona per due ore.

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