Contratto di ricollocazione, una svolta epocale ma per pochi

Contratto di ricollocazione, una svolta epocale ma per pochi

Con l’introduzione del contratto di ricollocazione, si presenta per i servizi per l’impiego una svolta quasi epocale nel rapporto pubblico e privato nel gestire la ricollocazione dei disoccupati.

Al momento il contratto è concentrato solo su particolari “target” di soggetti, ma è un passo in avanti perché accompagnato da altre due importanti aspetti: il primo è la definizione di un “accreditamento” nazionale dei criteri “minimi” per poter erogare da parte dei privati (profit e no-profit) i servizi pubblici per l’impiego; il secondo fa riferimento a un portale “on-line” per la collocazione dei disoccupati in una determinata fascia di intensità di aiuto a seconda delle loro caratteristiche socio-anagrafiche e dalla durata della disoccupazione (profilazione).

Il principio alla base del rapporto pubblico e privato fa riferimento al sistema complementare di “quasi mercato”, dove la fase di presa in carico è affidata al Centro per l’impiego, mentre l’attività di collocamento può avvenire anche mediante attori privati, incentivati da un premio in denaro.

Il meccanismo, nelle sue varie “sfaccettature”, è ormai una formula classica presenta in molti Paesi europei ed è ormai consolidato che il coinvolgimento dei privati produce almeno tre vantaggi:

– una chance di ri-collocazione più veloce nel mercato del lavoro, almeno per alcuni target di soggetti;

– una filiera di operatori dei servizi al lavoro sul territorio, impensabile da realizzare solo con l’intervento dell’attore pubblico;

– specializzazione nel campo della collocazione a seconda del profilo professionale dell’utente.
 

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

La letteratura insegna che la formula proposta dal contratto di ricollocazione funziona bene per i soggetti “relativamente” facili da ricollocare oppure verso coloro che necessitano di una “breve” traiettoria per rientrare nel mercato del lavoro.

In questo caso il meccanismo ha successo, ma non perché crea lavoro semplicemente perché si convince il privato, nella stragrande maggioranza delle volte sono Agenzia private del lavoro, a collocare soggetti svantaggiati, di cui in assenza di incentivi sarebbero certamente stati ignorati. In altri termini, non c’è un guadagno netto del collocamento, ma un effetto sostituzione a favore dei più difficili da collocare.

Questo non toglie che la creazione di un mercato dei servizi per l’impiego e la costituzione di una “filiera” permette una maggiore e intensa azione di ricerca di opportunità di lavoro da parte degli attori coinvolti. Ma è bene evidenziare che si tratta di attività marginali dato l’attuale eccesso di offerta di lavoro (poche offerte e troppi disoccupati) e il peso rilevante nel trovare lavoro dei rapporti informali (conoscenti e amici).

Tornando al contratto di ricollocazione, il sistema può funzionare per coloro che hanno un “mercato”, ma per gli altri, il contratto funziona? Diverse sperimentazioni realizzate sia in Italia, sia all’estero mostrano che la semplice delega la privato, in particolare della Agenzia private del lavoro, dei soggetti più svantaggiati è spesso “inconcludente” e “inefficace”.

Il termine “soggetto più svantaggiato” fa riferimento a persone con titolo di studi bassi o addirittura senza titoli, spesso senza competenze o in presenza di conoscenze “obsolete” ormai non più richieste dal mercato, da almeno due anni disoccupati e in molti casi si tratta di donne adulte (over 40). In riferimento alla Dote unica del lavoro in Lombardia, il modello più avanzato in Italia nella delega al privato, questo “target” non va confuso con la “Fascia 3”, perché si tratta di una categoria più ristretta e molto difficile da collocare perché non ha proprio mercato.

Verso questi soggetti il contratto di ricollocazione, così come previsto dal Jobs Act nella maggioranza dei casi non funzionerà, il numero di collocamenti risulterà estremamente basso e soprattutto falliranno le Agenzie private del lavoro, perché questo “profilo” non corrisponde ai target cercati dalle aziende clienti.

La soluzione nasce dal comprendere che la delega al privato funziona in misura del suo “network”, ovvero se l’operatore non si occupa già dei “super-svantaggiati”, non avrà successo anche se colloca migliaia di persone. In questo campo è necessario sviluppare azioni diverse dal concetto stesso di voucher di ricollocamento, ma anche dalla visione di competitività tra gli stessi attori privati.

Dall’esperienza emersa in particolari programmi realizzati nel Regno Unito, risulta che un modello competitivo per collocare i super-svantaggiati non permette la “condivisione” di informazioni tra i diversi attori coinvolti, azione fondamentale quando si tratta di questi soggetti. Ecco perché verso queste persone si parla di “azioni di rete” tra attori pubblici e privati e soprattutto si parla con attori no-profit provenienti dall’ambito sociale, in particolare associazioni e cooperative sociali.

In molti casi il collocamento è associato all’inserimento sociale, la presa in carico funziona spesso in sinergia con altri ambiti del welfare e soprattutto si tratta di soggetti dove la percentuale di ricollocamenti (ad eccezione di programmi di creazione diretta del lavoro in strutture pubbliche o para-pubbliche come in alcuni paesi scandinavi) è piuttosto modesta, ma il successo è misurato anche attraverso altre variabili e condizioni in termini soprattutto di miglioramento della qualità della vita.

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