Portineria MilanoI pm insistono: a Roma «non semplici delinquenti» ma una vera Mafia

Mafia Capitale

C’era la mafia a Roma. Quella vera. Che non sarà «riconducibile» alla Camorra, alla Mafia siciliana e alla ’Ndrangheta, ma è inquadrabile nello schema normativo dell’articolo 416 bis. Dopo le critiche arrivate da vari ambienti politici e giudiziari – il  procuratore generale presso la Corte dei Conti Salvatore Nottola parlò di «semplici delinquenti» – i pm romani che indagano su Mafia Capitale insistono nel definire il gruppo criminale di Massimo Carminati e Salvatore Buzzi un’associazione a delinquere di stampo mafioso. Lo fecero alla fine del 2014, quando partì il filone principale della maxi inchiesta che sta rivoltando la Capitale italiana come un calzino. Lo scrivono nero su bianco anche nell’ultima ordinanza di custodia cautelare, che ha mandato in carcere 44 persone, tra cui politici di peso come Giordano Tredicine e Luca Gramazio.

Insistono nel ricordare che la stessa Corte di Cassazione, il 10 aprile, ha confermato l’impianto accusatorio «cioè dell’esistenza di un’organizzazione criminale che operava su Roma da anni, con attività che si estendeva in diversi campi: propriamente criminale, economico e Pubblica Amministrazione, tutti settori che interagivano tra di loro; si trattava di un’organizzazione ramificata della quale Carminati era il capo, l’organizzatore e riconosciuto punto di riferimento degli altri sodali». Mafia chiama Mafia.

«Non nominare più il mio nome in giro sennò ti taglio in due»

C’è un intero capitolo dedicato ai metodi mafiosi e intimidatori del “cecato”, agli incroci con le altre organizzazioni criminali, soprattutto all’utilizzo delle mafie per portare voti all’ex sindaco Gianni Alemanno, durante l’ultima campagna elettorale per le elezioni europee. Per questo motivo, si legge nell’ordinanza firmata dal gip Flavia Costantini, «la forza d’intimidazione che caratterizza Mafia Capitale è, senza dubbio, incentrata e promana sostanzialmente dalla caratura criminale di Massimo Carminati, capo indiscusso dell’associazione, personaggio assolutamente non nuovo nel panorama criminale, la fama del quale è riconducibile, in particolare, alla sua passata vicinanza alla notoria Banda della Magliana, conosciuta per la sua efferatezza, anche grazie alla storia della stessa narrata in libri e riprodotta in film e sceneggiati, nonché all’essere stato più volte menzionato, per tale ragione e per la sua passata militanza nei N.A.R. (Nucleo Armato Rivoluzionario), in articoli di giornale».  

Per il tribunale di Roma «può, in definitiva, essere affermato che un’associazione criminale operante in Roma soprattutto nel settore recupero crediti si amplia ricomprendendo nella propria aerea (area, ndr) di interesse anche il settore economico e quello legato alla pubblica amministrazione». Estorsioni e intimidazioni. Lo si legge nella deposizioni di alcuni imprenditori ricattatati. Carminati minacciava così: «Non nominare più il mio nome in giro sennò ti taglio in due». E poi, di fronte ai magistrati, gli stessi imprenditori hanno spiegato la loro paura: «No, non mi sono recato presso alcun comando di Polizia o Carabinieri neanche a seguito del pestaggio subito, perché avendo frequentato e conoscendo la caratura criminale di Carminati vivevo e vivo in un perdurante stato di terrore ed ansia ed avevo il timore che tale azione potesse produrre conseguenze peggiori per me e per la mia famiglia ….».

«Se parli con i giudici non guadagni un cazzo! […] Meglio uscì dopo sei mesi con gli amici che dopo tre mesi con i nemici»

Oppure quelle di Luigi Seccaroni, imprenditore nel commercio delle auto altra vittima di un tentativo di estorsione sempre da parte della banda. «Un giorno ho incontrato Brugia (Riccardo, il sodale del Re di Roma ndr) e Carminati a pranzo e, nella circostanza, mi riferivano del bisogno urgente che avevano nel reperire dei terreni in zona […] Cercavo così di tergiversare e farli desistere, ma questo generava un radicale cambiamento di atteggiamento nei miei confronti che […] raggiungeva l’apice quando minacciarono palesemente di incendiarmi l’azienda, di picchiarmi e di fare del male ai miei familiari, compresi mio fratello e mio padre, con il quale palesavano di voler parlare di persona»». Tengono d’occhio persino chi va in carcere, per vedere che non parli con i magistrati, Carminati è certo: « … anche perché se parli con i giudici non guadagni un cazzo! tanto esci, sei mesi massimo puoi sta’ dentro ….Meglio uscì dopo sei mesi con gli amici che dopo tre mesi con i nemici».

Buzzi, capo della Cooperativa 29 giugno, fa parte del sistema. Appartiene al sodalizio. È la sua «forza» il rapporto con il cecato, scrivono i pm, perché può ricorrere a metodi mafiosi e soprattutto trovare voti alle elezioni. «noi comunque … ti dico una cosa … lui (Marino ndr) se resta sindaco altri tre anni e mezzo, con il mio amico capogruppo ci mangiamo Roma» diceva Buzzi intercettato. Proprio il numero uno di questa coop rossa molto vicina al Partito Democratico, era in rapporti con la ‘Ndrangheta, perché le ‘ndrine su Roma lavoravano tramite la “Santo Stefano Società Cooperativa Sociale Arl-Onlus”, con sede a Pomezia : aveva ottenuto in subappalto dalla “Cooperativa 29 Giugno”, la gestione dei lavori di pulizia presso il mercato dell’Esquilino. E Buzzi poi si s’interessava della campagna elettorale di Alemanno alle europee del 2014. «.. io dico i cosi .. i mafiosi .. dategli i mafiosi che quelli controllano i voti … te lo votano no?» Se non è mafia questa.  

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