«Il nostro impegno per dare un nome ai migranti morti nel Mediterraneo»

L’EMERGENZA UMANITARIA

Mentre molti dei profughi che sbarcano in Sicilia non vogliono essere identificati in modo da chiedere asilo altrove, c’è chi sta cercando di mettere a punto un modello per l’identificazione dei cadaveri di quelli che le nostre coste non sono riusciti a raggiungerle da vivi. Cristina Cattaneo dirige il Laboratorio di antropologia e odontologia forense (Labanof) dell’istituto di Medicina legale dell’Università statale di Milano, un polo di eccellenza specializzato nell’identificazione dei vivi e dei morti. Dal 1995 si è occupata dei maggiori casi di cronaca nera, da Elisa Claps a Yara Gambirasio. E dal 2013 si batte per replicare le stesse procedure scientifiche sui migranti che muoiono ogni giorno nelle acque del Mediterraneo. Corpi di cui non si conosce il nome, l’età, la provenienza e che non verranno mai restituiti alle famiglie. 

«Non ci sono morti di serie A e di serie B», dice Cristina Cattaneo. «Né famiglie di serie A e di serie B. Tutti hanno il diritto di sapere che fine hanno fatto i propri cari». La chiamano medicina legale umanitaria, la scienza applicata ai diritti umani, che ha tra gli obiettivi quelli di identificare i segni delle torture sui richiedenti asilo e di dare un’identità ai migranti morti durante le traversate in mare (il 17 giugno a Milano si tiene una conferenza sul tema dal titolo “Mi-Antropo”). Dopo la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013, il laboratorio di Milano si è messo a disposizione per identificare i 366 morti del naufragio. «Si doveva fare qualcosa. Abbiamo riunito i tecnici di Spagna, Malta e Italia, ma poi non si è fatto niente», racconta l’anatomopatologa. «Il lavoro è cominciato solo nel 2014, grazie all’intervento del Commissario straordinario per le persone scomparse Vittorio Piscitelli, che ha deciso di partire con l’identificazione dei morti di Lampedusa come esperimento per mettere a punto un modello da riutilizzare anche in futuro». Ad oggi sono stati raggiunti una cinquantina di familiari dei migranti morti e i corpi identificati con certezza sono dieci. Servirà ancora un anno per identificarli tutti. «È una procedura molto lunga nel tempo, non basta una foto, servono basi scientifiche per stabilire l’identità. Ma è l’unico modello che si può replicare e su questo vogliamo sensibilizzare l’Europa a mettere a punto una task force».

“Non ci sono morti di serie A e di serie B. Né famiglie di serie A e di serie B. Tutti hanno il diritto di sapere che fine hanno fatto i propri cari”

Quando accadono disastri aerei o naufragi, le procedure standard prevedono un lavoro sulla ricostruzione post mortem, con i prelievi del Dna, l’analisi dei denti e dei segni particolari del corpo come i tatuaggi, e uno ante mortem, con la raccolta delle informazioni utili all’identificazione con l’aiuto dei parenti. Anche per i naufragi dei migranti si dovrebbe seguire la stessa procedura, e invece questo non avviene. I medici chiamati per accertare la morte in molti casi non sono neanche medici legali. Si ratifica il decesso, si dà un numero a una bara, e della vita precedente dei migranti si perde traccia. Le analisi scientifiche su centinaia di cavaderi fatte per filo e per segno, così come prevedono gli standard dell’identificazione fisico-biologica dell’Interpol, hanno un costo. Così nessuno le fa. «È più difficile», spiega Cristina Cattaneo, «perché le morti sono continue e i parenti dispersi per tutta Europa sono difficilmente rintracciabili. Ma è un atto dovuto previsto anche dalla Convenzione di Ginevra, anche in difesa dei diritti dei vivi che non possono vivere nel limbo di non sapere che fine ha fatto un fratello o un figlio».

I medici chiamati per accertare la morte in molti casi non sono neanche medici legali. Si ratifica il decesso, si dà un numero a una bara, e della vita precedente dei migranti si perde traccia. Le analisi scientifiche hanno un costo

Il modello in via di sperimentazione al Labanof di Milano prevede l’analisi scientifica post mortem sui cadaveri e poi – e questa è la parte più difficile – la raccolta dei dati ante mortem tramite il raggiungimento dei parenti che li aspettavano in Europa, dall’altra parte del Mediterraneo. «Attraverso le organizzazioni non governative e le associazioni che si occupano di immigrati cerchiamo di metterci in contatto con i parenti», spiega Cattaneo. «Così abbiamo cominciato a farli arrivare a Milano a gruppi di dieci». L’identificazione tramite il Dna spesso è difficile. I parenti che li aspettavano in Europa e che reclamano i corpi spesso non sono idonei a permettere l’identificazione genetica. Così si procede a raccogliere informazioni sullo stato di salute prima della morte o la presenza di tatuaggi sul corpo. Ma anche farli arrivare in Italia per l’identificazione è complicato. «Sono persone che molto spesso non hanno i soldi per partire dalla Germania o dalla Scandinavia».

I familiari delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 arrivati a Milano per identificare i propri cari sono tutti eritrei e siriani. «Uomini che hanno le stesse storie che ci raccontano i vivi», dice Cattaneo. «Scappano da guerre e persecuzioni, spesso hanno segni di tortura addosso, si imbarcano dopo viaggi anche di due anni nel deserto. Sono persone che hanno fatto di tutto per raggiungere l’Europa e non ce l’hanno fatta. Sarebbe bello ora estendere questa procedura sui morti futuri, anche sui piccoli naufragi di cui nessuno si occupa, e sul pregresso per quanto è possibile». Il prossimo passo, ora, sarà la creazione di una procedura standard europea per l’identificazione dei cadaveri dei migranti. Ma in un’Europa divisa sull’accoglienza dei vivi, trovare un accordo sui morti sembra ancora più difficile.