Il Pd conquista cinque Regioni, ma Renzi non ha molto da festeggiare

Elezioni regionali/1

Alla fine il Partito democratico conquista cinque Regioni su sette. Vince in Toscana, Marche, Umbria, Campania e Puglia. Il centrosinistra ottiene persino una Regione in più, rispetto alle quattro che avrebbero accontentato Matteo Renzi (così aveva assicurato il premier poco prima del voto). Eppure a Palazzo Chigi non c’è molto da festeggiare.

Esattamente un anno fa il Partito democratico trionfava nettamente alle elezioni Europee. Rispetto a quel voto sembra passata un’eternità. La cavalcata trionfale del premier appena insediato, capace di superare il 40 per cento alle urne, oggi si ferma a cifre molto meno sorprendenti. Certo, è difficile fare paragoni. Come si affrettano a spiegare molti analisti, le competizioni sono diverse. Eppure è impossibile prescindere dai numeri. Alle Europee il Partito democratico aveva raggiunto il 41,67 per cento, stavolta si ferma molto prima. In Veneto, per esempio, si è passati dal 37,5 al 17,4 per cento (all’alba mancano all’appello i dati di circa duemila sezioni).  

Lo scorso maggio Matteo Renzi era appena arrivato a Palazzo Chigi, oggi è alla guida del governo da oltre un anno. All’epoca rappresentava una speranza, ora può essere valutato per il suo lavoro

È vero, alle Regionali molti voti vengono assorbiti dalle liste civiche. Ma è evidente che questa giustificazione, da sola, non basta. Probabilmente c’è stato qualche errore nella scelta dei candidati. E non solo quello. La sconfitta ligure, vera partita di questa tornata elettorale, ha altre spiegazioni. La differenza rispetto alle Europee del 2014 è soprattutto nel ruolo del premier. Lo scorso maggio Matteo Renzi era appena arrivato a Palazzo Chigi, oggi è alla guida del governo da oltre un anno. All’epoca rappresentava una speranza, ora può essere valutato per il suo lavoro. Il percorso che ha portato a queste elezioni è stato scandito da diversi provvedimenti e non poche difficoltà nella gestione del partito e della minoranza interna. L’impressione è che l’elettorato non abbia gradito. Chissà, forse è stato il messaggio delle riforme contro tutto e contro tutti, in alcuni casi addirittura contro l’elettorato storico del suo partito. Forse l’immagine dell’uomo solo al comando. 

«Le Regionali non sono un giudizio sull’esecutivo», si affrettano a precisare dal Partito democratico. In parte hanno ragione. Ma la prima impressione è che la forza propulsiva del premier rottamatore si sia fermata. Il sogno renziano di allargare l’elettorato di riferimento oltre i confini del centrosinistra non sembra riuscito. Non ancora, almeno. Gli italiani delusi da Forza Italia sono passati alla Lega Nord, quando non hanno direttamente disertato le urne. Gli elettori grillini sono rimasti con il Movimento Cinque Stelle, che ormai ha consolidato il suo zoccolo duro. Lo stesso dato sull’astensionismo – ormai interessa un cittadino su due – dimostra che la sfiducia nella politica non ha ancora trovato rimedio. 

A Genova, soprattutto grazie ai voti della Lega Nord, vince il consigliere di Silvio Berlusconi. Ma il Cavaliere non era stato asfaltato tempo fa?

Il centrosinistra conquista Campania, Puglia e Toscana con tre candidati che non sono direttamente legati al segretario. Nel caso dell’ex sindaco barese Michele Emiliano, anzi, sono piuttosto note le distanze. In Umbria si rischia persino il tracollo. L’esponente di centrosinistra Catiuscia Marini, riconfermata presidente, deve attendere le tre del mattino per celebrare la vittoria. Per tutta la notte quella che sembrava una formalità si trasforma in un lungo testa testa con il berlusconiano Claudio Ricci. Abbastanza da scatenare il panico nel quartier generale del Partito democratico. 

Le noti dolenti della serata riguardano però le due candidate più vicine al segretario. Le rappresentanti del nuovo corso renziano. In Veneto era attesa la sconfitta di Alessandra Moretti, impegnata in una difficile sfida contro il governatore uscente Luca Zaia. Ma forse neppure i più pessimisti potevano immaginare una simile débacle. Alla fine l’eurodeputata viene doppiata dal leghista, fermandosi al 23,3 per cento. Va molto peggio in Liguria. Lella Paita deve arrendersi al berlusconiano Giovanni Toti, in quello che probabilmente è il risultato più doloroso delle Regionali democrat. È questa la vera sconfitta di Matteo Renzi. 

Proprio le elezioni liguri suonano come un campanello d’allarme. Nonostante gli appelli al voto utile, il civatiano Luca Pastorino sfiora il 10 per cento dei consensi risultando decisivo per l’esito della partita (segno che un movimento di sinistra può creare più di qualche difficoltà al Pd anche nelle future competizioni elettorali). Non solo. Gli avversari politici che sembravano appartenere al passato risultano essere tutt’altro che archiviati. A Genova, soprattutto grazie ai voti della Lega Nord, vince il consigliere di Silvio Berlusconi. Ma il Cavaliere non era stato asfaltato tempo fa?