La Nazionale argentina e la mitologia dei soprannomi

La Nazionale argentina e la mitologia dei soprannomi

Qualcuno se lo porta da casa, da un punto sperduto della sua infanzia passata su campi di terra o di cemento. Altri lo ricevono in dono o in segno di scherno da giornalisti, filosofi da bar e tifosi, amici o nemici. In Argentina l’apodo non è un semplice soprannome. In un paese dove il calcio somiglia a Dio “nella devozione che gli portano molti credenti e nella sfiducia che ne hanno molti intellettuali” i nomi propri perdono significato ed emerge il bisogno di ribattezzare gli uomini per trasportarli in una dimensione diversa, religiosa e caricaturale al tempo stesso. E così, per tutti i calciatori professionisti, arriva il momento in cui un semplice soprannome diventa un vero apodo, il momento in cui una persona che ogni tanto gioca a calcio diventa un calciatore che ogni tanto è anche una persona.

Stilare un elenco di tutti gli apodos sarebbe un’impresa da anima monacale ed è confortante immaginare che qualcuno, perso nella pampa battuta dai venti, lo stia già facendo. Questa è la nostra formazione ideale degli apodos argentini, schierata con rigore tattico ma scelta con spirito nozionistico e, naturalmente, sentimentale.
 

La nazionale argentina di Valderrama
 

Schema di gioco: un 4-4-2 ancorato in difesa, equilibrato in mezzo al campo, spregiudicato sulle fasce e spietato in attacco.

Allenatore: el Cabezón, nato Héctor Raúl Cúper. Da notare qui che il soprannome Hombre vertical, diffuso quasi esclusivamente in Italia, non ha mai scalzato l’apodo originale, conquistato dal Cúper giocatore grazie alla sua abilità nei colpi di testa.

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