Seejay, la startup di Catania che mette ordine nel caos della rete

Seejay, la startup di Catania che mette ordine nel caos della rete

Bombardati da informazioni, circondati da flussi di news, sempre sul filo degli aggiornamenti e delle novità. Il panorama dei media sta profondamente cambiando, questo è noto, ed è prezioso avere strumenti utili per mettere ordine a una massa spesso ingestibile di dati. È la sfida di Seejay, una startup catanese, che ha però una struttura operativa triangolare, distribuita tra la città etnea nello spazio Working Capital di Telecom, Firenze (dove è stata incubata presso Nana Bianca) e Milano (dove lo sviluppo diventa business).

Si tratta di un’applicazione che consente di raccogliere, organizzare e pubblicare immagini, video, audio, testi dai social network per costruire in tempo reale uno storytelling collettivo intorno a qualsiasi tema o argomento. Di per sé lo strumento si presta sia per il giornalismo che per il marketing. Sono già 100 mila gli utenti che lo stanno adoperando, tra cui in passato anche marchi e testate importanti, come Kellogg’s, Repubblica o Il Messaggero, per seguire singoli eventi di particolare rilevanza.

Tutto è partito un anno e mezzo fa, passando per un investimento di 100 mila euro: «Ma adesso ci apprestiamo a entrare già nella terza vita di Seejay», spiega Fabrizio Ferreri, 36 anni, che dell’azienda è Coo (chief operating officer) e uno dei fondatori con Carlo Brunelleschi, che invece riveste l’incarico di amministratore delegato.

Provenienti entrambi da esperienze nella comunicazione, Ferreri e Brunelleschi hanno sin da subito cercato di immaginare un servizio che desse la possibilità di raccogliere attraverso i principali social network (Facebook, Twitter, Instagram, Youtube, Pinterest, Google Plus, Vine, Flickr) le informazioni che al giornalista o al pubblicitario interessano, per mezzo di hashtag o topic.

Tra i problemi: si fatica a trovare le figure giuste, questo anche per un’offerta universitaria che non è in linea col nuovo mondo del lavoro: nella facoltà di Informatica non si fa informatica, ma spesso solo tanta teoria

Si potevano poi usare queste informazioni raccogliendole in template grafici predefiniti, con la possibilità di personalizzarle con colori, grafici e ulteriori contenuti, in modo da arricchire il contenuto di partenza. In quattro mesi Seejay ha fatturato 50 mila euro, e si è aperto un nuovo passaggio: il lancio di una piattaforma di microblogging. In poco tempo, gli utenti sono 150 mila: «Ma al riscontro non corrispondeva un risultato economico soddisfacente, il modello di business non funzionava», dice oggi Ferreri, presentando la successiva evoluzione di Seejay, che parte proprio in questi giorni. Si torna al B2B, business to business, puntando molto su Twitter e la capacità di creare community intorno al circuito della domanda e dell’offerta (che sia un prodotto commerciale o una notizia).

«Per ora stiamo lavorando soprattutto a progetti italiani – rivela Ferreri – ma a breve il nostro intento è andare sul mercato estero. Abbiamo già account che stanno promuovendo Seejay in Germania, Gran Bretagna e Usa, ossia Berlino, Londra e Los Angeles».

Il team di Seejay

È il bello di Internet: un’azienda può muoversi subito su fronti diversi, sfidare la geografia e le sue barriere per realizzarsi nell’immateriale corpo digitale. Vero, ma fino a un certo punto: «Noi abbiamo scelto di essere a Catania e siamo felici di starci, ma giocoforza per le attività aziendali abbiamo dovuto tenere in piedi più sedi fisiche, io stesso mi muovo continuamente a seconda delle esigenze», dice Ferreri. «Direi che il grande limite della Sicilia, ma in generale di tante aree del Sud, è che si fatica a trovare le figure giuste, questo anche per un’offerta universitaria che non è in linea col nuovo mondo del lavoro: nella facoltà di Informatica non si fa informatica, ma spesso solo tanta teoria. Inoltre, anche per l’esperienza vissuta a Seejay e prima altrove, io credo che almeno per aree compatte ci debba essere vicinanza fisica tra gli addetti, possibilità di scambio immediato: non credo che venga fuori un buono sviluppo se uno sviluppatore sta a Catania e il suo collega a Bombay».

Insomma, va bene il caos creativo, ma l’ordine è fondamentale. Dopotutto Ferreri non nasconde la sua indole matematica, formatasi attraverso una laurea in filosofia a Pisa, un dottorato in Logica alla Statale di Milano, un altro – ancora in essere – in sociologia dell’innovazione a Enna e infine in un master di economia alla Bocconi, «dove mi è venuta davvero la voglia di fare l’imprenditore».

Ai fondatori non piace «la deriva glamour» della startup: «la dimensione spettacolare che oscura il fermento reale a vantaggio solo di quelle realtà molto mediaticizzate»

A Milano, l’incontro con Brunelleschi, «alla Camera di Commercio, precisamente», dove si sono scambiate le prime idee su Seejay, seguite dal passaggio a Roma per i primissimi passi e infine verso l’assetto tripartito odierno, «ma credo che, anche per alcuni discorsi in essere circa l’acquisto della società da parte di un grosso investitore, potremmo diventare sempre più meneghini». Nei piani dell’azienda, che impiega fino a 10 persone a seconda dei progetti, lo sviluppo di nuova tecnologia, ampliamento del prodotto e rafforzamento dell’area commerciale.

Nonostante sia uno dei responsabili di una startup, Ferreri non ama per niente «la deriva glamour» sul movimento, «la dimensione spettacolare che oscura il fermento reale a vantaggio solo di quelle realtà molto mediaticizzate che esistono solo perché se ne parla, non perché hanno un fatturato che le tiene su o un prodotto autenticamente innovativo. Purtroppo c’è un sottobosco di realtà poco conosciute che meriterebbe attenzione, non parliamo poi di uno strato ancora più sotterraneo fatto di eccellenze e bilanci milionari, che è avanguardia internazionale ma in Italia non si sa nemmeno che esiste: vittima delle retorica epica delle troppe startup destinate a finire presto».

Ferreri tiene a essere preciso al riguardo: «Non amo le idealizzazioni, occorre misurarsi con i fatti che spesso ribaltano le convinzioni di partenza: io stesso quando sono partito avevo in mente una specie di capitalismo a chilometro zero in cui tu costruisci la tua idea, chiami le risorse che ti occorrono, le valorizzi e le porti fuori aggredendo un mercato. In realtà non è così, soprattutto per un motivo: che per molti settori l’Italia non ha un mercato interno competitivo che possa sorreggere le iniziative.

Quasi sempre sei chiamato a internazionalizzare subito il tuo prodotto, il che però è una procedura non così facile da imbastire e gestire: per molte nuove aziende, magari giovanili, è come chiedere a un bambino di pochi mesi di correre i 100 metri… Non è possibile. Ecco perché abbiamo assoluto bisogno dei fondamentali: formazione adeguata e infrastrutture. Altrimenti ci racconteremo sempre la stessa retorica, di quelli che sognano di essere i nuovi Zuckerberg di provincia»…