Una firma di tutto riposoAltro che rivoluzione, sulle tasse Renzi è peggio della Prima Repubblica

L’analisi

Dopo la boutade iniziale di “una riforma al mese” e i tempi lenti dei mille giorni e del “Passo dopo passo” (a proposito: da giugno il sito è stato aggiornato ben DUE volte) ecco che il presidente del consiglio Matteo Renzi preannuncia una sequenza di riforme fiscali finalizzate a tagliare le tasse, a partire dalla tassa sulla prima casa per poi passare a Irap e Ires e infine concludere in bellezza con l’Irpef.

Un suggerimento amichevole: riguardo a queste mirabolanti promesse i cittadini dovrebbero fare l’esatto opposto di quel sosteneva di fare l’editore Carlo Caracciolo: “Io non perdono. Ma dimentico.”. Gli italiani possono anche concedersi il lusso di perdonare, ma non devono dimenticare le promesse fatte da Renzi e non rispettate, nel momento in cui arrivano nuove promesse. Non solo per il calendario di “una riforma al mese”, ma per la polpa delle scelte di finanza pubblica, cioè sulla destinazione dei soldi dei contribuenti.

Il caso più eclatante di promessa non mantenuta da parte di Renzi, anzi di provvedimento di riduzione della tassazione che è stato introdotto e retroattivamente cancellato, è il taglio dell’aliquota Irap per il 2014 (qui i dettagli): con il decreto sugli 80 euro il governo Renzi varò una diminuzione dell’aliquota Irap del 5% per il 2014 e per il 10% negli anni successivi, diminuzione finanziata da un aumento della tassazione sulla famigerata “rendita finanziaria pura” (che solo Renzi e Gutgeld sanno che cosa sia, ahinoi), cioè su dividendi e interessi. Alla fine dell’anno, per non sforare il limite del 3% sul deficit nella legge di stabilità il governo si rimangia il taglio Irap 2014 (risparmiando in termini di competenza 2 miliardi di euro) e cambia le carte in tavola sul taglio Irap dal 2015 in avanti: non si tratta più di una riduzione dell’aliquota ma di una diminuzione della base imponibile ottenuta deducendo il costo del lavoro a tempo indeterminato. Contribuente cornuto e mazziato.

Ma c’è di più: la nuova versione del taglio Irap non dà vantaggi ai lavoratori autonomi che non hanno dipendenti a tempo indeterminato, cosicché il governo a fine 2014 decide di dare uno sgravio anche a loro. Con quali soldi? Dato che la spending review non è esattamente una priorità del governo Renzi (come ampiamento dimostrato dal defenestramento dell’ex commissario Cottarelli), l’unica soluzione consiste nell’aumentare le tasse a qualcun altro? A chi? Alle partite Iva di piccole dimensioni (quelle beneficiate dal cosiddetto “regime dei minimi”) che in sede di annuncio della legge di stabilità sembravano destinatarie di 800 milioni di euro di minore tassazione e che invece diventano l’agnello sacrificale per sistemare la faccenda Irap degli autonomi.

Finita qui? Naturalmente no, perché il regime dei minimi radicalmente peggiorato per il 2015 dopo questo pasticcio induce il governo a prorogare la possibilità di utilizzare il regime precedente. Alla faccia della rivoluzione a favore delle piccole partite Iva.

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

E voi vi fidereste di un governo che gestisce la partita delle tasse in questa maniera dilettantesca e confusionaria? Ecco qualche breve osservazione a corredo:

La prima: in un’intervista al Corriere della sera, il consigliere economico e commissario alla spending review Yoram Gutgeld sostiene che il settore delle costruzioni sia finito in recessione a motivo della tassazione sulla prima casa: difficile leggere qualcosa di così atrocemente lontano dal vero. È molto difficile che i cittadini vendano la prima casa per pagare Imu o Tasi, ma è molto più probabile che i cittadini vendano (o si sbarazzino) di una casa vacanza o di una casa affittata a motivo del prelievo Imu su case diverse dalla prima, che è molto più pesante del prelievo sulla prima casa, con effetti pesanti sull’andamento dei prezzi, e sulla volontà di acquistare nuovi immobili: perché mai acquistare un bene che ha un rendimento netto sempre più vicino allo zero? Il populismo della prima casa ha evidentemente assoldato anche il commissario Gutgeld.

La seconda: le dimensioni della spending review per il 2016 sono molto poco chiare, anche se nel migliore dei mondi possibili dovrebbero aggirarsi intorno ai 10 miliardi di euro. Tuttavia, la feroce giornalista antigovernativa Maria Teresa Meli ieri accennava a una spending review di 4,3 miliardi, forse tenendo conto del fatto che una larga parte di questa “revisione della spesa” di teorici 10 miliardi consiste in eliminazione di “tax expenditures” cioè di detrazioni fiscali ritenute ingiuste (il che si traduce in un aumento della pressione fiscale, altro che riduzione della spesa e delle tasse). Fedele a una concezione keynesiana molto pasticciata, il governo Renzi pensa di ottenere margini di flessibilità da parte della Commissione europea riguardo al deficit, alla luce del fatto che il governo stesso sta attuando delle riforme di carattere strutturale: detto in altri termini il governo preferisce finanziare questi tagli della tassazione spendendo più di quel che incassa invece di rendere più corposa la spending review.

La terza: per capire l’attitudine di Matteo Renzi rispetto alla spending review, bisogna tenere presente la necessità politica di non far adirare in eccesso l’ala sindacale del Pd, secondo la quale la spending review stessa è espressione dell’orribile austerity neoliberista impostaci dall’Europa. E forse Renzi non ha nemmanco bisogno di farsi convincere, in quanto il suo idolo politico – su cui scrisse la tesi di laurea – è Giorgio La Pira, il “marxista bianco” sindaco di Firenze che chiese a Enrico Mattei di salvare il Nuovo Pignone senza se e senza ma e che – in una polemica con Andrea Costa presidente di Confindustria e Don Sturzo – sembrava ritenere le imprese private un accidente storico da superarsi in nome di una struttura economica interamente in mano pubblica (qui a pagina 14). È vero che non siamo più al tempo dell’Iri, ma – perbacco – Cassa depositi e prestiti ce l’abbiamo ancora. 

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