Il tragico viaggio di Mohamed e la via egiziana dei migranti

immigrazione

Ad accogliere sulla banchina del porto commerciale di Augusta il profugo siriano Mohamed Jalal Hasoun, un padre con il volto pietrificato dal dolore perché durante il viaggio su un barcone aveva dovuto consegnare al mare il cadavere della sua bimba di undici anni, c’era lui. Il commissario Carlo Parini che, per conto della procura di Siracusa, dal 2006 guida il Gicic, il Gruppo Interforze di contrasto all’immigrazione clandestina: una task force di intelligence specializzata nella lotta al traffico di esseri umani.

Ad ascoltare la deposizione, inizialmente a tratti confusa, spesso interrotta dal pianto disperato di Mohamed – un commerciante laureato in economia che aveva lasciato anche il Cairo per via della destabilizzazione economica e sociale in Egitto – c’era lui: un investigatore con una memoria formidabile che da anni (in)segue i trafficanti egiziani.

Aiutato dai suoi interpreti, ha intuito subito di avere a che a fare con un’organizzazione mafiosa, che ha creato una sorta di Ati: un’associazione temporanea d’imprese, una brutale ma efficiente attività imprenditoriale per arricchirsi con il traffico dei profughi siriani. Quelli che sono in grado di pagare tanti soldi, maledetti e subito.

Un’organizzazione sorta al Cairo, che offre il viaggio in mare ai siriani facoltosi

Un’organizzazione sorta nel cuore della City del Cairo, la Cairo degli affari e dei colletti bianchi, e offre il viaggio in mare ai siriani facoltosi, che non vogliono più salire sui gommoni sgonfi dei trafficanti-pirati-miliziani libici e rischiare di morire nel Canale di Sicilia.

Quella sera, il 15 luglio scorso, nello spoglio ufficio della capitaneria di porto di Augusta, a pochi chilometri di Siracusa, il commissario digitava velocemente il primo verbale, da cui però non trapelava la pietas provata verso un padre che aveva perso uno dei suoi cinque figli durante la traversata del Mediterraneo.

Raghad era una bimba afflitta da una forma grave di diabete e per continuare a vivere aveva bisogno dei farmaci, dell’insulina, contenuti in uno zainetto, che erano stati gettati in mare durante l’imbarco su una spiaggia a Rashid, vicino ad Alessandria d’Egitto.

Un fatale errore, una distrazione dei trafficanti che volevano alleggerire il peso per poter portare in Europa la loro merce: 320 migranti, quasi tutti siriani, che ora partono dall’Egitto, pagando somme considerevoli, per avere in cambio la certezza di arrivare vivi in Sicilia.

Mohamed, 48 anni, era già scappato dalla guerra civile in Siria, nel 2013

Mohamed, 48 anni e una famiglia numerosa, era già scappato dalla guerra civile in Siria, nel 2013, per stabilirsi in Egitto. E poi aveva deciso, intimorito dalla radicalizzazione islamista, di trasferirsi in Europa. Così, ritirati tutti i suoi risparmi, ha contattato un siriano, il cui nome è finito più volte nei verbali scritti dal commissario Parini e dai suoi collaboratori negli ultimi due mesi, da quando si è riaperta la rotta egiziana del traffico di profughi e migranti perché considerata più sicura.

Mohamed ha pagato la prima parte dei 20mila dollari richiesti dai trafficanti al “direttore del marketing” – così definisce il commissario Parini il membro dell’organizzazione che, dietro a una nota moschea del Cairo, mostra ai suoi clienti un portfolio con le immagini (false) di barche di lusso per convincere i clienti dell’affidabilità del loro tour operator.

E infatti il distinto mediatore siriano, con un passato di oppositore al regime di Assad, gli ha mostrato uno yacht, che avrebbe dovuto portare la sua famiglia in Italia, senza alcun rischio. Con un medico a bordo, persino, per assistere la piccola Raghad. E per essere più convincente il “direttore del marketing” gli ha presentato anche un manager dell’organizzazione, il cui ruolo è quello di organizzare le partenze dall’Egitto.

E invece, dopo aver pagato la prima rata per il viaggio, circa 15mila dollari, Mohamed ha capito di essere stato truffato. È successo quando al Cairo, il giorno della partenza, è stato portato con la sua famiglia su una spiaggia vicino ad Alessandria d’Egitto, dove lo hanno costretto a salire su un autobus che trasportava verdure.

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Ed è stato in quel momento, quando ha capito di essere stato sequestrato, che ha pensato per la prima volta che sarebbe andata a finire male per Raghad, ma ormai non poteva più tornare indietro. Né ribellarsi, perché il tour operator che al Cairo mostrava un volto spregiudicato, ma di natura imprenditoriale, aveva affidato l’ultima parte del viaggio a quindici uomini armati di fucili, che hanno minacciato di ucciderlo.

E così, raggiunta sulla costa la città di Rashid, in quel momento più rischioso in cui i trafficanti possono essere avvistati dalla guardia costiera egiziana – durante l’imbarco su una barca di pescatori, che li avrebbe portati verso la carretta che li aspettava in mare aperto – uno di loro ha perso la testa e ha strappato lo zainetto dalle mani della madre di Raghad, per scaraventarlo in mare. E a nulla è servita la preghiera della mamma di Raghad, che implorava i trafficanti di lasciarle lo zainetto con i farmaci perché valeva più della sua stessa vita.

Né è servito il suo gesto disperato di buttarsi in acqua per recuperarlo, perché ormai le medicine e i macchinari che avrebbero tenuto in vita sua figlia erano diventati inservibili. Il resto della storia, purtroppo, è nota: Raghad non ce l’ha fatta. E si è spenta al quinto giorno del viaggio su una carretta fatiscente, altro che yacht. E sono stati gli stessi scafisti a chiamare un imam al Cairo per l’ultima preghiera, prima di lasciarla andare verso gli abissi del mare. Anche se per farlo non si sono fermati neanche davanti al silenzio della morte, e hanno chiesto al padre di Raghad cento euro per chiamare dal loro cellulare satellitare un imam e dare a Mohamed le istruzioni per l’ultima benedizione, prima di separarsi dal corpo di sua figlia.

Solo a Milano Mohamed ha spiegato cosa è successo

Successivamente Mohamed Jalal Hasoun, recuperato da un mercantile e dalla Guardia Costiera, è arrivato ad Augusta. Con il volto devastato dalla pena e dal senso di colpa per aver iniziato un viaggio che ha portato alla morte di sua figlia. Ma è stato solo a Milano, dove è stato raggiunto nei giorni scorsi dal commissario Parini e da un collaboratore del Gicic, un ufficiale della Guardia Costiera, Tonio Panzanaro, che Mohamed ha spiegato cosa è successo.

Mohamed, dopo lo sbarco aveva raggiunto Milano a bordo di un treno da Catania, è stato ospitato in un centro di accoglienza del consorzio della Caritas ambrosiana Farsi Prossimo, Casa Suraya, nata per offrire un rifugio alle famiglie profughe. E ha rimandato la sua partenza per la Germania per fornire al commissario ulteriori indizi, utili a risalire la filiera di una nuova organizzazione, fino ad ora ignota agli investigatori.

Sufficienti per avviare un’indagine, per ora coperta dal riserbo investigativo, che – almeno questa è la speranza del commissario Parini e del procuratore capo di Siracusa, Paolo Giordano – permetta di individuare il responsabile della morte di Raghad e smantellare la potente organizzazione, che opera al Cairo. «Perché Mohamed non vuole vendetta, ma giustizia sì», ci ha raccontato il commissario Carlo Parini.

Ecco perché, di fronte all’umanità di chi lo ha accolto in Sicilia, prima di partire per la Germania, è stato disponibile a un nuovo interrogatorio, in qualità di profugo-teste, a Milano, dove il commissario lo ha raggiunto per verificare alcune informazioni. Hanno passato un’intera giornata insieme, il profugo e il cacciatore di scafisti, per tratteggiare l’identikit dei trafficanti e capire il loro modus operandi.

Poi Mohamed ha ringraziato, commosso, tutti quelli che lo hanno aiutato, per andare a raggiungere dei familiari in Germania. Nulla di più si può sapere, per ora, sulla macabra catena imprenditoriale che ha portato la famiglia dall’Egitto in Sicilia, ma dalle notizie raccolte da Linkiesta si può capire che si tratta di un’organizzazione molto potente.

Gli armatori forniscono carrette fatiscenti destinate alla rottamazione, i sensali contattano i clienti nel centro del Cairo, dove vivono i siriani, i manager si occupano delle transazioni economiche e organizzano la partenza, mentre un direttore del marketing interviene per convincere quelli che esitano. Illudendoli di poter fare un viaggio a bordo di barche di lusso. E poi ci sono le milizie armate che sorvegliano i clienti e li sequestrano nel caso cambino idea.

Ma soprattutto abbiamo capito che ci sono degli investigatori che, oltre a cercare di fare il loro lavoro di indagine, hanno la necessaria pietas per aiutare i profughi. Come era successo l’anno scorso, il 24 agosto del 2014, quando una carretta si era ribaltata nel Canale Sicilia e al porto di Augusta erano arrivate 24 salme.

Dalla nave della Marina Militare era stata portata in salvo una neonata, Haya. La madre, siriana, annegata, era stata riconosciuta dalla sorella e dal padre per via di una banconota spezzata in tre parti, prima della sua partenza. Divisa in tre parti, per poter riconoscerla nel caso fosse morta durante il viaggio. Un gesto consapevole, che tradisce il senso di angosciosa ineluttabilità, per chi sale su un barcone per cercare di raggiungere l’Europa.

Una parte della banconota era rimasta nelle tasche del cadavere sfigurato della profuga annegata: la madre di Haya, la bimba che Parini aveva preso in consegna nel porto di Augusta, per poi darla in affido a una famiglia siciliana. In attesa di ritrovare i parenti. In quel caso, Parini non è riuscito a trovare i responsabili del naufragio perché il barcone ribaltato veniva dalla Libia, dove non ci sono interlocutori a cui rivolgersi per fare indagini giudiziarie sul traffico.

Come non troverà i responsabili dell’ultima strage, avvenuta nelle acque libiche, il 22 luglio, in cui sono annegati 30 migranti. Perché gli scafisti per caso o, come li chiamano gli investigatori del Gicic “last minute”, gli africani subshariani addestrati a guidare un gommone in poche ore dai trafficanti libici, sono morti anche loro. Dopo aver perso la rotta, tre giorni di mare su un gommone sgonfio, erano stremati. Appena hanno visto un mercantile si sono buttati in acqua, pensando di essere salvi, e invece sono annegati. Una tragica fatalità, che purtroppo fa parte della narrazione di questo traffico spietato e maldestro, affrontato a mani nude da poliziotti, ufficiali della guardia costiera, interpreti. Con un senso di straniante impotenza.

Ma per Mohamed è diverso. Individuata l’organizzazione dei trafficanti egiziani, Mohamed Jalal Hasoun e il commissario Parini, l’investigatore e il profugo, sono uniti dallo stesso desiderio: fare giustizia. Il commissario Parini e i suoi collaboratori, dopo anni di lavoro nei porti, non si rassegnano. E nonostante la spossatezza dovuta a anni di emergenze umanitarie, vogliono aiutare Mohamed Jalal Hasoun. Come hanno fatto con altri profughi che prima di lui hanno perso un figlio, un marito, una moglie nel cimitero balneare del Canale di Sicilia.

L’autrice ha scritto il saggio-reportage Mare Monstrum, Mare Nostrum. Migranti, scafisti, trafficanti. Cronache dalla lotta all’immigrazione clandestina pubblicata dai tipi di Utet. Protagonista del libro è il commissario Carlo Parini, affiancato da un interprete-detective di origine marocchina, Abdelaziz Mouddih. Le loro avventure giudiziarie e l’impegno del Gicic nella trincea mobile del porto di Augusta hanno ispirato un diario di viaggio nella Sicilia degli sbarchi, dell’emergenza umanitaria, dell’esodo dei profughi e della lotta impari contro il traffico degli esseri umani.

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