Il vero anello debole dell’Euro è la Francia

Il vero anello debole dell’Euro è la Francia

Una buona parte delle analisi sulle difficoltà economiche e politiche della zona Euro è giunta all’unanime conclusione che la “responsabilità” sia da cercarsi nelle famose politiche neoliberali, neoliberiste, o qualsivoglia altra definizione simile possiate immaginare. Premi Nobel come Krugman e Stiglitz, assieme a molti economisti – di sinistra e destra – accomunati dalla granitica certezza che l’unione monetaria cadrà per l’irrimediabile insipienza dei politici europei, focalizzati su politiche ultra liberiste dimostratesi fallimentari. L’idea stessa dell’euro sarebbe un progetto rovinoso, ovviamente anch’esso liberista, basato com’è sull’idea stessa che la libertà del commercio e delle persone sia alla base del benessere economico. La moneta unica europea, che doveva suggellare l’unione economica e, in prospettiva, politica, non sarebbe che un mezzo tirannico con cui orde di liberisti, affamatori di popoli, soggiogano intere schiere di elettori dei paesi della zona Euro. Secondo la teoria, lo sbocco di tale follia non potrà che essere il disastro economico e sociale a venire.

Non cercheremo di smentire la “visione tantrica” del mondo insita in tale vulgata. Anzi, la prenderemo per buona, ipotizzandone la verità con un gesto d’imperio, valutando, attraverso i dati disponibili, le attitudini degli elettori verso l’insieme delle “politiche liberiste” così delineato. Se è vero, come ipotizzato, che il neoliberismo è una rovina, cosa ne pensano gli elettori europei, dopo che le evidenze di questi anni hanno svelato l’inganno, a botte di disoccupazione che aumenta e di tensioni crescenti fra stati della zona Euro? La crisi economica ha davvero distrutto il mito della libertà economica come fonte principale del progresso? Anni di retorica liberista si sono sgretolati, infine, di fronte alle evidenze empiriche vissute, spesso, sulla propria pelle?

I dati dell’Eurobarometro, strumento di analisi delle tendenze politiche in atto nelle opinioni pubbliche europee, aiutano a rispondere a tale interrogativo. L’inchiesta della Commissione contiene un set di domande poste ai cittadini, concernenti i valori e le attitudini nei confronti delle libertà e delle politiche economiche. Fra queste, abbiamo scelto il sottoinsieme concernente ciò che più comunemente è riconosciuto come il “bagaglio del buon liberista affamatore”: l’attitudine verso il welfare state, verso il mercato libero, verso le politiche protezioniste, la predisposizione verso la globalizzazione, verso le liberalizzazioni, verso i sindacati, la flessibilità del mercato del lavoro e infine le opinioni sulle famose “riforme strutturali”, oramai ritenute da molti come orpelli retorici inutili e inefficaci. Le domande sono presenti in tre recenti edizioni del barometro, alla fine del 2014, nel 2009 e nel 2007. Le serie temporali permettono di valutare il cambiamento delle attitudini dei cittadini europei nella fase iniziale della crisi, e nella sua più specifica “ondata europea”, dal 2010 in avanti.

Ogni risposta prevede l’utilizzo di una scala di Likert che gradua l’intensità del coinvolgimento, limitatamente a ogni dominio, da molto positivo a molto negativo. Abbiamo costruito un indice sintetico dell’appoggio politico al liberismo, usando la proporzione di risposte, per ogni dominio, normalizzata secondo la formula valore indice del paese = [% risposte positive nel paese – minimo fra paesi (risposte positive)]/[(massimo fra paesi(risposte positive) – minimo fra paesi(risposte positive)]

Il massimo e il minimo sono individuati nell’arco temporale che va dal 2007 al 2014, in modo che ogni indice assuma valore da 0 (minimo supporto per le politiche liberiste) a 1 (massimo supporto) conservando anche la comparabilità del trend temporale, oltre a quella spaziale. La media aritmetica dei sotto-indici definisce l’indice sintetico di supporto alle politiche liberiste nel Paese considerato. Poiché alcuni domini hanno solitamente una connotazione positiva se rapportati all’idea di “liberismo”, mentre altri ne hanno una negativa, come nel caso della fiducia nel protezionismo, nel secondo caso invece della percentuale di riposte positive si è considerata la percentuale di quelle negative. La ratio non cambia: l’indice assume valori da 0 a 1, passando da “odio il liberismo con tutto me stesso” al “amo da impazzire il liberismo”. La costruzione dell’indicatore permette una scomposizione relativa delle preferenze dei cittadini degli Stati (relativamente alla distribuzione europea), ma nell’analisi sottostante saranno citati anche i dati sui livelli, che spesso rafforzano il messaggio.

I risultati dell’indice composito sono presentati nel grafico sottostante. Come si nota, nella Ue nella sua interezza, non si segnalano differenze significative rispetto all’inizio della crisi, ma il risultato è frutto di andamenti contrastanti per i diversi Paesi. A Stati che hanno visto il supporto verso politiche liberali crollare, come nel caso della Francia, si contrappongono altri, come il Portogallo, dove “la fede nel libero mercato” si è andata rafforzando. È già un risultato molto importante: i cittadini di uno Stato toccato marginalmente dalla crisi europea come la Francia, hanno cambiato le proprie preferenze in modo piuttosto bizzarro, rispetto a cittadini di Paesi che, invece, la vulgata vuole già distrutti dagli affamatori ordoliberisti. Con questo fatto ben in mente, non sarà forse il caso di chiedersi se non è piuttosto lo “storytelling” politico e giornalistico a guidare questi risultati, più dell’evidenza dell’inefficacia delle misure liberiste? Italia, Irlanda, Spagna, addirittura la Grecia: tutti i cittadini dei Paesi periferici hanno più o meno le stesse idee generali di politica economica, rispetto all’inizio della crisi. Nel caso portoghese, addirittura, sembrerebbe che il supporto sia raddoppiato, in termini relativi rispetto agli altri Paesi.

Non vorremmo scontentare nessuno, eppure, a supporto della tesi della retorica anti liberista che traspare dai dati, ricordiamo che in Francia non vi è segnale di alcuna riforma vera che possa passare il test dell’ordoliberismo. Non sono le riforme “affamatrici” francesi ad avere fatto crollare la speranza che il mercato unico sia uno strumento di benessere. Non lo è la legge Macron, lenzuolata di liberalizzazioni simile a quella di Bersani, un articolato piuttosto travagliato, che definire timido è un atto di portentosa fiducia nell’eufemismo. Non esiste traccia di alcuna riforma del mercato del lavoro, nessuna privatizzazione se non degli aeroporti regionali. Eppure di fronte al delineato deserto dei tartari del liberismo, i francesi sono scesi a livelli di accettazione di politiche di libero scambio e di libero mercato mai registrati prima. Come mostra la tabella, solo l’8% dei transalpini si dice molto d’accordo con l’affermazione che il mercato libero sia uno strumento di benessere. La percentuale sale al 46% per quelli che si dicono moderatamente d’accordo. 

Nel 2007 erano, rispettivamente l’11% e il 60%. Solo il 4% si dice molto d’accordo sul fatto che la globalizzazione sia portatrice di benessere, contro il 28% che si dice moderatamente d’accordo. Erano il 5% e il 35% nel 2007. Il 4% si dice molto d’accordo sulle politiche liberalizzatrici, il 38% lo è moderatamente, contro il 5% e il 43%, rispettivamente, nel 2007. Solo l’8% della popolazione appoggia appieno la flessibilità del mercato del lavoro, il 7% le riforme strutturali. Fra Germania e Francia esiste un abisso nelle attitudini verso il libero mercato. In realtà, se paragonati ai cugini francesi, anche gli Italiani sono iperliberisti, come mostrato nel grafico 2. Come è possibile pensare che la Francia possa restare nella Unione se i suoi cittadini continuano a pensare che essa sia il paradiso del “lassez-faire”?

Figura 2 Singoli indicatori del supporto politico al liberismo, 2014

È notizia di questi giorni il blocco delle merci agricole dei concorrenti europei da parte degli allevatori francesi, in Alsazia e vicino al confine spagnolo. Protestano contro la diminuzione dei prezzi, ovviamente causata dalla banda Bassotti del liberismo mondiale. I blocchi seguono un accordo fra produttori, con lo stato come garante, sui prezzi minimi di latte, carne suina e bovina. Hollande chiede ai greci di liberalizzare molti settori economici, ma propina ai francesi un aumento dei prezzi deciso da un oligopolio. Gli armatori no, gli allevatori sì. Vive la cohérence de la France!

 https://www.youtube.com/embed/x3KkjKMpbTI/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

MESSAGGIO PROMOZIONALE

La Francia e i cittadini francesi si sentono parte di questa Unione? Lasciateci dubitare che i blocchi dei tir (vedere le immagini su internet, è surreale), i sequestri dei manager che trattano coi sindacati e hanno la sventura di non concordare con le loro richieste (storie giornaliere), nonché l’attitudine verso l’immigrazione, oramai considerata, anche grazie al terrorismo internazionale, come foriera solo di disastri, siano il migliore modo per mostrare alle controparti europee che i cittadini francesi si sentono parte di una stessa area economico-politica.

I dati mostrati lasciano pensare che il vero anello debole del sistema politico europeo non siano né i PIIGS né la Germania, ma la divaricazione esistente fra le opinioni pubbliche dei due paesi leader in Europa. Ricordiamo, tra le altre cose, che Hollande viaggia a un livello di popolarità bassissimo, Valls è man mano affondato nel grigiore generale del governo socialista, mentre a destra Sarkozy è mal sopportato e considerato una minestra tiepida. La vera forza del movimento No Euro francese, a differenza di quello sbrindellato italiano, sta nel saldare la “storica” sfiducia verso il mercato con la retorica della moneta che uccide. Uscire dalla Ue, prima che dalla moneta, è l’obiettivo dichiarato di Marine Le Pen, per le elezioni presidenziali del 2017. Come arriverà all’evento l’elettorato francese, fiaccato da una disoccupazione stabile al 10%? La risposta non è né semplice, né scontata.

Di fronte a queste cifre, la responsabilità delle fallimentari esperienze di governo, da Chirac in poi – assieme a quelle di un sistema informativo ingessato da decenni – non sta tanto nell’inazione, quanto nell’avere saldato, con il loro dolce far nulla, le forti idiosincrasie verso tutto ciò che è libero (mercato, globo) all’idea che la crisi sia solo un fatto europeo, sopravvenuto a causa di una leadership di plutocrati liberisti. Da qui l’isolazionismo (ma le guerre in Africa combattute da soli per i propri interessi vanno bene), e il rinculo in se stessi, per cui “un filet de boeuf à la française sauverà la terre”. Poiché il piatto costa, nelle brasserie parigine a più buon mercato, attorno ai venti euro, lasciateci il dubbio che, più di una soluzione, sia una chimera. Senza una Francia convintamente europea, convintamente pro mercato libero e pro concorrenza, non si capisce come si possa costruire un’unione solida e prospera.

Nella prima metà del 1800, Frédéric Bastiat, ordoliberista della prima ora, scriveva la sua petizione satirica contro i produttori di candele danneggiati dal sole inviato dalla Perfida Albione. L’incipit è una profetica descrizione delle attitudini dei suoi concittadini secoli dopo. Pare nulla sia cambiato. Leggerlo, per chi crede che non si ferma il mercato, né si raggiunge il benessere, con la retorica dell’autarchia, con le barricate in piazza, con i blocchi stradali, è assieme un piacere e un monito.

“Gentlemen: You are on the right track. You reject abstract theories and have little regard for abundance and low prices. You concern yourselves mainly with the fate of the producer. You wish to free him from foreign competition, that is, to reserve the domestic market for domestic industry”

Sì, parliamo di un francese. Liberista. Una specie rara da proteggere come i panda.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter