Poco e senza qualità, la crescita del mercato del lavoro è ancora un’utopia

Poco e senza qualità, la crescita del mercato del lavoro è ancora un’utopia

Nell’intervista rilasciata al Sole 24 Ore, Renzi si è soffermato sulla performance del mercato del lavoro, lasciando intendere che la situazione è in miglioramento, la crescita dell’occupazione procede a ritmi positivi, sebbene «avrà ancora alti e bassi per tutto l’anno». Rispetto a dichiarazioni decisamente più ottimiste rilasciate qualche mese fa, il premier sembra voler mettere le mani avanti su possibili oscillazioni di breve termine, senza però dimenticare che «Il mercato del lavoro è stabilmente col segno più».

Rispetto alle dichiarazioni ottimiste di qualche mese fa, Matteo Renzi sembra voler mettere le mani avanti su possibili oscillazioni di breve termine

Pare scontato che il Presidente del Consiglio sapesse già dei numeri non certo ottimi pubblicati da Istat, che vedono il tasso di disoccupazione invariato rispetto al mese scorso, al 12,4 per cento, con occupati in decrescita rispetto al mese precedente, -63 mila unità, e un tasso di occupazione in lieve rinculo al 55,9 per cento. Numeri che parlano di una sostanziale fase di stallo, sebbene la variabilità intrinseca mensile delle serie storiche lasci pensare a noise statistico. Crediamo sia, dunque, corretta l’impostazione del premier, nel voler concentrarsi sulla dinamica a medio periodo, sebbene l’esercizio non permetta di trarre le stesse incoraggianti conclusioni del Premier Renzi.

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Il grafico sottostante mostra l’andamento dal 2007 a oggi del tasso di partecipazione e di occupazione delle persone di età compresa fra i 15 e i 64 anni. Essenzialmente la cosiddetta “double-dip (o triple-dip) recession” italiana è stata caratterizzata da due fasi ben distinte nella dinamica degli indicatori in questione. La prima fase della recessione, a seguito del crack finanziario di Lehman Brothers, è stata caratterizzata da una caduta del tasso di occupazione in discesa in concomitanza con una non piccola caduta del tasso di partecipazione al mercato del lavoro. È il tipico effetto da disoccupazione da domanda, in cui una parte delle forze lavoro è “marginalizzata”, ovvero le persone disoccupate da lungo tempo hanno una più alta probabilità di transitare nello stato di inattivo, per la semplice ragione che lo sforzo posto nella ricerca di un impiego è comunque insufficiente, data la domanda di lavoro. L’inattività in questo caso sarebbe perciò subita, più che scelta, dal lavoratore. 

Grafico 1 Tasso di occupazione e di partecipazione al mercato del lavoro, 2007m1-2015m5

Nella seconda fase, più specifica alla Zona Euro, le due curve si muovono in direzioni opposte, ovvero la loro correlazione diventa negativa: l’aumento nel tasso di partecipazione si è accompagnato a una diminuzione del tasso di occupazione, e lo “spazio” virtuale apertosi fra le due curve è stato colmato dalla disoccupazione, salita in due anni fino ai record storici del 13% dell’anno scorso. Le cause sono da trovarsi nella legge Fornero, vero shock esogeno da questo punto di vista, che innalzando l’età pensionabile ha di fatto indotto le pensionandi a ritardare la loro uscita dal mercato del lavoro, fatto confermato da un minore tasso di separazione volontaria nell’intorno dei 60 anni. Di certo ha giocato un ruolo anche il taglio di altri trasferimenti alle famiglie, che agisce attraverso un effetto di reddito negativo sulla decisione di partecipare al mercato del lavoro. Il suo contributo è da considerarsi, però, minore dell’effetto della legge Fornero, poiché la nostra spesa sociale è pressoché intatta, salvo il taglio ai trasferimenti comunali, e la spesa nominale è stata tenuta a bada con tagli alla dinamica del montante totale dei salari delle Pubbliche Amministrazioni.

Per le donne il tasso di partecipazione è cresciuto. E il recente lieve aumento dell’occupazione si deve soprattutto a una creazione netta di lavoro femminile

Che la pista da battere sia questa, lo confermano gli stessi indicatori per genere: I grafici sottostanti mostrano come per le donne, per cui l’aumento dell’età pensionabile è stato più deciso, il tasso di partecipazione sia aumentato di 2.6 punti percentuali, dalla fine del 2011, contro solo lo 0.9 per gli uomini. Interessante anche notare come il recente lieve aumento dell’occupazione si debba soprattutto a una creazione netta di lavoro femminile, mentre il tasso di occupazione degli uomini è stabile anche nel “glorioso” primo trimestre 2015, data d’uscita dalla lunga recessione.

Grafico 2 Tasso di occupazione e di partecipazione al mercato del lavoro, per genere, 2007m1-2015m5

Questi grafici di medio periodo ricordano quanto ancora depresso sia il nostro mercato del lavoro. Il tasso di occupazione totale è ancora 2 punti percentuali sotto il livello pre-crisi, per gli uomini addirittura 6 punti percentuali, mentre le maggiori prospettive di lavoro per le donne, ricordiamolo – piaccia o no – più concentrate in lavori a medio-basso contenuto di competenze, ha aiutato nel non fare affossare la media della popolazione. Il costante segno positivo, che come abbiamo visto è, in realtà, flebile come una fiamma al lumicino, nasconde una realtà fatta ancora di poco lavoro di poca qualità. Ed è non senza una certa stanchezza che ricordiamo che, senza una crescita robusta, non si può sperare di creare stabilmente lavoro e reddito.