Sicurezza e affari, l’alleanza di ferro tra Renzi e l’Egitto di Al Sisi

Sicurezza e affari, l’alleanza di ferro tra Renzi e l’Egitto di Al Sisi

Mercoledì scorso Matteo Renzi ha concesso un’intervista a Barbara Serra, giornalista di al Jazeera, ma il colloquio è stato trasmesso domenica, dopo l’attentato al consolato italiano al Cairo. Interpellato a proposito del presidente egiziano al Sisi, il premier italiano ha avuto parole di sostegno totale. «Penso che al Sisi sia un grande leader e credo che la posizione dell’Egitto sia assolutamente cruciale nel Mediterraneo. Dopo molte crisi, polemiche, tensioni, l’Egitto ha investito nel futuro, sulla leadership di al Sisi. Ovviamente, la strada è lunga e difficile, ma dobbiamo sforzarci a supportare questo processo». Pur ricordando, sollecitato dall’intervistatrice, la questione della (mancata) libertà di stampa al Cairo – tre giornalisti di al Jazeera sono stai processati per dubbie accuse di contiguità al terrorismo, e la querelle giudiziaria non è ancora finita – Renzi è stato chiaro: «In questo momento l’Egitto si salva solo grazie alla leadership di al Sisi. Sono orgoglioso della mia amicizia con lui e sosterrò i suoi sforzi in direzione della pace, perché il Mediterraneo senza l’Egitto sarà un luogo senza pace».

L’Egitto è considerato dall’Italia cruciale non solo per porre fine al caos libico. Il Cairo è anche un grande partner economico. Non è un caso che Renzi sia stato l’unico premier del G7 a partecipare alla grande conferenza di Sharm el Sheikh

Una relazione speciale, insomma, ribadita dalla visita del ministro degli Esteri Gentiloni, arrivato al Cairo ieri sera. Un viaggio dovuto, dopo la bomba al consolato, che ha anche l’obiettivo di ribadire i legami tra i due Paesi, dalla duplice matrice, economica e geopolitica. Perché l’Egitto è considerato dall’Italia cruciale non solo per porre fine al caos libico, da cui traggono vantaggio i traffici di migranti (domenica è stato firmato, con la mediazione dell’Onu, un limitato accordo per un governo di unità nazionale in Libia, e l’esecutivo di Tobruk, sostenuto proprio da al Sisi, ha dato il consenso, a differenza di quello di Tripoli). Il Cairo è anche un grande partner economico per il nostro Paese, e le possibilità che questo business cresca ulteriormente sono notevoli. Non è un caso che Renzi sia stato l’unico premier del G7 a partecipare, a marzo, alla grande conferenza di Sharm el Sheikh, nella quale sono stati presentati una cinquantina di progetti d’investimento, da offrire agli investitori di tutto il mondo. 

Al Sisi chiede che si scommetta su di lui e sul suo Paese (la conferenza di Sharm fu chiamata, simbolicamente, “Egypt the Future”). E l’Italia, primo partner commerciale del Cairo all’interno della Ue, è in prima linea in questo processo. La centralità dell’Egitto emerge anche da un rapporto su Italia e Mediterraneo realizzato a fine 2014 da SRM (Studi e Ricerche sul Mezzogiorno), il centro studi di Intesa Sanpaolo. All’interno c’è un capitolo in cui viene sintetizzato il “valore” della presenza imprenditoriale italiana in tre Paesi mediterranei, considerati target per gli investimenti produttivi: Egitto, Tunisia e Marocco. Si tratta di tre Stati ad economia diversificata (non legata, quindi, ai proventi della vendita di idrocarburi, come Algeria e Libia) ed impegnati ad attrarre investimenti dall’estero. Il benchmark dell’indagine, invece, è la Francia, primo partner commerciale e primo investitore a Tunisi e Rabat, presenza importante al Cairo. 

L’Egitto, scrive il rapporto, ha bisogno di investimenti stranieri per acquisire know how e rafforzare il sistema produttivo, in modo da ridurre il deficit di partite correnti e riequilibrare i conti con l’estero. Inoltre, il Cairo ha stipulato molti accordi commerciali e di libero scambio con altri Paesi. Si propone come hub produttivo grazie al quale gli investitori stranieri possono presidiare sia il mercato locale (quasi 90 milioni di consumatori), sia quelli vicini dell’Africa sub-sahariana. L’Egitto è il Paese più popoloso del Nord-Africa, con una popolazione di oltre 85 milioni di abitanti e un Pil che supera i 270 miliardi di dollari. La Tunisia ha il reddito pro-capite più elevato (sfiora i 10mila dollari annui), il Marocco quello più basso. I rapporti con l’estero (nel 2013: 65,7 miliardi di euro per l’Egitto, 30,2 miliardi di euro per la Tunisia e 50,3 miliardi per il Marocco) registrano un deficit strutturale della bilancia commerciale in tutti e tre gli Stati, più ampio per il Cairo (23,6 miliardi di euro) e Rabat (17,5 miliardi) rispetto a Tunisi (5,6 miliardi di euro). Lo stock di Investimenti Diretti dall’Estero (IDE), invece, è decisamente più alto in Egitto (85 miliardi di dollari) rispetto a Tunisia (33,6 miliardi di dollari) e Marocco (50,3 miliardi).  

L’Italia? Il commercio bilaterale (dati 2013) è pari a 4,7 miliardi di euro con l’Egitto, 5,5 con la Tunisia, 2,2 miliardi con il Marocco. Gli investimenti arrivano a un miliardo e 551 milioni di euro al Cairo, 863 milioni a Tunisi, 250 milioni a Rabat

E l’Italia? Il commercio bilaterale (dati 2013) è pari a 4,7 miliardi di euro con l’Egitto, 5,5 con la Tunisia, 2,2 miliardi con il Marocco. Gli investimenti arrivano a un miliardo e 551 milioni di euro al Cairo, 863 milioni a Tunisi, 250 milioni a Rabat. Le esportazioni italiane in Egitto nel 2013 hanno raggiunto quota 2,8 miliardi di euro, ma l’apice è stato toccato nel 2010, prima della caduta di Mubarak (più di 2,9 miliardi). Il valore delle importazioni  invece, è stato pari a 1,9 miliardi di euro (con un calo del 18,4 per cento rispetto al 2012 e del 25,9 per centro rispetto al 2011, quando ha raggiunto il massimo livello). La bilancia commerciale bilaterale è storicamente in surplus per l’Italia (nel 2013 il saldo, come si evince, è stato positivo per quasi un miliardo di euro). Per fare un paragone con la Francia, nel 2013 gli scambi commerciali Parigi/Il Cairo sono stati pari a 2,6 miliardi di euro, e le esportazioni transalpine hanno registrato un valore di 1,4 miliardi di euro (quindi il surplus francese è inferiore a quello italiano).

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Quanto alle imprese a capitale straniero, secondo i dati della General Authority for Investment and Free Zones (GAFI), sono circa 880 le aziende italiane che operano in Egitto, mantenendo un buon livello di redditività, malgrado il calo seguito allo scoppio della primavera araba. Le imprese del nostro Paese che operano nel manifatturiero e nel settore dei servizi (quindi escludendo il commercio e i servizi finanziari) occupano 29.443 dipendenti e, seguendo le stime di SRM, producono un fatturato annuo di 3,5 miliardi di euro. Ennesimo parallelo: le aziende egiziane con capitale francese impiegano 24.826 dipendenti ed hanno un fatturato di circa 3 miliardi di euro.  

Le nostre imprese in Egitto hanno una presenza consolidata ed operano in vari settori: idrocarburi, banche e manifattura, costruzioni

Anche la Sace, la società – di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti – che fornisce e assicura il credito estero, presenta dati simili (export 2013 pari a 2,84 miliardi, in leggero calo rispetto ai 2,86 del 2012, import a 1,87 miliardi) e sottolinea le caratteristiche di questi commerci: i beni principali dell’export italiano sono la meccanica strumentale, i prodotti energetici raffinati e quello chimici. Le importazioni riguardano invece prodotti estrattivi e petroliferi raffinati, oltre ai metalli di base. Un dato interessante, alla luce del nuovo corso politico: nel parziale gennaio-ottobre 2014 le esportazioni italiane sono aumentate del 4,9 per cento sullo stesso periodo 2013; le importazioni dall’Egitto sono cresciute del 39,9 per cento. Le nostre imprese hanno una presenza consolidata ed operano in vari settori: idrocarburi, banche e manifattura, costruzioni. È proprio quest’ultimo campo, mantenutosi piuttosto stabile anche dopo la rivoluzione, a presentare buone opportunità di investimento per le imprese estere. Anche l’industria delle telecomunicazioni ha margini di sviluppo ulteriori, mentre «buone prospettive vengono dal settore dell’energia, dove sono previsti ingenti investimenti per far fronte al deficit che interessa il Paese».

Accanto alle opportunità, ci sono i rischi, per cui «la crescita economica risente delle instabili condizioni politiche e le riserve valutarie sono calate di oltre il 50 per cento rispetto ai livelli ante-2011, anche se mostrano segnali di ripresa grazie all’afflusso di aiuti dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo». Il settore bancario, poi, è fortemente esposto sul debito pubblico, pari al 44 per cento del totale degli asset (era il 26 per cento nel 2010), anche se è sostenuto dall’ammontare dei depositi, alimentati dal flusso di rimesse estere. La Banca Centrale, costretta a misure restrittive sui trasferimenti valutari, per limitare il crollo delle riserve, sta mostrando segnali di una graduale normalizzazione degli scambi valutari per le imprese estere. «Le difficoltà economiche e la dipendenza dal supporto finanziario internazionale», però, scrive la Sace, «rappresentano delle criticità sulla solvibilità dello Stato».

Al Sisi, al momento, sta perdendo la scommessa sulla sicurezza, anche perché l’ala giovanile dei Fratelli Musulmani, colpiti da arresti e processi sommari, si sta radicalizzando. Il Sinai, dove gli jihadisti locali hanno aderito allo Stato Islamico, è una polveriera. Eppure il Paese avrebbe bisogno di stabilità, per fare affluire capitali e trasformare in realtà le ipotesi di sviluppo. Gli investimenti sono in ripresa, ma l’Egitto ha bisogno di svincolarsi dalla dipendenza dai Paesi del Golfo, guardando all’Occidente. Ci sono grandi opportunità nel settore delle infrastrutture e in quello energetico: a gennaio l’Eni, che è presente in Egitto sin dal 1954, ha annunciato una nuova scoperta nel giacimento Melehia West Deep, deserto occidentale. Le previsioni della Sace sull’export del nostro Paese sono rosee: 3 miliardi di euro nel 2015, 3,1 nel 2016, 3,3 nel 2017, 3,4 nel 2018. Cifre che spiegano la centralità del Cairo nel disegno italiano, a cui occorre aggiungere le ragioni della geopolitica. Da una parte, la stabilizzazione della Libia, dall’altra, la lotta contro i traffici dei migranti, che hanno ripreso a partire dai porti egiziani.