Gorky ParkUn anno dopo l’abbattimento del volo Malaysian, in Ucraina si spara ancora

Il Paese sull’orlo del default

Nel primo pomeriggio del 17 luglio 2014, un quarto d’ora dopo che il Boeing 777 della Malaysia Airlines era sparito dal radar precipitando nei pressi di Torez, il leader dei separatisti Igor Girkin, detto Strelkov, aveva annunciato su V-Kontakte, il corrispondente postsovietico di Facebook, che i ribelli avevano abbattuto un altro aereo ucraino, un Antonov 26 da trasporto.

È questa in sostanza la pistola fumante con la quale i filorussi sono stati colti in flagrante e accusati di essere i responsabili del disastro costato la vita a 298 persone. Girkin poi smentì ogni cosa, le pagine internet furono cancellate, si parlò di account hackerati e iniziò lo scaricabarile. Gli indipendentisti del Donbass dissero che non avevano nessun Buk, il sistema missilistico di fabbricazione sovietica capace di colpire a quelle altezze. L’esercito di Kiev fece altrettanto, la Russia parlò di un caccia ucraino che abbatté il volo MH17.

Tutte balle, visto che ben presto si scoprì che Buk erano a disposizione sia degli uni che degli altri e che quella del Suchoi 25 era un favola a cui anche lo stesso Vladimir Putin dava poca corda, sostenendo successivamente di avere le prove sul suo tavolo del Cremlino che invece un missile terra-aria era partito da una zona controllata dai governativi. Colpa, insomma, tutta dell’Ucraina, che oltretutto non chiuse mai lo spazio aereo, sebbene il conflitto fosse in corso da aprile e alcuni aerei militari erano già stati colpiti.

L’Ucraina non chiuse mai lo spazio aereo, sebbene il conflitto fosse in corso da aprile e alcuni aerei militari erano già stati colpiti

Dodici mesi dopo la tragedia, la Cnn ha anticipato questa settimana quelli che sarebbero i risultati dell’indagine del Dutch Safety Board, annunciando che in effetti i responsabili sarebbero proprio i filorussi del Donbass. Il realtà il rapporto definitivo uscirà ad ottobre, le fonti statunitensi sono anonime e dall’Olanda non sono arrivate conferme. Nessuno, non solo i russi, ma nemmeno gli americani, ha fornito riscontri inconfutabili per una versione o l’altra. Cosa piuttosto strana, visto che il Donbass nel pieno di una guerra avrebbe dovuto essere già allora uno dei lembi di terra più sorvegliati e controllati del pianeta.

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Quello che è certo è che l’Occidente dopo il disastro ucraino ha dato un giro di vite ai rapporti con la Russia ed è arrivata la terza ondata di sanzioni, dopo le prime due partite tra marzo e aprile dello scorso anno in seguito all’annessione della Crimea da parte di Mosca. In questo senso la catastrofe del Boeing malese ha rappresentato un’ulteriore escalation sullo scacchiere internazionale, tamponata solo in parte nel corso dei mesi successivi con gli accordi di Minsk I nel settembre del 2014 e Minsk II nel febbraio 2015.

La crisi ucraina rimane il principale terreno di scontro tra Russia da una parte e Unione Europea e Stati Uniti dall’altra

Oggi, con il rischio che le intese per la pacificazione vadano a rotoli se non saranno aggiornate da una probabile Minsk III, le posizioni non sono mutate e la crisi ucraina rimane il principale terreno di scontro tra Russia da una parte e Unione Europea e Stati Uniti dall’altra. Risolto il nodo iraniano grazie anche alla forte collaborazione tra Washington e Mosca, tanto che Barack Obama non ha potuto rinunciare a ringraziare il Cremlino per il sostegno, e stemperata la crisi greca con l’Europa che tira, almeno provvisoriamente, un sospiro di sollievo, il conflitto nel Donbass rimane una questione irrisolta. E difficilmente risolvibile, visto come stanno andando le cose a Kiev.

Al di là di quella che è la situazione militare nel sudest del paese, con la tregua sempre fragile e il pericolo di una ripresa della guerra aperta dietro l’angolo, i fronti della proxy war, la guerra per procura combattuta da Russia e Occidente, rimangono congelati. Da una parte Mosca prosegue nel sostenere più o meno apertamente i separatisti e dietro le quinte manovra con le forze filorusse dell’opposizione per recuperare terreno interno. Il presidente Petro Poroshenko e il premier Arseni Yatseniuk faticano enormemente a confermare il consenso ricevuto lo scorso anno, ma al momento non ci sono alternative. Le elezioni locali programmate in autunno potranno smuovere qualcosa e l’opposizione potrà forse sperare in un tornata anticipata delle parlamentari già nel 2016 per cambiare le carte. Dall’altra parte aumenta l’appoggio statunitense  a livello finanziario e militare, sebbene non si sia arrivati ancora alle forniture di armi pesanti. Ma c’è anche l’aiuto politico attraverso quella specie di colonizzazione amministrativa estera che ha nell’ex presidente georgiano Mikhail Saakashvili, finito a fare il governatore di Odessa, il suo simbolo più evidente.

Il conflitto nel Donbass è congelato, il default è alle porte, il governo centrale fatica a controllare i gruppi paramilitari che negli ultimi mesi hanno minacciato un’altra rivoluzione

Russia e Stati Uniti in sostanza non vogliono mollare la presa sull’Ucraina. Il risultato più evidente di questo duello, in cui l’Ue si è schierata senza troppi patemi al fianco degli americani, è che l’ex repubblica sovietica si sta trasformando in un failed state nel cuore dell’Europa. Il conflitto nel Donbass è congelato, il default è alle porte, tanto che il Fondo monetario internazionale non sa ancora se sbloccare il programma di aiuti. Il governo centrale fatica a controllare i gruppi paramilitari che negli ultimi mesi hanno minacciato un’altra rivoluzione. Che ciò non sia già accaduto è dovuto al fatto che gli oligarchi ucraini hanno deciso per ora di risolvere le questioni interne dietro le quinte e non in piazza, mentre gli attori esterni stanno studiando le strategie per le prossime puntate. Perché quello che è sicuro è che l’Ucraina rimarrà al centro della contesa fra Russia e Occidente sino a che non verrà trovata proprio fra Mosca e Washington una soluzione condivisa. 

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