Il vero federalismo che può salvare l’Europa

PROPOSTE

«Ciò che possiamo fare è di collaborare, in seno alla Comunità europea, alla costruzione di un edificio europeo, in cui trovi il suo posto e la sua sistemazione il problema tedesco; in cui i tedeschi, non potendo più essere imprevedibili, diventino chiari e prevedibili». E ancora: «A questo punto dovremmo metterci in guardia da due errori: 1. Che l’Europa possa raggiungere automaticamente l’unità politica attraverso il Mercato Comune….tale passo è servito a creare delle basi, ma non può sostituire la decisione politica di dar vita a uno stato federale europeo 2. Che mediante il coordinamento consensuale delle politiche, soprattutto estere e difensive, dei Sei si potesse dare corpo a una potenza europea autonoma sotto la guida della Francia, con carattere di confederazione, senza che fosse necessario creare delle istituzioni federali».

Quale visionario, quale utopista poteva scrivere nel 1968 queste riflessioni così attuali? Oggi molti potrebbero rimanere di stucco pensando che l’autore di questa riflessione è Franz Joseph Strauss – di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita – padre fondatore della Csu bavarese. Potrebbero rimanere sorpresi paragonando questi pensieri – pubblicati nel libro Sfida e risposta -a quelli dei diretti discendenti politici del leader tedesco. Cinquant’anni fa l’analisi politica era necessariamente orientata alla politica di difesa e sicurezza a fronte della sfida portata dal blocco comunista al mondo europeo e occidentale. Partendo da questa esigenza Strauss invitava a considerare l’esigenza dell’unificazione politica dell’Europa perché «dall’America non ci si può aspettare che un aiuto condizionato, non essendo prevedibile che essa adegui le sue concezioni alle esigenze europee, le quali coincidono soltanto in parte con quelle americane», come effettivamente avvenuto con il crollo del Muro di Berlino e il disfacimento dell’Unione Sovietica.

Facciamo attenzione al primo monito di Strauss: raggiungere automaticamente l’unità politica attraverso il mercato comune. Tutto è stato fatto per cadere in questo tragico errore. Quanto siamo lontani dall’invito di Winston Churchill formulato agli studenti di Zurigo «dobbiamo creare una specie di Stati Uniti d’Europa». “La politique d’abord”: l’autore non era certo un rivoluzionario (anzi!) – Charles Maurras  – ma voleva sottolineare la precedenza dei problemi politici su quelli tecnico-amministrativi.

Quanto siamo lontani dall’invito di Winston Churchill formulato agli studenti di Zurigo «dobbiamo creare una specie di Stati Uniti d’Europa»

E oggi? Siamo all’esatto contrario. Fa riflettere come un tecnico del pari di Mario Monti appaia più appassionato alla causa europea di un politico a tutto tondo che siede nei vari consessi europei. Non è un caso che in un colloquio con Paolo Lepri su Corriere della Sera il senatore a vita abbia dichiarato: «Più che rifiutare l’idea di Europa i cittadini sono smarriti e incattiviti per i non funzionamenti dell’Europa». E ancora: «Più politica in Europa ci vorrebbe proprio. Ma, per favore, non quella che in genere vediamo oggi negli Stati membri: una politica schiacciata sul brevissimo periodo e pronta ad immolare l’interesse generale sull’altare dei sondaggi».

Di contro abbiamo un Rapporto dei “cinque presidenti” pubblicato nel mese scorso e che appare tutto meno che il prodotto di autentici “cuor di leone” interessati ad affrontare subito le esigenze di un cambio di strategia a 360 gradi, rinviando invece la trattazione delle stesse di due anni. È considerevole vedere come il padre dell’austerity, il falco che voleva il Grexit, ossia Wolfang Schauble, sia l’uomo che in questi tempi sta avanzando proposte che possono muovere le acque: la creazione di un superministro delle finanze europeo e un ripensamento (o meglio un ridimensionamento) del ruolo politico che la Commissione europea si è assunta, in particolare in questa ultima fase storica. Salvo François Hollande, non pare che si siano avanzate ulteriori proposte o confronti. Dall’Italia poi, silenzio totale.

Ma è proprio quando si tocca il punto più basso, l’abisso, che occorre il colpo di reni che questa Europa stenta ad avere. Colpisce tutto questo quando in Cina – al netto della crisi finanziaria legata alla Borsa di Shanghai – lo sforzo delle autorità è di creare una super mega città di 130 milioni di abitanti che veda al centro Pechino con annesso il porto di Tianjin e la provincia dello Hebei. E cosa c’entra tutto questo con l’Europa? C’entra assolutamente perché emerge il contrasto evidente di questa visione cinese con il nanismo, il localismo, il nazionalismo tipico degli stessi governanti dell’Unione Europa. L’Ue vede la presenza di circa 500 milioni di abitanti e l’insignificanza assoluta a livello politico nel contesto mondiale. Non è tanto la domanda di kissingeriana memoria “quale numero di telefono devo comporre per parlare con l’Europa?” a doverci preoccupare, ma il contesto attuale dove la politica è completamente assente, schiava di burocrati e ragionieri amanti del cavillo debito/Pil e incapaci di guardare lo schema politico generale.

Non è tanto la domanda di kissingeriana memoria “quale numero di telefono devo comporre per parlare con l’Europa?” a doverci preoccupare, ma il contesto attuale dove la politica è completamente assente

L’Europa si è persa e imbarbarita da quando è diventata schiava dei parametri del Trattato di Maastricht. Un Trattato importante, basilare ma reso triste e inutile per il morboso legame con i parametri economici che han fatto perdere mordente all’afflato unitario europeo. L’omicida dell’ultima speranza politica europea – la Costituzione europea – è stata la Francia (con i Paesi Bassi). Sempre all’Esagono dobbiamo questi colpi ferali come fu nel 1954 per la Ced (la Comunità europea di difesa) il primo vero organismo politico che doveva nascere tra i sei, ma la cosa non ha certo fatto versare tante lacrime ad altri Paesi.

La politica imballata dei pro-Europa (per non dire di una timidezza a dir poco infantile) che si sveglia spesso per slogan facili quanto inutili (vedi alla voce “cambiare l’Europa”) ha lasciato il passo e anzi ha gonfiato i nazionalismi e gli spiriti più rozzi antieuropeisti. Chi ha fatto più male all’Europa? Sicuramente i politici “ragionieri”. Anche le ultime proposte di Schauble seppur apprezzabili perché indicano il desiderio di uscire dall’angolo, non sono assolutamente in linea con quanto auspicato da Churchill, dai padri fondatori europei (Schuman, Adenauer e De Gasperi) come da Strauss. Siamo lontanissimi da una vera unità politica.

La vera sfida è ribaltare il tavolo nel rispetto dei Trattati. Come? Aprendo un’autentica stagione di ripensamento dell’Europa politica coinvolgendo tutti i parlamenti nazionali degli Stati appartenenti. Basta con le doppie velocità europee minacciate dalla Germania e dai paesi suoi alleati in questo (satelliti più o meno grandi) che di volta in volta riguardano: Euro, disciplina di bilancio, etc. La vera sfida della doppia velocità dovrà essere politica. E la sfida potrebbe partire dai Paesi dell’asse sud europeo (Italia, Francia e Spagna in primis). In cosa dovrebbe consistere? Poche ma essenziali linee: elezione diretta del Presidente della Commissione (un passo in avanti si è già fatto con le ultimi elezioni del Parlamento Europeo, ma non basta) la quale – in un’ottica di ripensamento – diventa sì organo politico a tutto tondo con la chiamata di commissari/ministri non più solo espressione del manuale “Cencelli” europeo, che risponda  al Parlamento (ne viene la necessità di maggiori poteri a questo organo fondamentale per lo sviluppo dell’Unione). E quindi conferimento delle politiche di finanze, bilancio, tesoro, esteri e difesa comuni alla Commissione da parte degli Stati membri in un’ottica autenticamente federale sul modello americano. E ancora eliminazione di ruoli doppi e ambigui (quali il Presidente del Consiglio Europeo) che appaiono spesso più una moltiplicazione di poltrone che  stimolo all’avanzamento dell’Europa unita.

Chi ci sta apparterrà al primo gruppo, chi non ci sta vivrà pure fuori ma con il tempo (breve) scoprirà che il proprio nanismo la porterà a essere insignificante sul piano globale, sicuramente preda di nazionalismi isterici. E la moneta unica? Rimarrebbe sia per il primo che per il secondo gruppo. La Banca centrale resterebbe quell’organo autenticamente indipendente (ed europeo!) quale è oggi sotto la guida di Draghi e l’Euro resterebbe sotto il suo diretto controllo. Ma gli Stati che decidessero di mantenere l’Euro senza fare lo sforzo di un’unione politica più stretta soffrirebbero di quel nanismo sopra citato. La valutazione sarebbe solo ed esclusivamente politica e non più ragionieristica. Perché i conti in ordine sono la regola basilare del buon padre di famiglia, ma non possono diventare il freno allo sviluppo, in primis politico. Questo passaggio non è utopia. È solo volontà politica di una sfida che in passato avrebbe trovato più di un cavaliere pronto a battersi. Questa volontà farebbe saltare il tavolo eliminando freni e ipocrisie.

È tempo di scosse, anche brusche. Di guardarsi in faccia e comprendere che l’Unione europea può essere utile solo se la politica si riappropria del proprio ruolo. L’Unione europea o vira verso un autentico federalismo oppure è un morto che cammina 

L’Unione europea così com’è è inutile. L’avvio di una riflessione di questo tipo all’interno di tutti i parlamenti nazionali avrebbe l’effetto di eliminare le ambiguità sfidando al contempo nazionalismi pro uscita dall’Unione che governi incapaci di muovere un passo senza guardare il proprio consenso interno (in primis la Germania). È tempo di scosse, anche brusche. Di guardarsi in faccia e comprendere che l’Unione europea può essere utile solo se la politica si riappropria del proprio ruolo. L’Unione europea o vira verso un autentico federalismo oppure è un morto che cammina senza alcuna speranza di vita. E se questa politica di chiarezza porterà a dover perdere pezzi (dal Regno Unito a qualche Stato del Nord) sarà un brutto momento, ma necessario per fare due passi avanti. Anche Londra – davanti a questa sfida – probabilmente comprenderebbe che il suo ruolo di capitale della finanza europea andrebbe perso in un lampo perché resterebbe un nano politico nel contesto mondiale. Ripensiamo alla sfida cinese delle città e guardiamo all’oggi europeo incapace di una politica comune di accoglienza dei profughi o delle difficoltà emerse nel salvataggio di un proprio stato membro (al netto dei governanti che lì si sono succeduti).

Se non si procederà a un’autentica rivoluzione europea rimarrà ben poco. Solo oscuri burocrati ben pagati pronti a spaccare il capello sulle misure delle vongole o sulle condizioni d’igiene dei formaggi d’alpeggio pronti a indirettamente alimentare il circo dei nazionalismi isterici. «Se l’ora dell’Europa Federale è suonata, la Federazione sarà. Ma l’avervi le masse partecipato con spirito di simpatia, di illuminata generosità, di fiducia, avrà una grande portata sulle sorti delle masse medesime». Con questo auspicio Giovanni Agnelli (ebbene sì il nonno di Gianni, Fondatore della FIAT) e l’economista Attilio Cabiati concludevano nel 1918 il loro saggio “Federazione europea o lega delle nazioni?”. Folli e utopisti? No di certo. Questo è quello che dovrebbe avvenire e che oggi non c’é. L’Europa non è partecipazione delle masse, ma è operazione di pochi, calata dall’alto. Folle. Per questo si ritorni al coinvolgimento dei cittadini, dei parlamenti nazionali perché si proceda con il passo necessario. Il passaggio di poteri politici dagli stati a Parlamento e Commissione quale autentico organo di governo dell’Europa. Solo il federalismo europeo può salvare questa agonizzante Unione che oggi più che mai appare senza arte né parte.