La cacciata di Le Pen padre e il restyling del Front National francese

La cacciata di Le Pen padre e il restyling del Front National francese

Le voci più maligne l’hanno definita “parricida”; gli osservatori più avvezzi ai duri giochi della politica, di contro, parlano di un’operazione di facciata per rendersi presentabili, appetibili e gradevoli al di fuori del naturale e tradizionale bacino d’utenza. Stiamo parlando della dédiabolisation in atto nel Front National e dell’espulsione del suo fondatore, Jean-Marie Le Pen, da parte della figlia Marie, leader di questa destra rampante e populista, capace di far tremare i vertici di Bruxelles, un modello per Matteo Salvini e gli euroscettici di destra.

E dire che il Front era identificato con lo stesso Jean-Marie, “padre-padrone” sin dal 1972, quando l’ex paracadutista ed ex deputato poujadista (da Pierre Poujade, politico populista francese che negli anni ’50 rielaborava i temi antipolitici e antifiscali del Fronte dell’Uomo qualunque) aveva unito sotto le insegne della fiamma tricolore l’ultradestra d’Oltralpe, da Ordre nouveau ai gruppi pétenisti, neofascisti e nostalgici del “nuovo ordine”hitleriano.

Ma il Front National rimaneva comunque impresentabile, e non solo all’opinione pubblica progressista o moderata: lo stesso Alain de Benoist, maître à penser della «nouvelle droite» e ideologo del “differenzialismo” – cioè la preservazione delle identità etno-culturali dei popoli dal “mondialismo” e nemico del liberalismo e del capitalismo, basi dell’immigrazione e dello sradicamento –  attaccò nel 1992 il vecchio Le Pen, prendendo così le distanze, viste le accuse della sinistra che sosteneva che egli fosse l’ideologo del frontismo: «Le tesi del Front National mi danno il voltastomaco […] Anzitutto, per quanto riguarda l’immigrazione, perché la logica del capro espiatorio mi è insopportabile».

La guerriglia fra padre e figlia è scoppiata nel mese di aprile, quando l’anziano leader, alla radio nazionale, confermò la tesi negazionista sull’Olocausto

La guerriglia fra padre e figlia è scoppiata nel mese di aprile, quando l’anziano leader, alla radio nazionale, confermò la tesi negazionista, in virtù della quale le camere a gas altro non erano che un mero «dettaglio» della seconda guerra mondiale, un modo per attirare a sé l’elettorato proveniente dal radicalismo di destra, anche se, ad onor della cronaca, una dichiarazione identica fu rilasciata dall’allora segretario frontista nel lontano 1987, ma il Front national non faceva ancora paura né a Bruxelles né all’Eliseo.

L’operazione portata avanti dalla figlia invece, che forse non si concluderà con una scissione – Jean-Marie ha infatti dichiarato: «Rivolgo un appello agli elettori del Front National per dir loro di non dividersi, di restare dove sono, di non dimettersi. Abbiamo l’ambizione di riconquistare il nostro partito». Anche perché si tratta di una delle formazioni più “ghettizzate”della destra europea – più del Msi, che negli anni ’50-’60 era arrivata a sostenere esternamente esecutivi democristiani, divenendo determinante per l’elezione di alcuni presidenti della Repubblica – possa accedere alla “stanza dei bottoni”, cosa utopica con Jean-Marie alla guida del partito, dopo aver delegittimato sia i socialisti di Hollande – descritta come prona agli interessi dell’“eurocrazia” – che i gaullisti di Sarkozy.

L’obiettivo di Marie Le Pen è fagocitare l’elettorato moderato gaullista, seducendo gli industriali francesi

Anzi: secondo Antonio Rapisarda, su Il Tempo.it, l’obiettivo della Le Pen – dopo la creazione del Collective Racine (dedicato agli insegnanti, pescando addirittura da quelli che un tempo votavano a sinistra, critici verso certe riforme, come la Legge Taubira, che introduce il matrimonio gay e, secondo voci, l’insegnamento del “gender” nelle scuole, creando scompiglio fra genitori e docenti), l’animazione del think tank metapolitico Le Clic e un dialogo con fette del sindacato Cgt – è quello di fagocitare l’elettorato moderato gaullista, seducendo gli industriali francesi, visto l’invito ricevuto per presenziare all’assemblea della Confindustria, non in nome dell’euroscetticismo, ma per difendere il “made in France”.

Si sommi la creazione della lista “Rassemblement Bleu Marine”, gemellata col Front, un contenitore politico utile a fagocitare l’elettorato meno ideologizzato e attrarre candidati non iscritti al partito, ma che ne condividano i punti programmatici essenziali – come “Noi con Salvini” per la Lega Nord – o lo spiccato giovanilismo, che porta il partito a candidare i giovani, si veda Marion-Maréchal – al di là di considerazioni sul nepotismo, lo stesso che ha favorito Marine – ed ecco il nuovo Front, che non è più di “estrema destra”, concetto bandito: «Mi ribello contro la formulazione “estrema destra”. Nello stesso calderone ci sono anche Breivik e Alba Dorata. Basta mescolare i soggetti ed ecco che ne viene fuori un’immagine putrida».

La “dédiabolisation”, quindi, è l’arma per la presentabilità.

La dédiabolisation, quindi, è l’arma per la presentabilità. Per capire bene questa operazione, una costante sin dall’inizio della nuova segreteria, bisogna partire dalle sue prese di distanza dai rigurgiti negazionisti sulla Shoah. In un’intervista rilasciata al settimanale Le Point pochi giorni dopo la sua ascesa, Marine Le Pen appariva infatti intenzionata a tagliare i ponti con le affermazioni paterne sulle camere a gas: «Tutti sanno quello che è successo nei campi e quali fossero le condizioni. Quello che è accaduto rappresenta l’apice della barbarie».

Quello che sta avvenendo nel Front, citando lo studioso Nicola Genga, senza «scomodare interpretazioni dietrologiche basate sull’idea che le divergenze tra i Le Pen rispondano a una “strategia della doppiezza”, secondo il classico schema poliziotto buono-poliziotto cattivo, si può pensare che i risultati delle ultime elezioni dipartimentali abbiano convinto Marine a intraprendere una seconda ondata di dédiabolisation. […] Lo scarto tra il buon risultato in termini di voti (25%) e il bottino nullo in termini di conquista di dipartimenti, sembra insomma aver indotto la nuova leva di dirigenti frontisti a imboccare con decisione la strada della rispettabilizzazione.

Attraverso il tentativo di superare l’eredità del FN, anche modificandone il nome, i simboli e rimuovendone la faccia più scomoda, il partito lepenista prova a lanciare una sfida al sistema della ‘casta Umps’ [socialisti e gaullisti, n.d.a.] e a ingaggiare una lotta con Sarkozy per l’egemonia a destra».

Quindi siamo davanti ad una svolta di Fiuggi francese? Il Front ha avuto già un tentativo di dédiabolisation nella seconda metà degli anni ’90, con Bruno Mégret, ex membro del gaullista Rpr e dei Comités d’action républicaine con un passato nel Club de l’Horloge – circolo di riflessione conservatore inizialmente vicino alla «nouvelle droite», poi distaccatosi perchè liberal-nazionalista e reaganiano –, ma fallirà di fronte al “non” di Jean-Marie, uscendo dal Fn nel 1998 e animando il Mouvement national républicain, una «droite nationaliste et conservatrice», un’operazione di facciata, dato che nelle sue liste si candideranno esponenti dell’ultradestra, dai neonazisti di Troisiéme voie ai nazional-bolscevichi di Unité radicale, un camuffamento che salterà quando uno dei militanti di Ur, Maxime Brunerie, candidato indipendente nelle liste del Mnr per le municipali di Parigi del 2001 (nel 18e arrondissement), cercherà di uccidere il presidente Jacques Chirac con un colpo di fucile il 14 luglio 2002.

Nel Front, però, nonostante cerchi di presentarsi come una forza nuova, rimangono le consuete caratteristiche del populismo di destra, solo declinato in forma diversa

L’operazione di Marine Le Pen è simile, solo che il nuovo leader è riuscito ad egemonizzare il partito populista, puntando ad espellere quei militanti ritratti su Facebook con croci celtiche o svastiche. Nel Front, però, nonostante cerchi di presentarsi come una forza nuova, rimangono le consuete caratteristiche del populismo di destra, solo declinato in forma diversa: il partito si presenta come un baluardo per difendere i francesi e dei valori laici della Repubblica minacciati dal comunitarismo islamico; ergo, la xenofobia rimane, ma è esposta con tesi femministe (“l’Islam opprime la donna”), e si arriva a difendere la locale comunità ebraica (supportando così Israele e l’Occidente) e la comunità Lgbt (al punto che l’ala più estrema della destra e quella cattolica sostengono che la dédiabolisation abbia come ‘regista occulto’ Florian Phillipot, vicepresidente del Fn e omosessuale, secondo loro capo di una presunta ‘lobby gay’ nel partito), nonostante l’opposizione al ‘marriage pour touts’.

Questo, però non ha eliminato l’antisemitismo, presente fra i giovani nel Front national de la jeunesse, si pensi ai manifesti propagandistici preparati dall’organizzazione o l’atteggiamento tenuto sui mass-media rispetto al caso Dieudonné Mbala-Mbala, noto comico di colore che, con la scusa di criticare Isreale, ha esternato posizioni antiebraiche.

E si pensi all’uso di una parola molto ostica alla destra postfascista europea, come “Resistenza”, ora fatta propria dal Front in riferimento alla lotta contro la troika e i “collaborazionisti”, i socialisti e i gaullisti. Di colpo scompaiono le ambiguità sul legame tradizionale con il Regime di Vichy, ma riappare un cliché rubato alla «nouvelle droite», dato il partito non si colloca “Né a Destra né a Sinistra” ma, ogni tanto, visto il tentativo riuscito di espandesi fra l’elettorato operaio con l’appoggio di personalità provenienti dal Pcf (come Alain Soral, leader dell’associazione rosso-bruna e filorussa Egalite et Réconciliation, amico del teorico neoeurasiatista Aleksandr Dugin, autonominatasi “Gauche du travail, Droite des valeurs” per una “réconciliation nationale” fra operai e imprenditori contro l’Ue), “la vera Sinistra”.

Un’operazione di restyling, quindi, che se ben orchestrata, e facilitata dalla consueta politica di austerity perpetrata dal governo, potrebbe proiettare il Front dal ghetto al governo dell’Esagono.