Non succedeva dalla seconda guerra mondialeIl Palio di Siena, l’ultima cosa sacra, è stato annullato

Non si correranno le due gare del 2020, previste il 2 luglio e il 16 agosto. Ripubblichiamo un estratto del libro “Siena Brucia” (Laterza), dedicato alla celebre corsa

Pubblichiamo un estratto del libro di David Allegranti Siena Brucia (Laterza), dedicato al Palio di Siena. «A Siena – recita la quarta di copertina -, tutto si tiene. Lo strapotere e lo strapaese. La democrazia e l’oligarchia. Lo squilibrio e l’equilibrio. Questa non è solo una storia toscana. Siena è il più grande romanzo politico italiano». Di questa storia il Palio, con la sua passione, le rivalità, gli accordi segreti e le vendette, è un tassello fondamentale. 

Potranno passare i presidenti di Banca e di Fondazione, i segretari di partito, gli stessi partiti potranno cambiare nome, evolversi, i soldi potranno pure scarseggiare, cambieranno anche i sindaci, ma c’è una cosa a Siena che non si può toccare, una cosa su cui non si può scherzare, ironizzare.

Una cosa che molti scambiano per gioco, ma non lo è, e infatti a Siena non lo considerano tale, non è una banale corsa di cavalli: è il Palio. Ma che cos’è questo Palio di cui, fuori Siena, si parla un paio di volte l’anno, magari perché è morto un cavallo che s’è rotto un osso alla curva di San Martino?

A volerlo spiegare in poche parole, si potrebbe dire che sono due minuti scarsi di corsa – più o meno un minuto e 15 secondi nelle edizioni più recenti –, preceduti da un corteo storico, che i senesi vivono con l’ansia dell’attesa, attimi fugaci a cui si arriva dopo mesi di allenamento, preparazione, contrattazioni, strategie, benedizioni.

Ma il Palio, in realtà, è qualcosa di più. Non è una rievocazione storica, per il semplice motivo che non si è fermato mai, anzi si è evoluto insieme alla società. Il Palio di Siena si corre nel Campo, la piazza che viene coperta di tufo due volte l’anno, il 2 luglio e il 16 agosto – a volte tre se ce n’è uno “straordinario” –, nella quale l’uomo sfida la Fortuna. E non si può vincere un Palio contro la Fortuna.

Il Palio dunque non si tocca. Lo sa bene chi s’insedia a Palazzo Pubblico per governare la città, magari arrivando da fuori, lo sa chi arriva temporaneamente, come i commissari prefettizi: cascasse il mondo, il Palio si fa. Come dicono Alan Dundes e Alessandro Falassi in La terra in piazza. Un’interpretazione del Palio di Siena, “solo di rado i due palii regolari non vengono corsi: infatti soltanto una grave emergenza può convincere i Senesi a sospendere un palio”. Il Palio di luglio del 1798 non si tenne a causa del terremoto del maggio di quell’anno, mentre quello di luglio del 1799 fu impedito dai tumulti antifrancesi.

Nel 1801 sia il Palio di luglio che quello di agosto furono proibiti dalle forze di occupazione francesi. Il Palio di agosto del 1855, invece, fu sospeso per colpa di un’epidemia di colera, e nell’agosto del 1900 non si corse il Palio per lutto e fu rinviato di tre settimane (si corse il 9 settembre): re Umberto I era stato assassinato a Monza.

Durante le due guerre mondiali non si corsero Palii. “Ma la voglia di palio – aggiungono i due studiosi – è così forte che non si lascia che i problemi politici e nazionali interferiscano con il calendario della festa. Nel 1919, per esempio, ci furono in tutta Italia scioperi e sollevazioni di piazza che facevano seguito agli scontri tra la sinistra e le squadre fasciste. A Siena si decise di rimandare queste attività a dopo il palio: non è che ai Senesi non interessi la politica, piuttosto, si interessano di più al palio”.

Ne sa qualcosa il regista Franco Zeffirelli, che a inizio anni Novanta ebbe la sventurata idea di definire il Palio “una sanguinosa mattanza” e chiamò a raccolta artisti e intellettuali, tra cui Brigitte Bardot e Dacia Maraini, perché si unissero alla sua crociata antipaliesca.

Una vicenda che è andata avanti per dieci anni finché nel 2002 Zeffirelli non scrisse una lettera pubblica che ha chiuso una decade di insulti, querele e incidenti magnificando una così autentica tradizione. Ma in quel periodo – era il 1991 – il regista disse che il Palio per lui era soltanto un “appuntamento di morte”, in cui i cavalli vengono “torturati, drogati e uccisi”, i fantini sono “dei mascalzoni, delle belve”.

E i senesi? “Comunisti, cacciatori e bestemmiatori”, aggiunse in un’intervista a “la Repubblica”. Il Comune di Siena, guidato da Pierluigi Piccini, rispose annunciando querele. Un gruppo di cittadini fece altrettanto e chiamò Zeffirelli “guelfo”, “al soldo della Chiesa”. L’avvocato Giuseppe Mori argomentò sul perché i tre aggettivi fossero dispregiativi e infamanti: la definizione “comunista” “può, se usata in maniera distorta, richiamare nei tempi attuali concetti quali repressione, dittatura, genocidio, tortura, prevaricazione, antinomia delle libertà del pensiero umano, ingiustizia, ignominia di stato”.

L’aggettivo “cacciatori”, invece, “può assumere una colorazione sicuramente denigratoria […] nel clima di evoluzione storica nel quale sempre più forte diviene il sentimento umano nei confronti degli animali”. L’avvocato, infine, ricordò che la bestemmia è un reato perseguito dall’articolo 724 del codice penale e che “tacciare taluno di bestemmiatore può significare anche l’attribuzione di un reato”.

Mesi dopo, la vicenda non si era ancora risolta, anzi. Il sindaco precisò di attendere scuse pubbliche e a nulla servirono le dichiarazioni con cui il regista intendeva riaprire il dialogo con i senesi rivedendo le sue posizioni paliesche. E non le mandò a dire al bizzoso Zeffirelli: “Lei ha gettato o tentato di gettare di- scredito su Siena, i senesi e il palio e ora non si può semplicemente fare marcia indietro attribuendo le responsabilità della questione ad una giornata nera del sindaco”.

Nel luglio 1993, ci fu un nuovo scontro dopo un Palio particolarmente cruento. Zeffirelli usò tre paroline anche in quel caso: “Pena, dolore, forte indignazione”. E ancora: “Vogliamo continuare a tollerare questi orrori in un Paese che si definisce civile?”. Due cavalli, Pinturetta e Way to sky, erano stati abbattuti dopo una caduta; una puledra, Jasmina, era morta durante le selezioni. La Lav si unì alla protesta in maniera vibrante, Siena si chiuse nel suo fortino.

Contro gli animalisti intervenne anche Aceto, il celebre fantino Andrea Degortes: “Giù le mani dal Palio. Possibile che nessuno dica nulla quando muore un cavallo negli ippodromi, e ne muoiono più di 150 all’anno, e ogni volta che muore un cavallo dopo il Palio si scatena un putiferio?”.

Il primo cittadino ancora una volta calzò l’elmetto e utilizzò un argomento che a Siena si usa spesso di fronte a chi critica il Palio: “Quando muore un cavallo, Siena soffre un dolore autentico, intimo e non sbandierato. Gli attacchi al Palio sono strumentali e in malafede. La Lav sta lì, come un avvoltoio, ad aspettare che succeda qualcosa, a tuonare quando un cavallo si infortuna. E poi, per un anno, sparisce. Chi ci attacca finge di non sapere quanto abbiamo fatto per la tutela dei cavalli”6.

C’era un bel po’ di retorica nella replica, perché se è vero che il cavallo è sacro, lo è per la Contrada che lo riceve in sorte. Se s’infortuna il cavallo della Contrada avversaria, i contradaioli possono solo esserne contenti. Non facciamoli troppo angelici, questi senesi. Farebbero di tutto pur di vincere un Palio (e in effetti lo fanno).

Cavalli gestiti con sottili accortezze veterinarie, fantini normalmente corrotti, spregiudicati accordi sottobanco. Tutto tacitamente ammesso, ancorché formalmente vietato dal Regolamento ufficiale, laddove all’articolo 89 si dice che “è proibito qualunque partito, o accordo diretto a far vincere il Palio ad una, piuttosto che ad un’altra Contrada”. Le norme però sembrano fatte per esser violate: le trattative vanno avanti tutto l’anno, come il Palio del resto, che viene preparato appunto per tutto l’anno, e anche pochissimi momenti prima che la gara cominci.

È una grande metafora italiana, questa della “corruzione legalizzata”, o meglio autorizzata, concessa, permessa, vietata ma accettata, tollerata, se non incoraggiata. Perché per vincere c’è bisogno di ogni mezzo, per domare la Fortuna e il Fato o il Destino tutto è lecito, perché in quei ne- anche due minuti di corsa tutto può accadere. Un cavallo può inciampare, un fantino può perdere l’equilibrio, un altro fantino può colpire a nerbate il cavallo vicino per farlo cadere.

E più la tecnica e l’arte di trattare sono raffinate, minore può essere l’imprevisto. E questo avviene proprio perché il Palio non è uno spettacolo, come può capitare di sentir dire a qualche forestiero; lo spettacolo sa d’artificio, di finzione, mentre invece nel Palio tutto è vero. Vera è la tensione, vero l’odio, vero l’amore, vera la competizione. Il Palio si guarda e si corre e si vive in apnea per quel minuto e qualcosa, perché non c’è peggior disdoro che perdere il Palio (e peggio che perderlo c’è arrivare secondi), ma durante l’anno è preparazione e appartenenza comunitaria.

Una comunità potente, perché – si legge nel libro di Dundes e Falassi – “come unità sociale, la contrada è veramente unica. Ha dei veri e propri confini territoriali. Ha un governo e una costituzione. Ha la sua chiesa. Ha il suo museo, dove si conservano tutti i palii vinti nel passato, insieme ad altri cimeli e documenti. Ciascuna ha il suo inno, il suo motto, il suo stemma, il suo santo patrono, eccetera”. E uno prima di appartenere a Siena, appartiene alla sua Contrada. Ognuna ha una sua identità e i suoi colori: guai a usarli fuori dal Palio.

Non a caso Pier Luigi Sacco, direttore dei progetti per la candidatura di Siena a Capitale europea della cultura nel 2019, aveva evitato accuratamente di mettere nel simbolo affinità con qualcuna delle diciassette Contrade. “Si voleva un colore ‘neutro’ rispetto all’identità cromatica di tutte le Contrade – mi dice Sacco – che potesse unire la città in una simbologia, al di là delle identità già esistenti”.

Il Palio, dunque, non è un artefatto, come scrisse Tommaso Landolfi nel 1939: “È uno spettacolo tanto senza residui rispetto alle sue circostanze, da essere in qualche modo universale; non una coreografia spettacolare, ma già un’opera d’arte, miracolosamente rinnovata, per virtù di passioni, ogni volta”. Del Palio a Siena si conserva la tradizione, ma il Palio in sé è cambiato perché è la società a essere mutata.

“Il Palio – mi dice Roberto Barzanti – da rappresentazione antimoderna di una spasmodica fedeltà si è fatto senza accorgersene postmoderno con tutti i fraintendimenti connessi. Non si può pretendere, d’altro canto, che replicasse all’infinito i moduli di una liturgia consolidatasi tra la fine dell’Ottocento e l’alba del secolo nuovo. Ma bisognerà sceverare con cura le variazioni ammissibili dalle trasformazioni che rischiano di mutarne sostanza e autenticità. Anche la tradizione sancita dal Palio è ‘inventata’, ma le invenzioni devono osservare un limite se non vogliono grado a grado corrompere l’oggetto al quale si applicano.

Non è scandaloso chiedersi in che relazione stia il Palio postmoderno che ci è cresciuto sotto gli occhi col Palio del religioso entusiasmo che ha traversato le epoche. Fatto è che la dimensione ippica ha acquistato uno spazio sempre più marcato. Si sono approntate anche piste in facsimile per allenare i ‘soggetti’ da presentare alla tratta. Intorno al Campo è un pullulare di corse e corsette imitative o preparatorie che si giustificano di riflesso e non esitano a dirsi palio”.

Con la conseguenza che del Palio, mi dice ancora Barzanti, “viene erosa l’eccezionalità ed è magari inserito in agenda come sfarzoso culmine di una serie di appuntamenti minori ad esso finalizzati. Un esercito di veterinari e di addetti ai lavori si occupa delle bestie, in proprietà a fantini o cavallai che hanno costituito un industrioso parco: un curioso zoo trasmigrante che fornisce l’estro per resoconti e inchieste, anticipazioni e disquisizioni. Un programma televisivo di quelli che vanno in onda nelle infuocate ore del Palio è stato intitolato ‘il cavallo è tutto’. Quando mai? Il cavallo è parte – la parte assegnata dalla sorte – di una narrazione che ha ben altri fulcri d’attrazione. Le ricorrenti polemiche degli animalisti hanno contribuito non poco a enfatizzare cure e riguardi, analisi e prescrizioni”.

Giustamente, osserva infine Barzanti, “ci si è adeguati alle più acute sensibilità, anche se nel Palio – sarà opportuno precisare – non è stato mai riscontrabile un uso cinico dei cavalli né tanto meno sospettabile di intenti sacrificali. Il cavallo è una creatura quasi umanizzata, chiamata per nome, carezzata e vezzeggiata come una persona cara. I media audiovisivi e le nuove tecnologie di manipolazione e diffusione aggrediscono il Palio da ogni lato, puntano a rivelarne ogni risvolto, dissolvendo o attenuando l’aura di leggenda che lo illumina.

I fantini da eroi sconosciuti sono diventati professionisti accorti, contrattualizzati perlopiù da una Contrada che ne amministra le prestazioni al pari d’un club calcistico. Insomma tutto è diventato molto professionale e da ultimo si assiste ad un ruolo sempre più assoluto, determinante e insindacabile, dei fantini e del pletorico apparato ippico rispetto alle volontà di Contrada e popoli. La tecnica rivendica una supremazia che riduce aleatorietà e azzardo”. Di nuovo ecco l’uomo che gioca a governare la Fortuna. Ma c’è pure un elemento politico, di potere, da tenere in considerazione.

Il Palio è anche un grande teatro, è esibizione di sé per chi vi assiste. E anche questo – come la professionalizzazione dei fantini – è mutato negli anni. “Negli anni Dieci del Novecento – mi dice Paolo Mazzini, assessore al Patrimonio, il cui bisnonno è stato per sessant’anni Mangino, cioè assistente del Capitano, della Tartuca – la gente va in piazza con il vestito buono, anche se è di velluto.

Negli anni Ottanta-Novanta si va in palestra, la gente si abbronza, le donne si vestono bene la sera della prova generale. Dal teatro si passa però poi ai teatrini e, in questo, gli anni Duemila sono stati educativi, esemplificativi, dimostrativi. Giuseppe Mussari che si metteva con i suoi amici-seguaci a seguire le prove e il Palio in un posto vicino alla mossa, un privilegio per il quale i senesi fanno la fila da generazioni, e portava il suo cavallo al Palio, come manifestazione del raggiunto potere in città”.

C’è una foto che rappresenta bene questo momento, scattata da Carlo Nicotra nel 2009. Ritrae Giuseppe Mussari, Giuliano Amato e Franco Ceccuzzi affacciati a una delle finestre di Palazzo Sansedoni, sede della Fondazione Mps. Stanno guardando il Palio. Sono uno accanto all’altro, maniche di camicia e cravatta. Senza giacca. Hanno facce perplesse, sono nel pieno del loro potere politico ed economico. Sembrano re o principi pronti a spargere benedizioni. Per due di loro non finirà bene, per l’altro, il dottor Sottile, poteva andare ancora meglio, visto che ha rischiato di diventare presidente della Repubblica.

Chi è il fantino 

“Corrono l’uno contro l’altro, ma ciascuno contro la Fortuna”. Così Adriano Sofri, un amante e un amico del Palio, descrive i fantini in Machiavelli, Tupac e la Principessa. Torna ancora una volta, dunque, l’elemento dell’uomo in lotta con il Fato. Ma chi sono questi fantini? “Sono mercenari, con l’autorizzazione a vendersi e tradire (ma a rischio delle ossa), forestieri per lo più, giovani e duri, perché giovane dev’essere chi sappia metter sotto la Fortuna, che è donna, ‘et è necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla… E però sempre, come donna, è amica dei giovani, perché sono meno respettivi, più feroci, e con più audacia la comandano’ (poco dopo Machiavelli, fu Francis Bacon a chiamare la natura ‘una volgare puttana’ e incitare l’uomo a sottometterla e plasmarla)”.

I fantini cavalcano, dice Sofri, a pelo col nerbo in mano, fatto del pene di bue, sferrato contro cavalcature e avversari. “Negli ultimi anni è cresciuta una insofferenza dei senesi più tradizionalisti contro il peso divistico guadagnato dai fantini: qualcosa di simile era successo coi loro colleghi medioevali e rinascimentali, i condottieri di ventura. ‘Oh quanto è bella la piazza di Siena, circondata da dieci fantini, vanno alla mossa son dieci assassini…’”. E un momento dopo, finita la gara, fantino e cavallo vincitore sono festeggiati come strumenti della provvidenza.

“Nessun Palio si vince contro la Fortuna: ma la Fortuna bisogna meritarla. Il Palio è segnato dai sorteggi, delle contrade concorrenti, dei cavalli, dei posti di partenza al canape. ‘Non di manco, perché el nostro arbitrio non sia spento, iudico poter esser vero che la Fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi’.

Con quell’altra metà, ‘o presso’ (in realtà Machiavelli non ammetterebbe mai che la Fortuna rinunci alla sua quota di maggioranza), i fantini devono giocare d’azzardo, d’audacia e di furbizia. Si capisce che siano maschi e giovani (ma ci fu, e c’è a raccontarlo, Rosanna Bonelli, Rompicollo, che corse un Palio di trent’anni fa)”.

I fantini, insomma, hanno un ruolo controverso. Mercenari, appunto: un anno gareggiano per una Contrada, l’anno successivo magari sono da un’altra parte. Qualcuno di loro prova anche a creare un’organizzazione. È il caso recente di Luigi Bruschelli detto Trecciolino, ma era accaduto anche in altre epoche. “Già nell’Ottocento – mi dice Mazzini – iniziano a lamentarsi cose che sono diventate d’attualità ai giorni nostri, cioè si lamentava una mafia dei fantini.

I fantini erano quelli che montavano a cavallo, quindi avevano l’ultima parola, magari s’accordavano tra di sé per non farsi troppo male. Insomma già nell’Ottocento c’erano queste lamentazioni, che poi negli anni Duemila sono esplose con Bruschelli”. Il quale ha costruito con astuzia manageriale un perfetto sistema, che gli consentiva di governare molti fantini e di indirizzare o controllare la strategia di diverse Contrade. Alla fine, quindi, il Palio era, per così dire, più “apparecchiato” di altre volte. “L’impero del Bruschelli inizia a perdere peso dopo gli anni Dieci del Duemila e nel 2013 c’è stato un trapasso molto forte”.

Nel luglio 2012 il Palio va, grazie a lui, all’Onda, Contrada che non vinceva da diciassette anni. L’anno dopo, però, entrambi i Palii non lo vedono protagonista, fa delle corse di poco significato. Li vince tutti e due l’antagonista che è emerso con più forza: Giovanni Atzeni, detto Tittìa. Nel luglio del 2013, Trecciolino corre un Palio mediocre, commette anche alcune infrazioni e a norma di regolamento viene squalificato. Un fatto che prima, negli anni d’oro, non sarebbe successo.

Nel 2014 non gareggia; c’è invece il figliolo, che però non può avere fin da subito le caratteristiche del padre. Tittìa al contrario cresce sempre di più e Trecciolino, non prendendo parte ai Palii di quell’anno, mostra chiari segni di declino. Poi c’è l’età, e la situazione economica non consente più di fare quei Palii costosi che si era abituato a fare.

“Essendo di nascita senese – dice Mazzini – e quindi conoscendo meglio ‘il mondo del Palio’, aveva costruito un sistema in cui, pasturando lui stesso molti fantini, non c’era da pagare solo lui, ma anche tutta una corte di persone che servivano a vincere il Palio”. Magari 3-4 fantini che poi sarebbero finiti in altre Contrade, ma che trovavano conveniente che lui vincesse.

Insomma, per il Palio si spende. Il bisnonno di Mazzini, Mangino della Tartuca, annotava in un quaderno tutte le spese. In una serie di taccuini che vanno dal 1910 al 1924 sono elencati i soldi pattuiti con il Nicchio, la Selva, la Pantera, il Montone, l’Oca. Servivano appunto per fare accordi con le altre Contrade: da spendere in caso di vittoria, o da ricevere in caso di vittoria altrui. Cinquecento lire di qua, mille lire di là. E poi, spese generali: mantenimento cavallo, 55 lire; mantenimento fantino e camera, 60 lire. Poi stalla, affitto della paglia, arricciatura delle parrucche, impianti della luce per la prova generale.

“Le Contrade – dice Mazzini – spendevano belle cifre quando tanti contradaioli non avevano molti soldi da spendere nella vita di tutti i giorni. Gran parte di questi soldi li mettevano poche persone. Il Capitano e alcuni altri contradaioli che se lo potevano permettere. Gran parte dei soldi spesi per vincere il Palio finivano alle altre Contrade. Quello che dagli anni Settanta comincia a cambiare veramente è che molti dei quattrini che spendono le Contrade per vincere o per correre il Palio vanno ai fantini”.

Un Palio ti può costare alcune centinaia di migliaia di euro, ma il costo dei “partiti” (cioè degli accordi) fra le Contrade può arrivare a decine di migliaia di euro. Un andazzo che ha sperequato le spese del Palio a favore dei fantini, che in alcuni, se non addirittura in molti casi, sono più ricchi dei capitani delle Contrade. Prima il Capitano era molto ricco e metteva quasi tutto lui.

“Adesso invece impegna i soldi della Contrada. Prima, avendo pieni poteri, come condottiero assoluto, ne rispondeva anche pecuniariamente. Ora il Capitano ne risponde anzitutto dal punto di vista etico. Le cifre che girano non vengono in larghissima parte dalle sue tasche”.

Il fantino dunque è ricco, praticamente un divo anche negli atteggiamenti. Ma guai a farsi beccare a tradire, per esempio, la Contrada per la quale si è stati ingaggiati. Se c’è una cosa che a Siena è ben sistematizzata, e per eccellenza nel Palio, è la vendetta.

“La vendetta per uno sgarbo paliesco – mi fa notare Mazzini – può essere fatta in molti modi. Negli anni Cinquanta, gli ocaioli che appartengono a una Contrada di fiera tradizione, l’Oca appunto, e che si è sempre fatta rispettare, ritenendo che un fantino li avesse danneggiati, l’andarono a picchiare il giorno del suo matrimonio.

Ci sono varie modalità di vendetta: ce ne sono alcune che si fanno l’anno dopo, due anni dopo, dipende dalla durata delle dirigenze. Il mio bisnonno ha fatto il Mangino per più di sessant’anni, quindi aveva tempo di maturare rapporti di un certo tipo con altre Contrade, ma anche di servire il piatto freddo della vendetta. Ora magari il Capitano dura tre o quattro anni, è tutto più difficile; è un gioco in cui l’alleato di oggi può essere il nemico di domattina. Comunque, di inimicizie stabili non se ne creano di nuove, perché il senese è conservatore e preferisce avere una inimicizia certa rispetto a qualcuna solo un po’ vagheggiata”. A Siena le inimicizie fra Contrade sono una cosa molto seria. Eccole:

Oca – Torre
Istrice – Lupa
Chiocciola – Tartuca
Nicchio – Valdimontone
Bruco – Giraffa (la rivalità è svanita nel 1995)
Aquila – Pantera
Civetta – Leocorno

La grande intensità delle rivalità tradizionali, osservano Dundes e Falassi, non è facile da comunicare. Capiterà di essersi già imbattuti in sport competitivi con molte antiche rivalità, come quella fra Oxford e Cambridge o Harvard e Yale. “Comunque il sentimento di appartenenza a una certa università non può venire in alcun modo paragonato a quello che fin dalla nascita può legare a una contrada”.

Perché c’è qualcosa di superiore, di atavico e di misterioso nell’appartenenza a una Contrada. Le inimicizie geografiche e geopolitiche e il senso di adesione a una comunità contro un’altra, di cui noialtri toscani siamo pieni, come quelle fra Firenze e Pisa e fra Pisa e Livorno, sono nulla in confronto alle rivalità contradaiole. “La gente sa bene – scrivono Falassi e Dundes – che il proprio rapporto con la contrada non sarà reciso dalla morte: uno dell’Onda per esempio insisté che sulla sua lapide fosse scritto soltanto ‘Marrocchesi Elio… Ondaiolo’, e questo nel 1972.

L’amore per la propria contrada può essere eguagliato in intensità soltanto dall’odio per la rivale. Il complicato sistema di alleanze e inimicizie che esiste tra le diciassette Contrade è assolutamente cruciale per riuscire a capire il Palio. Non basta dire che il Palio è una rappresentazione drammatica della vita di contrada: piuttosto il palio è lo sfogo emotivo per tutti i rapporti di amore-odio intrecciati tra le contrade”.

Il vincolo con la Contrada assomiglia a quello massonico: ci puoi entrare, persino se sei forestiero, cioè non nato a Siena, puoi farti battezzare e diventare contradaiolo. Ma uscirne non puoi, e se ne esci è come se tu andassi, appunto, “in sonno”. Non a caso di ogni Contrada esiste un ingresso, ancorché non delimitato architettonicamente, ma l’uscita non è prevista. Perché a Siena tutto s’appartiene e nulla si cancella.

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