Algoritmi e uomini, così è stato scoperto il super-giacimento in Egitto

Algoritmi e uomini, così è stato scoperto il super-giacimento in Egitto

«La scoperta dell’Eni in Egitto è nata a Milano», ha detto Matteo Renzi chiudendo il suo intervento al Forum Ambrosetti di Cernobbio, lo scorso 5 settembre. C’è andato vicino, perché una fetta del merito dell’individuazione del giacimento di gas di Zohr, nel mare a nord della costa egiziana è da attribuire a un “cervellone” dell’Eni situato a Ferrera Erbognone, tra le risaie vicino a Pavia. Dal 2013 è operativo un data center che conta 7mila sistemi, per un totale di 60mila unità cpu. Vale a dire, 60mila pc di casa collegati, che sono posizionati su uno spazio di 5.200 metri quadrati, su una superficie totale del data center di 50mila metri quadrati. I dati vengono elaborati negli uffici a San Donato dove hanno sede i vari uffici che lavorano nell’esplorazione. Nei laboratori della vicina Bolgiano 300 persone tra fisici, matematici, Ingegneri e geologi effettuano invece gli studi di laboratorio sui campioni delle “carote”, i test fisici e chimici e studiano i campioni per elaborare i dati e creare i modelli geologici. Poi c’è il lavoro sul campo in Egitto. 

Un’immagine del Green Data Center dell’Eni a Ferrera Erbognone (Pavia)

Dal 2013 è operativo Ferrera Erbognone, tra le risaie vicino a Pavia, un data center che conta 7mila sistemi, per un totale di 60mila unità cpu. Vale a dire, 60mila pc di casa collegati

In tutti i casi, è stato grazie a questo calcolatore che la società di idrocarburi italiana è riuscita a trovare un giacimento in una zona nelle cui vicinanza erano stati effettuati diversi tentativi senza successo. «Quest’area era già stata verificata da altre società, sono stati perforati in tutto 10 pozzi, che erano risultati tutti non commerciali o comunque secchi, quindi pozzi che non avevano idrocarburi», ha ricordato l’ad di Eni Claudio Descalzi lo scorso 9 settembre in un’audizione alle commissioni Industria di Senato e Camera, riunite per l’occasione. «Noi siamo andati comunque avanti su questa concessione perché abbiamo ricercato dei temi geologici differenti», ha detto Descalzi. Invece di un modello geologico clastico, quindi composto da sabbie e calcare, è stato utilizzato un modello “dolomizzato”. «L’abbiamo cercato – ha detto – perché in Libia, in Venezuela e in Kashagan (Kazakistan, ndr) per esempio abbiamo modelli di questo tipo, quindi abbiamo usato riferimenti geologici di altri Paesi, e soprattutto abbiamo anche utilizzato le nostre tecniche, i nostri modelli proprietari per reinterpretare la sismica». 

Un’immagine del Green Data Center dell’Eni a Ferrera Erbognone (Pavia)

Quello che è successo nei centri ricerca della società petrolifera è stata l’applicazione di due software. Il primo è il cosiddetto Rtm, Reverse Time Migration, che si occupa della “migrazione sismica”: partendo dai dati sismici e della velocità sismica calcola l’immagine del sottosuolo. Come spiega un documento interno dell’Eni, il punto chiave per convertire i dati sismici in immagini è la capacità di simulare la propagazione delle onde sismiche nel sottosuolo: se si riesce a simulare come queste si propagano allontanandosi dalla sorgente, interagiscono con le strutture in profondità e vengono riflesse finché raggiungono i ricevitori, allora è anche possibile definire gli algoritmi per proiettare il film all’indietro e focalizzare i dati sismici nell’immagine.

 https://www.youtube.com/embed/Wwmu8I7XxSw/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

MESSAGGIO PROMOZIONALE

Terreni diversi, quindi, fanno muovere le onde sismiche in una serie di direzioni. Per interpretare tutte le variabili servono quindi algoritmi e un computer potente. I primi in realtà sono stati sviluppati già nel diciottesimo secolo, anche se all’epoca furono solo esercitazioni teoriche. Anche un computer attuale normale farebbe ben poco, mentre mettendone assieme 60mila, come a Ferrera Erbognone, si può arrivare alle elaborazioni da alcuni giorni ad alcune settimane. I calcoli vengono effettuati da speciali supercomputer, chiamati Cluster e costituiti da centinaia o migliaia di nodi di calcolo collegati mediante una rete di comunicazione dedicata, ad alte prestazioni. 

Un’immagine del Green Data Center dell’Eni a Ferrera Erbognone (Pavia)

Gli algoritmi per calcolare la propagazione delle onde sismiche sono stati sviluppati nel Settecento. Ma solo con i supercomputer attuali si possono elaborare le miriadi di dati necessari

Questo primo software ha però un forte limite: che non è in grado di stimare la velocità di propagazione sismica, che varia a seconda delle condizioni geologiche. Per trovare questa velocità si usa un secondo software, chiamato e-Dva (eni-Depth Velocity Analysis). Ha bisogno anch’esso di potenza di calcolo, ma molto meno del Rtm. Quello che è necessario per arrivare a un risultato è il cosiddetto “approccio iterativo”: la stima iniziale della velocità viene progressivamente raffinata, con un processo guidato di miglioramento dell’immagine stessa. A guidarlo sono appunto le persone. Un progetto tipico, spiega un documento dell’Eni, può richiedere fino a 10-15 interazioni e può avere una durata di alcuni mesi. «È necessaria – si legge – una forte interazione con l’utilizzatore, in quanto nel corso di un progetto ci sono numerosi punti critici in cui l’utilizzatore deve prendere decisioni rilevanti per il successo del progetto, che non possono essere demandate a un software».

Un’immagine del Green Data Center dell’Eni a Ferrera Erbognone (Pavia)

Per arrivare al risultato in Egitto sono quindi state prese delle strade invece di altre, usando come mappa i dati raccolti in precedenza in Libia, Kazakistan e Venezuela. Il resto del lavoro è stato fatto con i carotaggi sul posto, che hanno reso possibile capire che il giacimento conteneva metano e non, come pure era possibile, semplice acqua. Ora sarà necessario capire qualcosa di più sul possibile secondo giacimento, che si troverebbe sotto quello scoperto da 850 miliardi di metri cubi e che è stato individuato ancora una volta con i software e i dati elaborati dal cervellone pavese. Ne ha parlato Descalzi in Parlamento, specificando che «potrebbe essere non a gas puro ma potrebbero essere dei condensati o dell’olio. Quindi sarà un obiettivo della campagna di perforazione verificare anche questi orizzonti inferiori».