Nell‘editoriale della scorsa settimana Luca Beltrami Gadola descrive con un punto di vista fortemente critico la situazione che si è venuta a creare attorno alla questione del dopo Expo e del recupero di oltre un milione di metri quadri della manifestazione che, almeno per quanto riguarda l’affluenza di visitatori, capi di stato e star, sta ottenendo un grande successo.
Infatti sui padiglioni da salvare e sulle funzioni da insediare nelle aree che si libereranno, in troppi si sono espressi in modo episodico e contradditorio, mentre sono noti e di ben altra natura i problemi da affrontare.
Prima di tutto lo spropositato costo delle aree che, originariamente agricole e private, sono state rese edificabili prima di essere acquistate a caro prezzo dalla Regione, dai Comuni di Milano e Rho, da Fondazione Fiera e dalla Provincia – oggi Città Metropolitana – e che, gravate da tale onere, sono state assegnate a Arexpo Spa con il compito di recuperarle e valorizzarle.
Poi l’assenza di chiare indicazioni sulle condizioni in cui le aree si troveranno quando, entro giugno 2016, saranno riconsegnate a Arexpo dopo che i vari Paesi avranno smantellato i loro padiglioni. Una fase della durata di otto mesi molto rischiosa, se non si riusciranno a mettere in sicurezza le aree stesse, gli impianti e gli edifici da conservare.
Inoltre la vischiosità delle procedure burocratiche per programmare e realizzare gli interventi, anche dovuta al fatto che trattandosi ormai di aree pubbliche la loro assegnazione ai soggetti che vorranno insediarvisi potrà avvenire solo tramite bandi e gare il cui esito potrebbe essere impugnato, interrompendo e rinviando tutto alle calende greche. Ma si spera che Raffaele Cantone, presidente Anac, almeno questo, riesca a evitarlo.
Infine la necessità di misurarsi con un complesso processo di urbanizzazione da governare con una continuità e una coerenza che, come denuncia Beltrami Gadola, non potranno certo essere garantite dall’attuale coacervo di responsabilità e competenze della Regione, dei Comuni di Milano e Rho e della Citta Metropolitana, che hanno già manifestato orientamenti molto differenti.
Il bizantinismo della situazione è quindi dato per scontato ma non sono d’accordo, come lui afferma, che l’advisor debba intervenire solo dopo che sia stata espressa a livello politico “un’opinione precisa sul destino di queste aree” per il semplice motivo che tale possibilità non esiste a priori, ma si concretizzerà proprio se l’advisor sarà in grado di mettere a disposizione del soggetto che ne governerà il processo, le analisi, la metodologia e gli strumenti per assumere le proprie decisioni.
Il recupero urbano di un’area di tali dimensioni e complessità non può certo essere un’operazione di breve periodo, ma va programmata su un arco di tempo pluriennale e governata con strumenti e poteri adeguati, avendo come riferimento uno scenario entro il quale muoversi e precisi obiettivi da perseguire. Senza cercare di attenersi a un progetto rigidamente definito che sarebbe certamente superato ancor prima di avviarne la realizzazione.
Ne sono convinto e lo sostengo con cognizione di causa perché, come alcuni ricorderanno, fin dal 2008, dopo alcuni dibattiti organizzati dall’Ordine degli Architetti si erano tenuti diversi incontri nel mio studio da cui era uscita la petizione per una Expo diffusa e sostenibile che aveva raccolto quasi 1500 adesioni.