Il lavoro cresce, ma non dove ce n’è bisogno

Il lavoro cresce, ma non dove ce n’è bisogno

Martedì primo settembre sono stati pubblicati i dati Istat sull’occupazione nel mese di luglio e, contemporaneamente, si sono resi disponibili anche i dati trimestrali, solitamente più dettagliati in termini di copertura geografica, di caratteristiche demografiche e di tipo di occupazione creata. I dati trimestrali tengono conto degli effetti iniziali del Jobs Act, quindi si prestano a una prima sommaria analisi degli effetti delle nuove norme.

Al +0,7% di crescita del Pil italiano fa da contraltare il rotondo +3% spagnolo

Parlare di occupazione senza un metro di paragone può, spesso, indurre a errori di valutazione importanti. Il confronto naturale, oltre che con i numeri passati, è con Paesi che si trovavano nella stessa situazione italiana, se non peggiore, durante la lunga crisi che ha colpito molte economie europee. Il paragone più immediato è quello con la Spagna di Rajoy, tenendo sempre a mente che le riforma del mercato del lavoro, più ampia per portata di quella italiana, è stata introdotta con ben due anni di anticipo rispetto a quella italiana. Scontiamo un ovvio ritardo sulla tabella di marcia, e le cifre attese sulla crescita nell’anno in corso lo dimostrano con certezza: al +0,7% italiano fa da contraltare il rotondo +3% spagnolo. È importante tenere a mente che, in assenza di crescita del prodotto, l’aumento di occupazione che eventualmente si ricaverebbe sottintende una crescita della produttività ancora vicina allo 0 se non negativa. Se le ore lavorate, infatti, aumentano più del prodotto, il rapporto fra le due variabili, che definisce la produttività, non può decresce. Come si possa credere di creare occupazione stabile e di qualità con una produttività stagnante rimane uno dei misteri che i tanti urlatori di dati sul mercato del lavoro dovrebbero, a un certo punto, svelare.

Con queste premesse ben in mente, non dovrebbero stupire i dati presentati nel grafico 1. La figura mostra l’aumento percentuale nell’occupazione dal punto di minimo toccato nel quarto trimestre 2013. È dunque uno spaccato di ciò che è accaduto nell’ultimo un anno e mezzo nel mercato del lavoro italiano e spagnolo. A una crescita cumulata dell’occupazione pari all’1% in Italia, si contrappone una crescita del 4% in Spagna: quattro volte tanto, cioè, lo stesso rapporto esistente fra i due tassi di crescita. La Spagna cresce e crea posti di lavoro di un ordine di grandezza quattro volte pari a quello italiano. Non fa una grinza.

Contributi alla crescita dell’occupazione, dal 2013-T4 (punto di minimo dell’occupazione) al 2015-T2, per industria

In più, a differenza della Spagna, la composizione dei lavori creati sembra essere sbilanciata nel settore dei servizi, mentre l’industria è sostanzialmente stabile e l’occupazione nelle costruzioni è lievemente ripartita solo negli ultimi due trimestri.

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

È la classe di età dei 55-64enni che in Italia ha avuto il contributo maggiore nella crescita totale. In Spagna, invece, si è creata occupazione in modo particolare per i 35-54enni

Analizzando i contributi alla crescita occupazionale dei vari gruppi di età, presentati nel grafico 2, si può notare come caratteristica peculiare del modesto aumento occupazionale italiano (260 mila lavoratori in più dal picco del quarto trimestre 2013) è di essere specifico alle classi di età dai 45 anni in su, con la classe di età dei 55-64enni che ha avuto il contributo maggiore nella crescita totale. In Spagna, invece, si è creata occupazione in modo particolare per i 35-54enni. Nemmeno per i cugini spagnoli vi è stato un miracolo per i giovani, ma la situazione italiana è ancora preoccupante: più degli effetti del Jobs Act, che non pare, per ora, aver cambiato la dinamica di fondo nei dati italiani compaiono gli effetti della riforma Fornero, che ha diminuito di molto il ricorso al prepensionamento.

Contributi alla crescita dell’occupazione, dal 2013-T4 (punto di minimo dell’occupazione) al 2015-T2, per età

Passando invece ai contributi per titolo di studio, presentati nel grafico 3, si nota come in Italia l’occupazione dei meno qualificati non è affatto ripartita, mentre il guadagno consistente lo si ha avuto per le persone con una laurea. Se incrociati con i dati per classe di età, parrebbe che le maggiori probabilità di occupazione siano andate a vantaggio di chi già non se la passava poi così male: persone mature con una laurea. La dinamica recente, post Jobs Act, sembra invece segnalare più occupazione per i meno qualificati, sebbene l’andamento non chiaro per i lavoratori con titoli mediani induca alla cautela. Rimane però il fatto, che la Spagna nello stesso periodo, in una situazione di crescita più sostenuta, ha saputo “spalmare” i benefici della nuova occupazione in modo più uniforme.

Contributi alla crescita dell’occupazione, dal 2013-T4 (punto di minimo dell’occupazione) al 2015-T2, per livello di istruzione

Infine, un breve sguardo alla stabilità dell’occupazione. Il quarto grafico mostra i contributi alla crescita dell’occupazione disaggregati per genere e tipologia contrattuale. Dai dati sembrerebbe che a beneficiare di più della nuova occupazione stabile siano state le donne, mentre il contributo del tempo determinato maschile alla crescita totale dei dipendenti è stato positivo, e ben tre volte più importante di quello del tempo indeterminato. Vale in questo caso la stessa prudenza prima richiamata: senza una crescita stabile, nell’ordine del 3% (si badi, dopo una recessione così importante, sarebbe il minimo), inutile sperare che il motore dell’occupazione si rimetta in moto in modo sostenuto.

Contributi alla crescita dell’occupazione, dal 2014-T2 al 2015-T2, per tipologia contrattuale*

* Il periodo di riferimento è diverso da quello degli altri grafici poiché le serie non sono in questo caso destagionalizzate. È noto he per i contratti a tempo vi sia una forte componente stagionale: l’unico confronto possibile è con lo stesso trimestre di un anno prima.

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