Le metafore sportive di Renzi, come ti vendo un sogno copiando Berlusconi

Le metafore sportive di Renzi, come ti vendo un sogno copiando Berlusconi

«Qualcuno di voi segue il rugby? Sabato scorso, ai mondiali in Regno Unito, è accaduto che, nell’ultima azione, sul punteggio di 30 a 28 per i campioni del Sudafrica, il Giappone cerca la meta fino alla fine, contro ogni previsione, e vince con un’azione che resterà nella storia di questo sport. Sembrava impossibile, come un anno e mezzo fa per le riforme: non ci credeva nessuno, eppure le abbiamo fatte».

Il governo Renzi come la squadra di rugby nipponica, disposto a correre il rischio di perdere, pur di provare a vincere. Ambizione, coraggio e sogno definiscono la metafora sportiva incastonata a sorpresa dal premier nella Direzione del Pd di lunedì.

Un passaggio utile a rivendicare l’operato dell’esecutivo, snocciolare le riforme portate a casa, ristabilire la verità storica sul controverso sbarco a Palazzo Chigi, alle spese di Enrico Letta: «Non è stato un golpe, bensì una decisione che abbiamo preso insieme, in questa sede».

Prima volta per il rugby, anche se in passato il football, la sua variante americana, era già stato arruolato, come espediente retorico, dal politico fiorentino. Lo scorso dicembre, nel pieno svolgimento della tradizionale conferenza stampa di fine anno, riferendosi a Ogni maledetta domenica – il famoso film statunitense del 1999 diretto da Oliver Stone – Renzi aveva citato il momento cloudella pellicola, il monologo dell’allenatore Tony D’Amato (interpretato da uno strepitoso Al Pacino) a ridosso della partita decisiva dei play off. Il premier aveva vestito, implicitamente, i panni del motivatore della compagine governativa:

«Tre minuti alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si decide oggi. Ora noi o risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta […]. La vita è un gioco di centimetri, e così è il football […]. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine di errore è ridottissimo. Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate, mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo».

Renzi ha definitivamente sdoganato il lessico sportivo e calcistico nell’emisfero sinistro della politica italiana

Citazione pop ad alto coefficiente emotivo, buona a comprendere come funzionano i meccanismi sottesi alla comunicazione di Matteo Renzi. Che ha definitivamente sdoganato il lessico sportivo e calcistico nell’emisfero sinistro della politica italiana, sfilandone paternità e monopolio a Silvio Berlusconi.

Per decenni il Cavaliere di Arcore è stato, infatti, l’assoluto dominus in materia, innovando e sparigliando insieme: dalla scelta del nome e del simbolo della sua creatura partitica, “Forza Italia” e la bandiera tricolore, agli innumerevoli titoli ottenuti dal Milan sotto la sua presidenza (con corredo di suggerimenti tattici, narcisisticamenteimposti ai molteplici allenatori succedutesi sulla panchina rossonera). E alla famigerata formula, propria del vocabolario sportivo, «scendo in campo», con cui nel 1994 ha avviato la sua avventura politica, oltre ai top player approdati a Milanello, pegno di promesse “elettorali” costose e spesso mantenute alla curva.

Adesso tocca al premier fiorentino. Riavvolgendo il nastro della sua ascesa alla ribalta nazionale, è facile imbattersi in puntuali citazioni e suggestive metafore, sfornate a uso e consumo di appassionati e mass media.

Per squadernare una panoramica completa, bisogna risalire fino all’annuncio della candidatura alla primarie fiorentine del centrosinistra.

Settembre 2008. «No. Io non mi rifiuterò di calciare questo rigore», esclama al Palacongressi di Firenze, gremito di sostenitori, richiamando alla memoria il “gran rifiuto” di Roberto Baggio che, in un lontano Fiorentina-Juventus, abdicò al ruolo di rigorista, delegando l’incombenza di calciare il penalty contro i suoi ex compagni di squadra a Luigi de Agostini (che fallirà l’esecuzione, condannando i bianconeri alla sconfitta per 1-0). Renzi incornicia così la sfida a Leonardo Domenici, sindaco uscente e determinato a riconfermarsi.

Il coraggio di calciare un rigore è il coraggio di candidarsi, sapendo di avere contro il partito e rifiutando un secondo mandato in Provincia, servito su un piatto d’argento dai dirigenti locali di Margherita e Ds.

Sempre nel capoluogo toscano, quattro anni più tardi – siamo nel giugno 2012 – alla convention “Italia Obiettivo Comune”, convocata per tessere la rete politica di amministratori e consiglieri comunali che da lì a quale mese costituirà il perno portante della campagna per le primarie nazionali del centrosinistra, “il rottamatore” 2.0, mutuando un’intuizione dell’amico Alessandro Baricco, parla di Dick Fosbury, l’atleta statunitense che vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, rivoluzionando la storia della disciplina.

Fosbury saltò all’indietro. Fine del salto ventrale, inizio del salto dorsale. Uno strappo, una rottura, un cambiamento radicale, associabile alla battaglia della “rottamazione”, il rinnovamento, tanto veloce quanto virulento, promosso dal boyscout di Rignano. Dice Renzi: «Fosbury è il primo a fare il salto in alto così. Si prende una marea di insulti, sembra matto e poi migliorerà del venticinque per cento le prestazioni sportive».

La similitudine è con “la rottamazione”, anch’essa giudicata pericolosa tanto da essere marchiata con l’infamia peggiore: «un’idea fascistoide», secondo un commento al vetriolo affidato dal professore Michele Prospero alla prima pagina de l’Unità.

Una breve fuga in avanti e arriviamo all’agosto 2013. Durante il pellegrinaggio laico organizzato per le feste Democratiche, il giovane leader va alla ricerca del consenso della “base” Pd, lo zoccolo duro della sinistra, quello più fidelizzato, per il quale identità e appartenenza rimangono le sole scialuppe di salvataggio nelle acque agitate della società post-moderna.

Renzi sferza il governo di guidato da Letta: «Pd e Pdl sembrano sempre più due finti lottatori di wrestling. Tante mosse, molta scena, poi alla fine vanno d’accordo. In teoria, i due schieramenti se ne dicono di santa ragione, ma poi votano insieme». Messaggio impacchettato ad hoc per il popolo “dem”, straniato dall’alleanza contro natura con Berlusconi.

«Mai più un governo delle larghe intese; c’è la destra e la sinistra, una governa e l’altra sta all’opposizione», l’allora promessa dell’alfiere di un sano bipolarismo (voto corrisposto a metà, data la permanenza dell’Ncd di Alfano tra le file dell’esecutivo). La finzione, s’indovina dietro la metafora, appartiene alla vecchia politica, il nuovo corso renziano s’impegna ad esserne estraneo, muovendosi in ogni circostanza «a viso aperto», come ama ripetere il premier.

Nei “pirotecnici” giorni da presidente del Consiglio, le metafore e i riferimenti sportivi di Renzi si affastellano in continuazione

Ed eccoci giuntiai “pirotecnici” giorni da presidente del Consiglio. Qui le metafore e i riferimenti sportivi si affastellano in continuazione, perciò enumerarli, senza tralasciarne qualcuno, risulta compito improbo. Più semplice è invece individuare il filo conduttore che li lega, la base ideale sulla quale riposano: il calcio e lo sport, così come le imprese dei loro protagonisti, eletti a icone di un’Italia vincente, sono sfruttati dal capo del governo per puntellare la “narrazione” positiva di un Paese che può farcela, cuore pulsante dello storytelling renziano al potere.

Per cominciare ci sono i cinguettii social dedicati a Vincenzo Nibali, vincitore del Tour de France; a Federica Pellegrini, artefice di una clamorosa rimonta in vasca agli Europei di nuoto, all’“odiata” Juventus, finalista di Champions League; al ritorno sul gradino più alto del podio di Valentino Rossi e della Ferrari.

A seguire, poi, compaiono le photo opportunity, con consegna di magliette di calcio a suggellare incontri istituzionali e politici. Il 17 marzo 2014, segna il primo colloquio ufficiale con Angela Merkel a Berlino donandole la divisa autografata di Mario Gomez, poderoso attaccante teutonico trasferitosi dal Bayern Monaco alla squadra gigliata.

Il giorno dopo, invece, stabilisce una tregua armata con Massimo D’Alema, in occasione della presentazione del suo libro Non solo euro (Rubettino)al tempio di Adriano di Roma; sfoderando sorrisi e cenni d’intesa a favore di flash e telecamere, mentre riceve dall’ex premier, tifoso giallorosso, la casacca di Francesco Totti.

Diplomazia internazionale e tattica partitica a colpi di marketing sportivo? Di più.

Per un leader politico non c’è foto a livello comunicativo più incisiva di quella che immortala la sua persona in mezzo a edificanti storie di successo

Restano, infine, gli eventi unici, “storici”, per usare un’iperbole, come la finale femminile tutta italiana degli US Open tra Roberta Vinci e Flavia Pennetta, in grado di giustificare un repentino stravolgimento di agenda, l’annullamento di importanti appuntamenti fissati da tempo; e reggere le polemiche scatenate dalle opposizioni (un po’ demagogiche, per la verità, ma elettoralmente redditizie, in una stagione di antipolitica imperante) sull’uso disinibito dell’aereo di Stato, «pagato con i soldi dei contribuenti», perché per un leader politico non c’è foto a livello comunicativo più incisiva, simbolicamente più potente, di quella che immortala la sua persona in mezzo a edificanti storie di successo.

Quest’ultime sono infatti capaci di intersecare l’immaginario collettivo, incrociando il bisogno umano di assistere in diretta a una speranza finalmente ripagata, non delusa: fiabe, libri, film srotolano trame e intrecciano personaggi, vero, ma culminano sempre lì, al lieto fine. Così, quasi senza accorgersene, ci rigiriamo quotidianamente in testa belle storie, e vogliamo sentirle di nuovo, vederle avverarsi ancora una volta.

Non per nulla, in calce alla e-News numero 396 spedita ai sostenitori, Renzi scrive: «Due ragazze del sud, due giovani donne trentenni, due tenniste straordinarie hanno compiuto un’impresa nella quale non credeva nessuno, nemmeno loro. Hanno colorato d’Italia gli US Open giocandosi la finale e distruggendo il sogno della numero 1, Serena Williams. Hanno ammutolito NYC che poi le ha abbracciate in una ovazione entusiasmante e ci hanno reso orgogliosi di essere italiani». Un evento sportivo trasformato in una storia che colpisce, commuove, convince.

Nella comunicazione politica le metafore chiariscono il contenuto, semplificano la forma, rimandano a esperienze già vissute o concetti già elaborati dai destinatari cui sono rivolte, rivestendo una funzione ornamentale ed evocativa, affermano gli studiosi. «La funzione estetica – spiega Francesca Rigotti in Il potere e le sue metafore (Feltrinelli) – permette di guadagnarsi una captatio dei riceventi e impostare con essi una presunzione d’accordo. La funzione evocativa è la capacità di alcune espressioni del linguaggio politico di richiamare alla mente del destinatario situazioni che lo coinvolgono, attivando sentimenti e passioni che ne stimolano la partecipazione».

Tradotto. In un’era di conclamata sfiducia per la politica e le sue liturgie, spetta ai politici l’onere di adattare il loro linguaggio ai registri utilizzati dalla società pop e mediatizzata che li circonda. Chi imbocca queste scorciatoie comunicativa riesce a veicolare agli elettori il suo messaggio efficacemente, gli altri sono costretti a rincorrere.

C’è da scommettere, quindi, che Matteo Renzi persevererà a infarcire discorsi con metafore sportive, cavalcando qualsiasi tipo di successo agonistico firmato Italia, anche a costo di scandalizzare, inimicandoseli per l’aggiunta, i puristi della lingua nonché i cerimoniosi custodi del protocollo istituzionale.

E chissà cosa potrebbe inventarsi l’istrionico premier-segretario nell’eventualità, al momento assai remota, che la prossima estate, agli Europei di calcio ospitati in terra transalpina, la nazionale azzurra di Antonio Conte, ribaltando i pronostici della vigilia, proprio sull’esempio dei giocatori di rugby del Giappone, decidesse di regalarci una gioia inattesa.

* autore de Il metodo Renzi. Comunicazione, immagine e leadership (Armando Editore)

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