Portineria MilanoMarco Carola, il dj napoletano osannato come Diego Maradona

Marco Carola, il dj napoletano osannato come Diego Maradona

Sono le cinque del mattino a Ibiza. E tra le migliaia di persone che ballano sulla terrazza dell’Amnesia, una delle discoteche più grandi dell’Isola, ce n’è una che porta la maglia azzurra del Napoli. Sì, la squadra di calcio. Non è una novità. Eppure c’è qualcosa che non quadra. Il ragazzo ha il numero dieci dietro, quello di Diego Armando Maradona, il calciatore argentino mai dimenticato nel capoluogo campano, simbolo indelebile di una città che vinceva, leggenda, memoria storica di successi e vittorie. Ma sopra i numeri c’è un altro nome: Carola. Chi è Carola? La società calcio Napoli ha ritirato la maglia nel 2000, come tributo a Diego per i 7 anni passati insieme tra scudetti e scandali. Quindi chi diavolo è Carola? È un tributo alla fidanzata? È un amico? È una maglia su misura da addio al nubilato?

Il ragazzo ha il numero dieci dietro, quello di Diego Armando Maradona, il calciatore argentino mai dimenticato nel capoluogo campano, simbolo indelebile di una città che vinceva

No, Carola è un dj e produttore di musica elettronica, esattamente techno. Viene da Napoli anche lui. È Marco Carola che, come ogni venerdì da qualche anno, sta tenendo la sua serata “Music On” sull’Isola. Si tratta di una delle feste più importanti, più frequentate, capace di riempire di cinquemila persone l’Amnesia, un’etichetta che sta spopolando nel mondo, tanto da organizzare serate da Ibiza a Miami, fino a Mosca e Città del Messico. Tra la musica, il sudore, il ballo si fondono la storia passata e recente di una città come Napoli, ancorata ai miti del passato e del presente, in un eterno ritorno che sembra non avere fine. Anche questo insegna la città partenopea. A distanza di 24 anni – Diego giocò la sua ultima partita il 24 marzo del 1991 contro la Sampdoria – ragazzi che non hanno mai visto neppure le sue gesta dal vivo o in televisione lo celebrano ancora in una discoteca, quasi fosse un simbolo di gioia, un «orgasmo collettivo» da celebrare al ritmo della musica techno.

Carola è il Maradona della musica minimal, genere esploso in questi anni, fusione della scuola di Detroit degli anni ’80 – quella di Jeff Mills, Derrick May e Richie Hawtin – con quella di Berlino, di Sven Vath e Adam Beyer. E Marco Carola, figlio della buona borghesia di Napoli, è cresciuto musicalmente proprio in Germania. Lì ha iniziato a comporre musica. È stato scovato e lanciato da Sven Vath, Papa Sven, il padre di una musica che in Italia riempie le piste da ballo e che nel mondo annovera milioni di seguaci. È un movimento che si sposta da est a ovest. Carola ne è l’alfiere in Italia insieme con una altro campano, Joseph Capriati. Hanno esportato Napoli nel mondo.

Per capirlo basta guardare le loro pagine Facebook. Migliaia di persone a Miami, a Città del Messico, a New York, a Londra, a Buenos Aires, a Rio De Janeiro, a Tokyo. «È il dj napoletano», per tutti. Per tanti ragazzi è il Maradona che non c’è più. Quello che con un mixer fa ballare e sognare, proprio come quando Diego incantava su un campo di calcio, con le sue gesta immortalate dai televisori di tutto il mondo. «Napoli? Maradona», dicono ancora adesso i tassisti di Bangkok. Nell’era dei social network tutto si è amplificato. E Carola non sarà ancora sulla bocca di un tuk tuk thailandese, ma poco ci manca.

«Napoli? Maradona», dicono ancora adesso i tassisti di Bangkok. Nell’era dei social network tutto si è amplificato. E Carola non sarà ancora sulla bocca di un tuk tuk thailandese, ma poco ci manca

Tra i più noti dj mondiali, nato nel 1975, stile molto poco partenopeo, vederlo ridere è una notizia. Sempre vestito di nero, poche interviste, alle sue serate partecipa però tutto il jet set internazionale, da Cristiano Ronaldo e Paris Hilton, dalle ultime top model all’ex capitano dell’Italia Fabio Cannavaro, immortalati nel privè o dietro la console. A Ibiza circola la leggenda che persino il pilota Valentino Rossi, che ha casa sull’Isola, spesso si mischi alla folla del “Music On” con in testa un cappellino e gli occhiali scuri per non essere riconosciuto. Un mito, una nuova icona della napoletanità nel mondo. Che spesso, però, viene ancora collegata a quella di un altro personaggio mitologico che pur non giocando più a calcio resta tutt’ora un’icona.

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Su Il Napolista, quotidiano online di calcio e cultura diretto dal giornalista Massimiliano Gallo, si è spesso parlato e scritto della memoria e dell’eredità di Maradona. Ci sono due correnti di pensiero. Claudio Botti, avvocato, ne celebra ancora le gesta. E ne ha scritto diverse volte, difendendo il genio e la sregolatezza del numero dieci argentino, sfidando soprattutto l’impopolarità che il Pibe de Oro affrontò dopo aver lasciato Napoli, tra gli scandali per cocaina e una città che si sentiva tradita. Fondò il Te Diegum, «una appassionata e laica riflessione», scrive Botti sul Napolista, «sulle regole, l’etica, la trasgressione, il mito, il genio, ma anche sulla smisurata ipocrisia che partendo dal mondo del calcio attraversa la nostra società». Perché «il genio non si può mai processare», è la sua tesi, snocciolata in un articolo dove rievocava la sua arringa a difesa del calciatore, citando la celebre Argentina-Inghilterra del 22 giugno 1986, quando Diego fregò tutti con la “mano de Dios”.

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Ma Gallo ha un altro punto di vista. «Mi ritengo un eretico» spiega a Linkiesta. «Napoli è troppo legata al passato, al culto dei morti. Vorrei che si parlasse di Maradona in maniera diversa. È stato il più grande calciatore di sempre, a Napoli gli dobbiamo tutto e questo non sarà mai in discussione, ma non si può vivere guardando sempre indietro. La colpa non è di Maradona, ovviamente. Vorrei che mio figlio non avesse il culto per un giocatore che non ha mai visto giocare, ma per qualcun altro». Un golem per una città. «Durante la semifinale di Coppa Italia con la Roma vincevamo 1 a 0 alla fine del primo tempo. All’inizio del secondo tempo arrivò Maradona in tribuna e il Napoli segnò subito due gol, alla fine vincemmo 3 a 0. Non pochi a Napoli dissero che Diego aveva influito sulla partita con le sue virtù taumaturgiche…».

Massimiliano Gallo: «Vorrei che si parlasse di Maradona in maniera diversa. È stato il più grande calciatore di sempre, a Napoli gli dobbiamo tutto e questo non sarà mai in discussione, ma non si può vivere guardando sempre indietro»

Il nodo gira sempre intorno alle memoria e all’eredità. In un’intervista con DjMag di qualche anno fa, Carola fece discutere perché spiegò di non aver trovato nuovi artisti che lo colpivano. Proprio come Maradona, che ha criticato persino Lionel Messi, il giocatore argentino del Barcellona. Unici entrambi, proprio come la loro città. Come ha detto lo scrittore napolitano Antonio Pascale in un’intervista con Linkiesta: «Napoli? Chi ci abita dovrebbe uscire dalle ristrettezze e dall’orgoglio dell’appartenenza». Ma sarà difficile. E forse anche tra tanti anni ci sarà qualcuno con la maglia numero dieci del Napoli addosso, con il nome di qualche nuovo mito al posto di quello di Maradona.  

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