’O pernacchio«Prima di scendere a Napoli è necessaria un’igiene culturale»

«Prima di scendere a Napoli è necessaria un’igiene culturale»

“Non scendete a Napoli” di Antonio Pascale (Rizzoli, 230 pagine) è una guida alternativa al capoluogo partenopeo. Con questo libro, l’autore non invita i turisti o il visitatore occasionale ad evitare Partenope e il suo bel Golfo; ma consiglia di stare attenti: lì, tra Vesuvio, Caracciolo e Posillipo, lì in cima al Vomero, sulle mura di Castel Sant’Elmo, riuscirà difficile vedere chiaramente qual è la vera Napoli, e verrà voglia di non scendere, di rimanere lì, intontiti e appaciati dal sole, dal mare e dal – pure quello, sì – mandolino. E invece l’approccio a Napoli dovrebbe essere diverso: meno innamorato, più realista. Di cose stupende in questa città ce ne sono e ce ne sono state. Si sono alternati grandi e grandissimi, il passato della capitale del vicereame spagnolo è un gran passato, da tenere a mente; ma ci sono anche i lati bui, oscuri, meno spifferati.

E Pascale ci gioca: la sua non è, non totalmente, ironia. La sua è onestà. Non solo intellettuale, ma umana: parla al lettore come un genitore, uno che sa, uno che s’è fatto una certa esperienza; e gli consiglia, “ti diranno di andare lì, di girarla da quella parte Napoli, e ti tacceranno la verità”. E vivranno insieme a te di quell’idea, di quella visione, e finiranno per essere quello che non sono, solo per farti contento. Tutti i napoletani sono simpatici? E allora giù a ridere, a scherzare, a scimmiottare Troisi e Totò, i De Filippo e gli strimpellatori neomelodici. 

In “Non scendete a Napoli” si parla di musica e di passione, si parla della “pusteggia” (cos’è, e perché da essa deriva la posteggia, quella che si fa alle ragazze); si parla di santi e di religione; c’è un approccio diverso, non anti-napoletano, ma inusuale. Tremendamente sincero. Non è la solita cartolina, Vesuvio, pino e belvedere di Posillipo. Non è la solita chiacchierata pseudo-filosofica alla De Crescenzo: qui il traghettatore non gioca d’anticipo, non prova ad usare il luogo comune come punto di contatto tra culture, ma prova ad analizzarlo per quello che è. Un luogo comune appunto. 

Non è la solita chiacchierata pseudo-filosofica alla De Crescenzo: qui il traghettatore non gioca d’anticipo, non prova ad usare il luogo comune come punto di contatto tra culture, ma prova ad analizzarlo per quello che è. Un luogo comune appunto.

E quindi giù con le parole, con i racconti, con i dati e i riferimenti. Con i libri e gli autori stranieri, con una confessione in ginocchio sui ceci (sì, quasi, si ha questa impressione) di Napoli vittima e ostaggio della sua napoletanità. Che non è cosa negativa, ma che non può diventare, come in un racconto kantiano, le uniche lenti colorate attraverso cui guardare il mondo. E il napoletano non è più furbo di tutti gli altri, non è il vincente, il bandito diventato eroe; è quello, invece, che durante una rissa le prende più di tutti, che dal sogno – “sono di Napoli, posso e faccio quello che voglio” – si risveglia duramente. Quasi di colpo. Fino ai 15 anni, o poco più tardi, si vive la magia. Poi crollano insieme, come una valanga, disoccupazione e precarietà, un futuro incerto, una famiglia assente e un divario immane, fatto del vuoto più nero, tra la città alta e ricca, e quella bassa e povera. 

Dall’inizio alla fine di Non scendete a Napoli, si legge una certa criticità verso la città. O meglio: verso la napoletanità. Non in senso assoluto. Ma come un avvertimento: non lasciatevi “abbandonare” ai ricordi del passato; il presente è lì e aspetta di essere vissuto, ed è meglio cominciare a pensare al futuro. Quindi insomma: uno dei problemi di Napoli e napoletani è questo? L’incapacità di relazionarsi con l’attualità?
Tutte le nostre azioni nel mondo sono determinate in parte dall’immaginario e in parte dal caso. Il caso è appunto il caso e c’è poco da fare, sull’immaginario si può lavorare meglio. Voglio dire, già come specie siamo particolarmente influenzabili, se poi abbiamo alle spalle un immaginario prepotente, allora i gradi d libertà si restringono. Un certo tipo (abbastanza diffuso) di visitatore da Napoli si aspetta di frequentare una città che lo sorprende sempre, ma in realtà non lo sorprende affatto: vuole vedere quello che già conosce o sospetta di conoscere, cioè vuole fare esperienza di diversità, di eccezionalità, nel bene e nel male, perché crede che in questi aggettivi ci siano dei valori (autenticità, spontaneità, simpatica, calore umano, accoglienza) che non trova altrove. Penso, avrei anche le prove, che quest’idea immobilizzi la città, la cristallizzi e con la città anche in napoletani (e anche i visitatori), tutti a recitare questa speciale condizione. Dunque, già sarebbe buona regola e buona pratica (socratica) di conoscenza, abituarsi a combattere le proprie opinioni e l’immaginario che le sostiene, nel caso di Napoli, come sappiamo, l’immaginario è potente, quindi prima di scendere a Napoli è necessaria un’igiene culturale.

E questo dal punto di vista di chi “scende a Napoli”. E invece per chi ci abita? Come fa a isolarsi da questo immaginario prepotente, costante, quasi asfissiante?
Chi ci abita dovrebbe uscire dalle ristrettezze e dall’orgoglio dell’appartenenza. D’accordo, quello dell’appartenenza al gruppo, è un codice ancestrale, un modulo innato, abbiamo una lunga storia evolutiva che ha rafforzato il suddetto modulo, e tuttavia, proprio per la necessità moderna (e inquieta) di incontrare altri gruppi, scambiarsi idee e progetti, e innovare (continuamente, perché i problemi  ci sono eccome e ci vogliono strumenti nuovi), è necessario smetterla con questa sensazione che ci accompagna: la certezza che in fin dei conti noi la sappiamo lunga, siamo più bravi e furbi degli altri. Non è un problema napoletano (in questo senso il libro è una guida che parte da Napoli per esaminare alcune abitudini di pensiero che per comodità adottiamo per frequentare il mondo con meno rischi): è un problema italiano. C’è una palude  culturale fatta di passatismo, sapere nostalgico (il passato contiene valori che il presente ha distrutto) tradizioni, vecchi retori lamentosi, che soprattutto su certi giornali di sinistra danno sfoggio dell’odio che hanno verso la gente, insomma un po’ è colpa di una certa abitudine percettiva, un po’ è colpa dell’età, la maggioranza degli italiani hanno tra i 45 e 50 anni, siamo un popolo di mezz’età, lo dice la composizione demografica, quindi tra i 45 e 50 anni, non ha poi tanta voglia di conoscere, di abbattere le tue stesse barriere, studiare, sorprenderti di quante cose finora hai creduto vere e invece o erano false o semplicemente sono cambiate e non te ne sei accorto. Tra i 45 e i 50 anni conservi quello che finora per caso o valori di casta o merito hai ottenuto, alzi barriere, difendi la tua identità: ma come possiamo competere con gli indiani che hanno un’età media di 24 anni?

Parliamo proprio di attualità. Della questione meridionale, tornata alla ribalta proprio in questi giorni. C’è chi ha puntato il dito contro lo Stato centrale e il governo, “ché la colpa è solo vostra!”. E invece, forse, bisognerebbe guardare prima al proprio orticello: se Napoli (e il sud) stanno così male, sarà anche colpa loro?
Ora semplificando un po’, credo che al sud abbiamo perso alcune occasioni, le rivoluzioni illuministe mancate, i moti repressi del 1820/21, e insomma mentre il nord avvia una politica liberale, qui c’è una stagnazione reazionaria. I dati, gli indicatori che generalmente usiamo per testare la qualità di vita e soprattutto le condizioni per lo sviluppo, al sud, complice il regno borbonico, sono tristemente chiari: solo 14 cittadini su 100, quasi tutti maschi, nessuna donna, e tutti altolocati (preti e latifondisti), mentre nel Centro – Nord si arrivava a 37 cittadini su 100. Il tasso di scolarità ci indica una situazione peggiore, su 100 bambini in età fra i 6 e 10 anni, solo 17 andavano a scuola, mentre nel Centro-Nord la percentuale si attestava al 67%. Se prendiamo il sistema credito, al sud c’era il banco di Napoli e il Banco di Sicilia, con due sedi, Palermo e Messina. La differenza di reddito non era così alta con il nord, ma fatto sta che si è accentuata da subito soprattutto perché il latifondo e quel tipo di borghesia che il latifondo stesso produceva non era capace di confrontarsi e innovare (viveva di rendita, vuoi che il barone pagava gli studi ai figli dei contadini? meglio che rimanevano ignoranti e raccoglievano il grano). A questo aggiungi quelle teorie che vedono il nemico del sud sempre fuori casa, e ci sono, con segni differenti, sia i neo borbonici (con questa ossessioni per quei pochi chilometri di ferrovie del regno, costruiti inizialmente per i ricchi, quelli della corte che si trasferivano alla reggia di Portici) sia le teorie marxiste (il nord sfrutta il sud) insomma con il nemico in casa, cioè, con noi stessi, con quello non abbiamo fatto veramente i conti. Ecco, questo sarebbe un gesto di orgoglio: regolare i conti con noi stessi, anche perché intorno al 1970, prima della crisi petrolifera, grazie anche alla cassa del mezzogiorno – che certo predisponeva interventi top-down (ma all’epoca, quella era la modalità – ce l’avevamo fatta a ridurre alcuni divari, e invece abbiamo preferito votare quelli che meglio ci rappresentavano, ancora baroni concentrati sui propri privilegi, dai ogni volta che andiamo in Calabria abbiamo la prova empirica di come e per chi sono stati spesi i soldi pubblici.

Questione meridionale a parte, in questi giorni c’è stato anche il botta-e-risposta da giornale a giornale tra De Magistris e Saviano. Uno che dice, “sì, ma parliamo delle cose belle di Napoli, non solo delle brutte”. E l’altro che vuole fotografare la realtà per quella che è. Secondo te chi ha ragione?
Io uso una mia personale euristica: De Magistris ha spesso torto, voglio dire, soprattutto dal punto di vista dell’immaginario che propone.

Tornando al suo libro: c’è un’attenzione particolare a Troisi e a quello che Troisi rappresenta e ha rappresentato. Pare di capire che con la sua comicità Troisi ha provato a dare uno scossone al napoletano medio. Eppure è innegabile che in alcuni suoi monologhi si sia scagliato anche contro lo Stato che aveva, e ha, abbandonato a se stessi i napoletani… Come nel caso della disoccupazione: “hanno deciso di investire i disoccupati, speriamo prendano camion più grandi”.
Troisi mi piace molto, grande comico e sottile intellettuale, molte delle sue riflessioni andrebbero riprese e riaggiornate – ho anche messo su una piccola conferenza teatrale: ricomincio da Massimo, che si sviluppa proprio da tre interventi di Troisi (a Pordenone legge prossima tappa), quindi si parte da Napoli per capire meglio il mondo – e sì, vero, negli anni ’80 ha dato uno scossone serio all’immaginario napoletano e tutti ne siamo stati avvantaggiati. Sullo Stato che ha abbandonato il sud non sono d’accordo, ripeto, con la Cassa i soldi sono arrivati eccome, meglio chiedersi più brutalmente: con quali strumenti e attraverso quale classe politica (ripeto, da noi stessi eletta, poi, è chiaro, ci sono gradi di responsabilità diversi) abbiamo gestito tutto questo? La rivoluzione culturale se si avvia, non si avvia con i proclami di eccezionalità (sennò poi per la gestione bisogna adottare un protocollo straordinario), ma, se davvero vogliono creare una differenza qualitativa con il passato, dobbiamo adottare uno stile diverso. Se non possiamo criticare le cose che non ci piacciono, usando lo stesse linguaggio di quella cosa, perché, appunto, la riprodurremo con altro abito, è anche vero che non possiamo iniziare rivoluzione culturale facendo quello che finora abbiamo sempre fatto: avanzando le critiche agli altri. Altrimenti, siamo sempre allo stesso punto, noi napoletani eravamo speciali, poi gli altri ci hanno resi handicappati (e dunque speciali in un modo diverso) e ora gli altri devono ripagarci del torto e farci riacquistare la specialità perduta. E purtroppo l’essenza della napoletanità, che se la inquadriamo bene, può essere associata ad alcune dinamiche di pensiero italiane.

Io uso una mia personale euristica: De Magistris ha spesso torto, voglio dire, soprattutto dal punto di vista dell’immaginario che propone.

La napoletanità non è una cosa cattiva, anzi. È come una luce: una luce da cui lasciarsi ispirare. Il problema, però, è che a fissarla troppo quella luce si diventa ciechi e quindi si perde il contatto con la realtà (di nuovo, con l’attualità). Quale sarebbe un buon “rimedio”
Napoletanità fa rima con specialità, a me non convince quest’associazione. Ammesso che esistesse questa caratteristica caratteriale (ma il carattere è un’invenzione, si sa, e spesso è stata usata per vari fini) bene non per questo non deve essere soggetta a critiche, ripensamenti e integrazioni. Quello che non mi piace è questo alone di eternità che grava attorno alla napoletanità: siamo così da secoli e non possiamo cambiare. Quasi come se ci fosse un rigido protocollo da rispettare. Abbiamo il dovere di essere intelligenti, cioè attenti ai cambiamenti, aperti al mondo, poi è chiaro ognuno porta il suo contributo e ne è orgoglioso, ma tutto va valutato con un serio bilancio serio, costi e benefici.

Alla fine, l’acquario “Anton Dohrn”, quello di cui parla anche in Non scendete a Napoli, è stato chiuso. Riaprirà – forse, non si sa – tra sette mesi
L’ho saputo, peccato, posto splendido, sembrava uno di quei fermagli d’osso per capelli, antichi e però indistruttibili, e tuttavia possono e devono essere usati: un semplice oggetto può rendere più luminosi i capelli e il viso di una donna. 

Racconta Napoli da appassionato, ma l’ha lasciata. Ora vive a Roma. È davvero così difficile / impossibile viverci?
Sono nato a Napoli, ho vissuto a Caserta e ho frequentato tantissimo Napoli, mi piace tornarci nelle belle giornate di sole, scrivo sul Mattino e seguo con la necessaria trepidazione alcuni fatti e fattacci, cerco di conoscere la musica, il teatro e le nuove produzioni artistiche della città. Devo dire però che seguo con la necessaria trepidazione alcuni fatti e fattacci che avvengono nel mondo, cerco di conoscere la musica, il teatro e le nuove produzioni artistiche che il mondo sviluppa. E poi mi capita di fare paragoni e analisi, e questo in fondo è il mio rapporto con Napoli. 

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