Quote obbligatorie e contributi economici: i nodi del piano Ue sui profughi

Quote obbligatorie e contributi economici: i nodi del piano Ue sui profughi

Sarà il piano sull’immigrazione il fulcro del discorso sullo Stato dell’unione che il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, terrà mercoledì 9 settembre. Il nuovo piano sarà un mix tra quello annunciato nel maggio scorso con le quote di accoglienza per ciascun Paese, già rifiutato da molti leader europei, e nuove politiche per gestire il flusso dei profughi. Con l’aggiunta di una possibilità di cui, secondo il Financial Times, si starebbe discutendo: gli Stati potrebbero chiamarsi fuori dal sistema di ricollocazione obbligatoria dei migranti per “motivi oggettivi”, contribuendo però economicamente a un fondo in supporto dei rifugiati.

Ricollocazioni Alla base del piano c’è ancora la ricerca di una soluzione per l’accoglienza condivisa delle decine di migliaia di profughi che raggiungono l’Europa attraverso l’Italia e la Grecia, e che in queste ore sono in marcia attraverso i Balcani. L’Europa è divisa tra la posizione di Stati come l’Ungheria, che ha addirittura proposto di chiudere le frontiere del continente, e quelle di Paesi come la Germania e l’Austria, che invece hanno aperto i propri confini. Il punto cruciale da discutere è il ricollocamento dei profughi, con il trasferimento dei rifugiati o richiedenti asilo dai Paesi di frontiera verso gli altri Stati Ue, tramite un sistema di “quote” per ciascuno Stato membro. 

Dopo l’ennesimo naufragio in mare di aprile in cui persero la vita più di 400 migranti, a maggio 2015 venne illustrato il primo piano europeo di ricollocazione dei profughi tra i Paesi membri. Inizialmente l’accoglienza avrebbe dovuto essere obbligatoria, ma da subito molti Paesi dell’europa centro orientale si opposero. Il piano, definito a giugno, parlava di 40mila profughi da ricollocare. Un mese dopo, quando la quota dei profughi da ricollocare era scesa a 32mila, si è ipotizzata invece una accoglienza su base volontaria. Ora, in base alle anticipazioni riportate sui giornali internazionali, la quota di profughi da ricollocare potrebbe essere tra i 120 e i 160mila, con la reintroduzione delle quote obbligatorie. Contrari alle quote obbligatorie sono i Paesi dell’est Europa e anche la Gran Bretagna.

Anche per questo motivo, in base a quanto riporta il quotidiano spagnolo El Paìs, oltre il 60% dei profughi presenti in Italia, Grecia e Ungheria dovrebbero essere ricollocati tra Germania (oltre 31mila), Francia (oltre 24mila) e Spagna (quasi 15mila), mentre agli altri Paesi verrà chiesto un contributo minore. La Germania ha già annunciato un piano da 6,7 miliardi di dollari nel 2016 per l’accoglienza dei rifugiati nel Paese, e la Francia ha detto di essere disposta ad accogliere 24mila profughi. Dall’Italia saranno ricollocati 39.600 richiedenti asilo, 24mila del precedente schema di maggio più 15.600 previsti dal nuovo piano. 

Stop a Dublino Il sistema di ricollocazione dovrebbe quindi fermare lo schema della Convenzione di Dublino, che prevede che i profughi debbano chiedere asilo nel primo Paese in cui approdano. Angela Merkel già ad agosto ha fatto sapere di voler rompere questo schema, accogliendo le domande di tutti i profughi siriani che arrivano sul territorio tedesco. Già lo scorso maggio Juncker aveva promesso di mettere a punto un nuovo sistema da applicare in caso di grossi flussi come quello attuale, con uno schema di quote di accoglienza per ciascun Paese calcolate in base alle dimensioni, stato dell’economia e numero di rifugiati già ospitati da ciascun Stato membro. Una delle proposte in campo è anche quella del cosiddetto “mutuo riconoscimento”: una volta ottenuta la protezione internazionale in uno Stato, il rifugiato potrebbe essere libero di sistemarsi e cercare lavoro dove preferisce. 

Separare i rifugiati dai migranti economici Molti governi europei hanno fatto sapere però di essere disposti ad accogliere i profughi che fuggono dalle guerre, ma non i migranti economici alla ricerca di un lavoro. Il piano Juncker potrebbe fornire strumenti per separare i due flussi. Per prima cosa stabilendo da quali Paesi non si ha diritto di chiedere asilo (i cosiddetti “Stati sicuri”). E poi rafforzando il sistema degli “hotspot”, dove membri delle agenzie europee e delle forze di sicurezza Ue aiutano i Paesi di frontiera come Italia e Grecia a gestire i flussi di domande. Gli hotspot in Italia dovrebbero sorgere a Lampedusa, Pozzallo, Trapani, Taranto e Augusta.

“Aiutiamoli a casa loro” Negli ultimi mesi l’Europa ha allargato le operazioni navali nel Mediterraneo per le operazioni di soccorso delle imbarcazioni in difficoltà. In un mese, riporta il Financial Times, sarebbero state salvate oltre 1.500 persone. Ora, il nuovo piano prevederebbe la creazione di un fondo di 1,5 miliardi di euro per aiutare i Paesi dell’Africa subsahariana a contenere i flussi in uscita.  

X