Riforme, dopo lo scontro nel Pd si tratta: ora Renzi apre alla minoranza

Riforme, dopo lo scontro nel Pd si tratta: ora Renzi apre alla minoranza

Tra una frecciata e una battuta di spirito, il premier Matteo Renzi non risparmia quasi nessuno. Durante l’attesa direzione del Partito democratico convocata per fare il punto sulla riforma costituzionale, il leader dem critica la minoranza del partito, respingendo diktat e «litigi autoreferenziali» e se la prende con l’opportunismo del leghista Matteo Salvini. Ironizza su gufi e talk show, due categorie chiamate in causa sempre più frequentemente. E non evita due riferimenti tutt’altro che diplomatici ai rappresentanti della sinistra britannica e greca Jeremy Corbyn e Yanis Varoufakis. Soprattutto, Renzi mette in guardia il presidente del Senato Pietro Grasso. L’elezione diretta dei senatori, nodo del contendere sulla riforma istituzionale all’esame di Palazzo Madama, «non può sussistere» spiega. Aprire agli emendamenti l’articolo 2 del testo, già approvato in doppia lettura, «sarebbe un fatto del tutto inedito». 

Eppure chi si aspettava una resa dei conti all’interno del Partito democratico resta deluso, ancora una volta. Alla fine il premier incassa il voto unanime dei presenti. Dopo un’ora di intervento, la Direzione del Pd vota la relazione di Matteo Renzi. Tutti d’accordo, tranne la minoranza che preferisce non partecipare alla conta. «Le riforme si votano in Parlamento» fanno sapere i diretti interessati. Ma stavolta l’intesa non sembra lontana. Pur rifiutando qualsiasi ipotesi di elezione diretta dei nuovi senatori, il premier è ancora convinto di trovare un accordo all’interno del partito. «Le soluzioni tecniche si trovano – spiega nella replica-  Noi cerchiamo di tenere dentro tutti quelli che ci possono stare».  

Il premier è ancora convinto di trovare un accordo all’interno del partito. «Le soluzioni tecniche si trovano – spiega  – Noi cerchiamo di tenere dentro tutti quelli che ci possono stare»

L’obiettivo resta quello annunciato: il voto di palazzo Madama sulla riforma costituzionale dovrà arrivare prima del 15 ottobre. In tempo per chiudere il successivo passaggio alla Camera entro gennaio. In attesa di formalizzare un emendamento che metta tutti d’accordo – il punto di intesa potrebbe essere il modello della legge Tatarella del 1995 – anche Pierluigi Bersani saluta con moderata soddisfazione l’incontro. «Mi pare che Renzi abbia fatto un’apertura significativa – spiega in serata – Se si intende che gli elettori scelgono i senatori e i Consigli regionali ratificano va bene, perché è la sostanza di quello che abbiamo sempre chiesto. Meglio tardi che mai: vedremo al Senato come verrà tradotta questa indicazione». Difficile non notare, tuttavia, l’assenza dell’ex segretario, che all’incontro del Nazareno non si è neppure presentato. Impegnato a Modena per la chiusura della Festa dell’Unità.

L’intesa non è lontana, insomma. «Ma senza che si dice “o si fa così o non va bene”», insiste Renzi. È uno dei tanti riferimenti critici alla minoranza interna. «La discussione sulla composizione del nuovo Senato ci vede aperti alla discussione, non abbiamo particolari preclusioni. Ma se qualcuno vuole utilizzare la Costituzione per una sorta di diktat, per altro da parte di una minoranza del partito, allora hanno sbagliato tutto: se i diktat non li mette la maggioranza, figuriamoci se può metterlo la minoranza». L’occasione è utile per tornare anche su qualche vecchia polemica. A partire dalla presunta svolta autoritaria imposta dalla riforma. «Una risata è l’unica risposta immaginabile – continua il premier – È la prima volta, nei tentativi di riforma costituzionale, che non c’è un intervento sulla forma di governo. Nessun potere del presidente del Consiglio viene modificato con questa riforma».

Nel lungo intervento del premier si parla della Buona scuola, della prossima legge di stabilità, di immigrazione. Non mancano i soliti rifierimenti ai “gufi” e ai talk show televisivi. «Il racconto del Paese non può essere il solito, che va sempre tutto male» spiega Renzi. E se martedì scorso i due principali programmi di approfondimento politico hanno conquistato meno telespettatori dell’ennesima replica del film Rambo, «evidentemente vuol dire che trama conosciuta per trama conosciuta, replica per replica, almeno si guarda la storia scritta meglio, che è quella degli americani».

C’è tempo anche per una breve riflessione sul nuovo governo di Alexis Tsipras. Si parla di Grecia, ma non è difficile leggere un avvertimento a qualche collega di partito. «Le scissioni funzionano molto come minaccia, un po’ meno a livello elettorale» racconta Renzi. «Chi di scissione ferisce, di elezione perisce – continua – Per usare un tecnicismo, anche ’sto Varoufakis ce lo siamo tolto…». E chissà che a qualcuno dei presenti non siano fischiate le orecchie. Non è l’unico passaggio dedicato alla politica estera, né l’ultimo velato riferimento alla minoranza democrat. Parlando del nuovo leader Labour Jeremy Corbyn, il premier italiano insiste. La svolta a sinistra impressa dai laburisti britannici non è, a suo modo di vedere, particolarmente azzeccata. «Non si tratta di essere blairiani o no, si tratta di capire se si va alle elezioni come alle Olimpiadi, cioè per partecipare, o se ogni tanto si va anche per vincere». Renzi continua. «Dopo ciò che è accaduto con Miliband tutto ci saremmo potuti immaginare tranne questa svolta nella sinistra inglese. Ormai il Labour Party è rimasto l’unico partito che gode nel perdere».

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