Un dispositivo Gps per ritrovare i malati di Alzheimer scomparsi

Un dispositivo Gps per ritrovare i malati di Alzheimer scomparsi

Può essere attaccato alla cintura dei pantaloni, al collo, o inserito nel cellulare. Basta che qualcuno denunci la scomparsa, e polizia o carabinieri riescono immediatamente a identificare il malato di Alzheimer scomparso. È tutta in un dispositivo Gps che permette la localizzazione satellitare la principale novità del protocollo firmato il 21 settembre al ministero dell’Interno tra il Commissario nazionale delle persone scomparse Vittorio Piscitelli, il ministero della Salute e quello del Lavoro, in occasione della giornata mondiale dedicata ai malati di Alzheimer. 

In Italia la sindrome colpisce oltre 700mila persone con 80mila nuovi casi l’anno. Si calcola che ogni 10 minuti c’è un nuovo malato. Chi soffre di Alzheimer può perdere l’orientamento e camminare anche per ore fino a perdersi, cadere o accasciarsi esausto, senza neanche avvertire la fame o la sete. A fine 2014 gli ultra sessantacinquenni scomparsi erano 1.304. E «molto spesso si tratta di malati di Alzheimer», si legge nella relazione del Commissario straordinario delle persone scomparse. Alcuni vengono ritrovati ancora in vita, in molti casi no. E spesso finiscono negli obitori come cadaveri non identificati. Localizzare subito il malato può significare salvargli la vita. 

«Con la firma del protocollo, le prefetture nazionali costituiscono una rete di condivisione dei dati e delle segnalazioni, in modo da chiedere l’intervento immediato delle forze dell’ordine e riportare la persona a casa», spiega Luisa Bartorelli, presidente di Alzheimer Uniti, l’associazione che lo scorso anno ha già sperimentato il sistema di localizzazione Gps su 50 malati di Alzheimer a Roma.

«Si trattava», racconta Bartorelli, «sia di persone in uno stadio lieve, sia in uno stadio più avanzato». Nella fase iniziale della malattia, quando si gira ancora da soli, si rischia di perdere improvvisamente l’orientamento e camminare a vuoto. «Con l’uso del Gps, una volta lanciato l’allarme, se la persona si trova ancora nelle vicinanze è lo stesso familiare che la riporta a casa. In altri casi si chiede l’intervento della polizia». L’esperimento, spiega Bartorelli, «si è rivelato utile soprattutto per i malati nello stadio più avanzato in cui la fuga è un comportamento tipico, spesso alla ricerca della casa d’infanzia». Il rischio è che il malato possa anche «cadere nelle mani di delinquenti, come è avvenuto, per questo è ancora più importante la localizzazione e il ritrovamento tempestivo».

Il problema del protocollo firmato oggi è che, come per il Piano nazionale demenze del 2014, da parte dei ministeri coinvolti non viene investito neanche un euro. Saranno le famiglie che dovranno comprare i dispositivi. «O le singole regioni», che gestiscono le Unità di valutazione (Uva), dove la malattia viene diagnosticata. «Il costo dei dispositivi è quello di un cellulare», dice Bartorelli. «Il Gps va affidato a chi è veramente a rischio e solo nel periodo di tempo in cui il disturbo si manifesta. Poi può essere ritirato e affidato a qualcun altro, quindi riutilizzato». La scelta, ancora una volta, ora è nelle mani degli enti locali. E con i tagli annunciati nella sanità, se davvero si vorrà far funzionare il protocollo, la spesa toccherà alle famiglie.

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