A 10mila chilometri a est di Mosca, oltre la Siberia, sorge Magadan. Un grande villaggio ai limiti del circolo polare artico, fatto di due vie incrociate. È anche la capitale della Kolyma, regione nota grazie alla letteratura (se Salamov vi dice qualcosa) sui gulag e, come è ovvio, per i gulag. Il “Paese della morte bianca”, da dove non si tornava.
Questo documentario racconta cosa è rimasto ora dei campi di lavoro staliniano, che ospitavano oppositori politici, criminali comuni e cittadini delle repubbliche satelliti. Il loro compito era estrarre materie prime dalla terra. Chi non resisteva, moriva. Gli altri, sono ancora lì. Non più ai lavori forzati (ci mancherebbe), ma continuano la loro vita. Dopo la deportazione hanno perso ogni legame con la terra d’origine e, finito il regime, non avevano altri posti in cui andare. Alcuni hanno avuto figli, che crescono lì.
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Il documentario di France24 racconta le vite, solitarie, di chi abita nella Kolyma, a decenni di distanza dall’epoca delle deportazioni. È un mondo e una realtà che il governo di Vladimir Putin cerca di far dimenticare, di ridimensionare. “Era il prezzo inevitabile e necessario”, si dice, “per rendere grande l’Unione Sovietica”.