Commenti sul look e insulti sessisti, storia del maschilismo in politica

Dalla prima alla seconda repubblica, Filippo Maria Battaglia ha raccolto il peggio del maschilismo della politica italiana nel suo “Stai zitta e va’ in cucina”

Il didietro del ministro Maria Elena Boschi sotto il tailleur blu elettrico. I tacchi a spillo di Daniela Santanchè. I capelli corti di Mara Carfagna. L’ossessione per il look delle donne in politica, i commenti sulle acconciature e le forme, e gli insulti sessisti contro deputate e senatrici non sono nati oggi. Il giornalista Filippo Maria Battaglia li ha raccolti tutti in un saggio, Stai zitta e va’ in cucina – breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo (Bollati Boringhieri).

Dalla prima alla seconda repubblica, Filippo Maria Battaglia ha raccolto il peggio del maschilismo della politica italiana nel suo “Stai zitta e va’ in cucina”

Dalla prima alla seconda repubblica fino alla recente espulsione dei senatori verdiniani D’Anna e Barani per aver mimato del sesso orale all’indirizzo di una collega, poco o nulla sembra essere cambiato. “Vacca”, “sciampista”, “gallina”, “puttane”, “esaltate” sono commenti trasversali nel tempo e tra i banchi del Parlamento. Al giudizio maschilista non si è sottratto nessun giornale e nessun politico, dal Partito comunista ai grillini. Con un’unica eccezione: l’austero governo dei tecnici guidato da Mario Monti. Rimasto però nella memoria per le lacrime della ministra Elsa Fornero.

Nella raccolta di citazioni e ritagli di giornale di Stai zitta e va’ in cucina ce n’è di tutti i colori. Da quando nei racconti satirici pubblicati durante la campagna elettorale per la Costituente del 1946 alla domanda «che colore politico preferisci?» le candidate erano pronte a rispondere «uno che doni al biondo». Con il solito classico «interesse per le più carine», sulle quali, come raccontava la comunista Teresa Mattei (prima donna madre in Parlamento), era «tutto un chiedere con chi erano state a letto per essersi potute guadagnare quel posto».

“Vacca”, “sciampista”, “gallina”, “puttane”, “esaltate” sono commenti trasversali nel tempo e tra i banchi del Parlamento. Al giudizio maschilista non si è sottratto nessun giornale e nessun politico, dal Partito comunista ai grillini

Vestiti e acconciature delle elette, racconta Filippo Maria Battaglia, catalizzano sin da subito l’attenzione, non solo tra i colleghi. Nei mesi caldi della prima estate repubblicana, quotidiani e settimanali si soffermano con precisione quasi maniacale sulle «complicate pettinature», i «tailleur di shantung beige», i «capelli fluenti e sciolti sulle spalle». E non si tratta solo di un’ossessione legata alla novità del sesso femminile in Parlamento. Il vizietto continua nei decenni, fino al “caso” del vestito blu elettrico indossato da Maria Elena Boschi durante il suo giuramento al Quirinale. Gli scatti che fotografano la neoministra mentre si china per firmare l’atto di nomina finiscono sulle prime pagine dei giornali e producono commenti in punta di penna sulla forma fisica della neoministra, prima di essere usati in un fotomontaggio che la ritrae in perizoma.

Dalla bellezza all’ossessione per la bruttezza, la comunista Teresa Noce già negli anni Quaranta era stata ribattezzata «miss racchia». Era il 1947 quando un collega le si avvicinò dicendole «Teré, tu sei bella come un fiore». «Come un fiore di Rafflesia», spiegando che la “Rafflesia di Sumatra” è un fiore che pesa sette chili e puzza di carne putrefatta. Il principale bersaglio della seconda repubblica è invece Rosy Bindi. Di lei l’allora governatore del Lazio Francesco Storace disse: «Non è neppure una donna». Poi toccò a Beppe Grillo: «Problemi di convivenza con il vero amore non ne ha mai avuti». E Silvio Berlusconi in diretta televisiva chiuse il cerchio: «È sempre più bella che intelligente».

Il principale bersaglio della seconda repubblica è Rosy Bindi. Di lei l’allora governatore del Lazio Francesco Storace disse: «Non è neppure una donna». E Silvio Berlusconi in diretta televisiva: «È sempre più bella che intelligente»

Ma è con Silvio Berlusconi che il giudizio estetico sulle donne in politica viene sdoganato. «Sono il primo», disse il Cavaliere nel 2005, «a volere la presenza delle donne, carine e anche brave in Parlamento». E alla stessa Boschi ha ripetuto più volte: «Lei è troppo bella per essere comunista». Gli incontri del premier oltreconfine sono destinati a restare alle cronache: «Ho dovuto riesumare le mie doti di playboy e fare la corte alla presidente finlandese Tarija Halonen per portare da Helsinki a Parma l’agenzia alimentare europea», raccontò di ritorno da un summit internazionale. A proposito di Angela Merkel coniò il famoso «culona inchiavabile». E a un’impiegata di un’azienda di Mirano chiese: «Lei viene? Ma quante volte viene? E a quale distanza temporale una volta dall’altra?». Poi la invitò a girarsi per guardarle il fondoschiena, tra gli sghignazzi dei dirigenti della società.

È con Silvio Berlusconi che il giudizio estetico sulle donne in politica viene sdoganato. A un’impiegata di un’azienda di Mirano chiese: «Lei viene? Ma quante volte viene? E a quale distanza temporale una volta dall’altra?». Poi la invitò a girarsi per guardarle il fondoschiena

Anche la “rivoluzione” cinquestelle non si è sottratta al maschilismo. Il senatore Nicola Morra twittò: «Con queste copertine, la Boschi sarà ricordata più per le forme o per le riforme?». Di «donne usate a fini di marketing» parlò invece Beppe Grillo, quando nell’aprile 2014 paragona le candidate capolista del Pd alle Europee a «quattro veline». Fino al deputato M5s Massimo De Rosa che, rivolgendosi alle colleghe Pd dice: «Voi siete qui solo perché siete brave a fare pompini».

Lo specchio di tanta “galanteria”, è inutile dirlo, sono le classifiche internazionali sulla partecipazione delle donne in politica: l’Italia è al 37esimo posto, dietro Paesi come Bangladesh, Mozambico, Bulgaria e Costarica. A buon intenditor, poche parole (senza insulti).