I datiCompetenze e profili bassi: per salvare il lavoro serve più del Jobs Act

Il database Wise dell’Ocse permette di comparare competenze e produttività tra i Paesi. È arrivato il momento di portare a termine il secondo blocco di riforma del mercato del lavoro sulla contrattazione collettiva.

I dati della banca dati Wise dell’Ocse, che raccoglie le competenze per l’occupazione e la produttività dei Paesi, ricordano che l’Italia ha di fronte sfide da far tremare i polsi, anche a un governo dinamico e volitivo, ma spesso pasticcione, come quello di Matteo Renzi.

Il primo grafico mostra come il grado di istruzione della popolazione adulta in Italia sia tra i più bassi dei Paesi del G20, solo leggermente migliore di un paese come l’Argentina. Non c’è, dunque, da stupirsi se la percentuale di occupati ad alte competenze sia così bassa, come mostrato dal secondo grafico, che mostra l’Italia ampiamente distaccata dai partner europei.


Gli sforzi che il governo ha messo in atto per migliorare i risultati scolastici delle nostre scuole, permetteranno di migliorare questa triste classifica relativa? Sarebbe questa la domanda da porsi, più di avere fede cieca che la riforma funzionerà necessariamente come previsto. Inoltre, quali programmi ha in mente il governo per incoraggiare la scarsa partecipazione alla formazione professionale per i lavoratori, mattone essenziale per migliorare produttività e qualità del lavoro? Ci piacerebbero più discussioni pubbliche su questi temi, essenziali per dare fiato a un mercato del lavoro sbilanciato verso profili professionali medio bassi, i più minacciati dall’incessante opera di ricombinazione dei processi produttivi dovuti all’innovazione digitale.

I dati del Wise database Ocse ricordano come il nostro Paese abbia di fronte sfide da far tremare i polsi, anche a un governo dinamico e volitivo, ma spesso pasticcione, come quello di Matteo Renzi

Oltre alla mancanza cronica di offerta di competenze, il nostro mercato del lavoro è stato caratterizzato, nei decenni recenti, dalla sua totale inefficacia nell’abbinare le migliori imprese, le più innovative, con i lavoratori più talentuosi. Questo processo è uno dei driver principali della riallocazione del lavoro, uno dei motori nascosti della crescita della produttività.

La bassa percentuale di occupati ad alte competenze distacca l’Italia dai suoi partner europei

Se, infatti, i talenti non hanno modo di esprimere le loro potenzialità nelle migliori imprese, com’è possibile pensare che si possano avere ricadute positive sul processo d’innovazione e sulla qualità dell’occupazione? Questo concetto è ben riassunto dal terzo grafico, che mostra la correlazione esistente fra la proporzione di lavoratori il cui lavoro è “ben abbinato” con le proprie competenze e il salario relativo dei lavoratori ad alte competenze. Come si vede la relazione è positiva e significativa, ovvero in media i Paesi che hanno un mercato del lavoro più funzionale hanno anche remunerazioni più in linea con la produttività del lavoro più alte se paragonate a quelle delle occupazioni mediane.


La quota di lavoratori con un titolo di studio superiore a quello mediamente richiesto dal posto di lavoro occupato è, in Italia, superiore al 20% del totale, un dato che evidenzia l’inefficacia del funzionamento delle regole contrattuali e della contrattazione collettiva. Questa performance deludente sarà migliorata dal Jobs Act?

Da tempo, chi scrive è dell’opinione che isolare l’effetto della riforma delle tutele contrattuali da quello degli incentivi è, oggigiorno, tecnicamente difficile. Se a questo aggiungiamo che Squinzi e i sindacati stanno, forse involontariamente, mostrando lo stato comatoso in cui versano le nostre relazioni industriali, sarebbe forse il caso di rimboccarsi le maniche, cercare di valutare gli effetti dei provvedimenti già presi con un’ottica pragmatica, quando dati migliori lo permetteranno, senza cedere alla retorica dei miracoli, e rimboccarsi le maniche per portare a termine il secondo blocco di riforma del mercato del lavoro, quello essenziale della contrattazione collettiva.

Sarebbe forse il caso di rimboccarsi le maniche, cercare di valutare gli effetti dei provvedimenti già presi con un’ottica pragmatica, quando dati migliori lo permetteranno, senza cedere alla retorica dei miracoli

Data la ritrosia delle parti sociali nel trovare una soluzione all’impasse, una proposta, almeno di mediazione, da parte del nostro esecutivo non è più rinviabile. Infatti, come mostrato dai dati internazionali è ancora lunga la via per arrestare il declino del Paese, che ha cause profonde, strutturali e piuttosto complesse, e ridare dinamicità all’economia e alla società italiana.

L’IMPORTANZA DEI DATI

Le competenze dei lavoratori sono le determinanti principali di prosperità e benessere di un Paese. Lo sviluppo e l’investimento in competenze, però, è costoso, soprattutto nel caso di politiche pubbliche mirate a migliorare la qualità del capitale umano. Ecco perché questi investimenti devono essere fatti con saggezza. Ciò richiede una buona informazione sui fattori principali che impattano sull’acquisizione e il mantenimento delle competenze dei singoli individui, per far sì che corrispondano al meglio a quelle richieste nel mercato del lavoro, in modo da aumentarne il ritorno in termini di risultati economici e sociali.

Nel 2010, il G20 ha dato mandato all’Ocse di sviluppare una serie d’indicatori comparabili a livello internazionale sulle competenze per l’occupazione e la produttività per Paesi a basso reddito (Lic) come parte del suo piano d’azione pluriennale per lo sviluppo. Per rispondere a questa chiamata, l’Ocse ha stabilito un set d’indicatori mondiali di competenze per l’occupazione (Wise database) in stretta collaborazione con la Banca mondiale, l’Etf, l’Oil e l’Unesco.

La banca dati Wise offre una posizione d’informazione previlegiata sullo stato attuale di sviluppo delle competenze di ciascun Paese, sulla base d’un approccio intersettoriale, con indicatori che coprono i settori dell’istruzione e della formazione, occupazione e sullo stato di sviluppo economico e sociale

La banca dati Wise offre una posizione d’informazione previlegiata sullo stato attuale di sviluppo delle competenze di ciascun Paese, sulla base d’un approccio intersettoriale, con indicatori che coprono i settori dell’istruzione e della formazione, occupazione e sullo stato di sviluppo economico e sociale. La copertura mondiale del database permette sia analisi approfondite sui differenziali di crescita economica – e sulla parte giocata in modo specifico dal capitale umano e dalle competenze della popolazione – sia analisi per aree economiche omogenee, ognuna con le proprie specificità in termini di strategie ottimali per migliorare il livello di competenze della propria forza lavoro.

La banca dati copre più di 200 Paesi e comprende circa 60 indicatori comparabili a livello internazionale per il periodo dal 1990 al 2014, anche se non tutti gli indicatori sono disponibili per ogni Paese e per ogni anno. I dati vengono estratti principalmente dai database e repository di organizzazioni internazionali, tra cui l’Oil, l’Ocse, l’Unesco, Banca mondiale e Eurostat. Un piccolo numero di indicatori sono stati costruiti dall’Ocse a partire dai microdati delle inchieste sulle forze lavoro nazionale o indagini a domicilio. Alcuni indicatori sono disponibili per livello d’istruzione e genere.

Il quadro concettuale utilizzato per identificare il set d’indicatori di competenze presenti nel database è multi-fattoriale. Sono stati individuati cinque domini principali, ognuno con propri indicatori, suggeriti, principalmente, dalle lezioni provenienti dalla teoria economica e dalle evidenze empiriche. Una serie di fattori (fattori contestuali) guida sia l’offerta di competenze (acquisizione di competenze) e la domanda di competenze (requisiti di competenze). Questi fattori hanno un impatto anche sul modo in cui le competenze acquisite attraverso l’istruzione e la formazione sono poi abbinate alle competenze richieste nel mercato del lavoro (matching), che a sua volta ha un impatto sulla performance economica, del mercato del lavoro e di altri outcomes in campo sociale, come la distribuzione del reddito disponibile.

Basi di dati innovative permettono di avere una migliore comprensione dei maggiori problemi economici e sociali. Questo è importante, soprattutto in Paesi come l’Italia, dove gli indicatori statistici sono spesso utilizzati, legittimamente, solo come mezzo di distrazione di massa, nel momento delle decisioni di politica economica più importanti.

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